MENU

L’addio a Di Stéfano, la Saetta Bionda

7 luglio 2014 • Sport news

Per molti è il secondo più forte giocatore di sempre, dopo Pelé. Per qualcuno è addirittura il numero uno. Parliamo di Alfredo Di Stéfano, alias Saeta Rubia (la “Saetta Bionda”) scomparso oggi a 88 anni all’ospedale Gregorio Marañón di Madrid per un infarto. Appena la scorsa settimana, venerdì 4 luglio, aveva festeggiato il suo compleanno con il Real Madrid, di cui era presidente onorario. Il giorno seguente ha accusato da un malore: forse l’emozione, o l’affaticamento, o semplicemente il destino. Ironia della sorte, Di Stéfano è stato male mentre faceva due passi vicino al Santiago Bernabeu, teatro dei suoi grandi successi. Non ce l’ha fatta: il suo cuore – a cui nel 2005 erano stati impiantati quattro bypass – non ha retto alla nuova sfida per la vita.

River

La squadra del River, con Di Stéfano, che affrontò il Torino Simbolo nel 1949

Una sfida persa, dopo tanti successi, dopo tanti gol, dopo tante esultanze, prima in Sudamerica, poi in Europa. Calcisticamente, Di Stéfano nasce nel River Plate, dove esordisce a 16 anni. Passa all’Huracan, torna al River: nel 19Di Stefano Real Madrid48 è già un campione riconosciuto, e l’anno precedente ha già conquistato un Campeonato Sudamericano (la futura Copa América) con la maglia dell’Argentina. La sua fama valica l’oceano, se è vero che, come si racconta, lo stesso Ferruccio Novo, presidente del Grande Torino, cerca di accaparrarselo. Non se ne fa nulla, ma la Saeta Rubia incrocia i destini dei granata un anno dopo, nel momento più drammatico della loro storia. Il River Plate, infatti, vola a Torino dopo la tragedia di Superga, per una partita di beneficenza a favore dei parenti delle vittime. Avversaria, la selezione del “Torino Simbolo”: i migliori giocatori della serie A che, nell’occasione, vestono la maglia granata. Finisce 2-2 e Di Stéfano segna il gol decisivo.
Poco tempo dopo, con due campionati argentini conquistati, lascia Buenos Aires, attratto dalle sirene colombiane.  Va ai Millionarios di Bogotà, nel periodo del calcio cafetero ricordato come El Dorado: l’altissima disponibilità di denaro liquido provoca un forte afflusso di giocatori sudamericani (ma anche di qualche europeo) verso il massimo torneo colombiano, che diventa il più quotato del Sudamerica. Molti campioni se ne vanno in Colombia nonostante siano legati alle società dei paesi d’origine (Argentina, Brasile, Uruguay e Perù i più colpiti), e presto si crea un caso politico: persino Juan Perón cerca di bloccarlo, ricorrendo addirittura ai mezzi più estremi: la limitazione del diritto di emigrazione. Ma qualcuno se ne fa beffe. Come Julio Cozzi, che programma il suo matrimonio a Montevideo e, dall’Uruguay, se ne “scappa” in Colombia e ai Millionarios.
La tensione provoca anche l’intervento della Fifa, che accusa la federazione colombiana di “pirateria” e, nel 1951, la espelle dalle proprie fila. Si profilano squalifiche per chiunque giochi o arbitri in quel campionato. Ma il tutto dura poco: il 26 ottobre, viene firmato il “Patto di Lima”: in cambio della riammissione nella Fifa, la federazione colombiana si impegna a favorire il ritorno dei calciatori con contratti irregolari già da fine anno, con termine ultimo il 15 ottobre 1954. E’ la fine del boom colombiano.
Nel 1954, Di Stéfano ha già chiuso il suo “periodo oscuro” nel campionato “pirata” colombiano, ma lo ha fatto con uno score altissimo: dal 1949 al 1953, l’argentino ha messo a segno 157 gol in 182 partite, contribuendo in maniera Alfredo Di Stefanodeterminante ai tre campionati e alla coppa nazionale vinti dai Millos. La Saeta, come detto, se ne è già andata: se l’è aggiudicata il Real Madrid, dopo uno sfrenato ballottaggio con il Barcellona. Con le merengues avviene la definitiva affermazione del fuoriclasse argentino: otto campionati, una Coppa di Spagna, ma soprattutto una Coppa dei campioni (di cui conquista anche due titoli di capocannoniere, di cui uno in solitaria e uno ex-aequo), una coppa intercontinentale, due Coppe latine e due Palloni d’oro. Già, perché dal 1956 Di Stéfano prende la cittadinanza spagnola, e può quindi ricevere il riconoscimento di France Football, ai tempi dedicato ai giocatori del nostro continente: molti anni più tardi, nel 1989, gli verrà anche riconosciuto il Super Pallone d’Oro: un riconoscimento a una grandissima carriera. A Madrid gioca con pezzi da novanta del calibro di Kopa, Gento, Rial, Santamaria,

Di Stéfano e Puskás

Di Stéfano e Puskás

Puskás: quest’ultimo, con cui stringerà una fortissima amicizia per la vita, lo precede nella classifica cannonieri della Coppacampioni 1959-60, in una sorta di Sfida all’O.K. Corral nella finale di Glasgow: 7-3 all’Eintracht Francoforte, con tre gol dell’ispano-argentino e quattro dell’ispano-ungherese. Meno soddisfazioni in nazionale, a parte il Campeonato Sudamericano vinto nel 1947. Disputa sei partite nella Selección  argentina e 31 con la Spagna, ma non riesce a giocare neppure un minuto ai Mondiali. Nel 1950 l’albiceleste non partecipa; nel 1958 le Furie Rosse non si qualificano e nel 1962, pur convocato ai Mondiali del Cile, Di Stéfano non può scendere in campo a causa di un infortunio muscolare.
La Saeta Rubia chiude la carriera all’Español, dove si trasferisce nel 1964 e smette

Di Stéfano allenatore del River abbraccia il suo portiere, Ubaldo Fillol 1981

Di Stéfano allenatore del River abbraccia il suo portiere, Ubaldo Fillol, nel 1981

definitivamente nel 1966. Diventa allenatore e gira molte panchine, tra cui quelle del River e del Real (in due riprese): si porta a casa anche una Coppa delle Coppe con il Valencia, nel 1979-80. Smette di allenare e, dal 2000, viene nominato presidente onorario delle merengues. Soffre per l’amico Puskás, che non se la passa bene: lo aiuta economicamente, finché il mito della grande Ungheria muore di Alzheimer, nel 2006. E ora la vecchia Saetta lo ha

Pelé e Di Stéfano

Pelé e Di Stéfano

seguito, nei campi dell’Infinito. A salutarlo, tifosi, sportivi, calciatori, dirigenti. A partire da Pelé. “Sono rattristato di sapere che è morto il grande Alfredo Di Stéfano”, scrive O Rei sulla sua pagina Facebook. “Quando giocavamo, il Santos e il Real Madrid sono stati per molti anni i principali rivali, perché giocavano il miglior calcio del mondo. Oggi, il grande afflusso di giocatori latinoamericani nei club europei è in gran parte dovuta ad Alfredo Di Stéfano. E’ stato un pioniere e, prima di ogni cosa, una leggenda del gioco del calcio. Che Dio doni pace alla sua anima”.

Guido Berger

 

 

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »