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Da Ancelotti ad Ancelotti: la parabola discendente del calcio italiano

19 ottobre 2014 • Sport news

di Lorenzo Zacchetti. Mentre il Real punta a uno storico bis in campo europeo, il calcio italiano è sempre più impantanato nelle difficoltà che lo rendono un mero comprimario

Da quando esiste la Champions League, nessuna squadra è mai riuscita a vincerla per due edizioni di seguito. L’ultima squadra capace di fare il bis fu il Milan, che nel 1989 sconfisse in finale lo Steaua Bucarest con un netto 4-0 e nel 1990 replicò superando il Benfica per 1-0. Allora, però, la competizione si chiamava ancora “Coppa dei Campioni”: con la riforma del torneo più ricco ed affascinante del mondo, l’alternanza è diventata la regola.

Chissà che a infrangerla non sia il Real Madrid, che lo scorso maggio ha conquistato l’agognata “Decima” e che adesso può scrivere una nuova pagina della sua straordinaria storia realizzando la doppietta.
D’altronde, alla squadra che lo scorso anno è stata capace di realizzare l’impresa superando in extremis i sorprendenti cugini dell’Atletico di Simeone, nel corso dell’estate sono stati aggiunti due dei più acclamati calciatori del mondo: Toni Kroos, fresco del trionfo mondiale con la Germania, e James Rodriguez, che con la maglia della Colombia è stato la vera rivelazione di Brasile 2014.

Del sudamericano parliamo più diffusamente nelle prossime pagine, ma la voracità del Real è un dato di fatto che bene rappresenta l’opulenza del calcio spagnolo, così distante da quello italiano. Ripensando a quel grande Milan che divenne campione d’Europa per due anni di seguito, in primo luogo troviamo una significativa coincidenza nel fatto che uno dei suoi pilastri era Carlo Ancelotti, oggi allenatore proprio del Real, ed inevitabilmente apriamo un deprimente raffronto tra i rossoneri di allora e quelli di oggi. Arrigo Sacchi in quegli anni poteva contare su Baresi, Maldini, Gullit e Van Basten, mentre oggi Inzaghi deve fare del suo meglio con Abate, Muntari, Poli e Saponara. Anche della nuova carriera di Pippo parliamo più avanti. In un mercato che definire “low-cost” sarebbe eufemistico, va tenuta da conto l’abilità di Galliani, con la quale si riesce comunque a limitare i danni, ma senza soldi non si va lontano e non bisogna dimenticare che Fernando Torres, l’unico big ingaggiato in questa sessione, è arrivato al Milan con almeno dieci anni di ritardo rispetto ai primi corteggiamenti, dopo essere diventato un surplus nel Chelsea di Mourinho. Con tutta evidenza, non è un problema che riguarda solamente il Milan, anzi. Il paragone serve unicamente per inquadrare la nuova dimensione del calcio italiano, ormai distante anni luce dai livelli dei competitor spagnoli, inglesi e tedeschi.

Non è il caso di deprimersi, perché cicli negativi di questo tipo li hanno vissuti anche loro. Se ne può uscire con programmazione, managerialità e buon senso. Ciò che non induce all’ottimismo è il fatto che anche su questo argomento siamo in ritardo di circa un decennio e che la ben nota refrattarietà della classe dirigente italiana nei confronti del cambiamento non ha certo eccezione nel mondo del calcio, che al contrario è particolarmente conservatore.

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