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Bordate d’autore


Germania-Algeria, 32 anni dopo

27 giugno 2014 • Bordate d'autore, Sport newsComments (0)

Gijón, 16 giugno 1982. La Germania inaugura la sua nuova avventura mondiale contro l’Algeria. Una partita che, sulla carta, non è certo proibitiva. E invece i nordafricani, presi sotto gamba dai loro più qualificati avversari, danno spettacolo e si impongono per 2-1, trascinati da Rabah Madjer e Lakhdar Belloumi. La sorpresa è grande: in Germania, il risultato viene visto come un completo disastro; Edmondo Fabbri dedica al tecnico tedesco Jupp Derwall un fondo sulla Gazzetta, rievocando la dolorosa sconfitta dei “suoi” azzurri a opera della Corea del Nord di Pak Doo-Ik e offrendogli una scontata solidarietà.

 

 

Nel video qui sopra, una breve sintesi di Germania-Algeria 1-2 dei Mondiali del 1982

 

 

Le “volpi del deserto” non si ripetono con l’Austria, ed escono sconfitti per 2-0; poi, nella terza partita, il 24 giugno, regolano il Cile per 3-2, dopo essere stati in vantaggio per 3-0. Il meccanismo di Spagna ’82 non prevede che l’ultimo turno di ciascun gruppo preliminare si giochi in contemporanea: così il giorno seguente, sempre a Gijón, Austria e Germania si affrontano conoscendo già il risultato dell’Algeria. Un pareggio qualificherebbe gli austriaci e condannerebbe i tedeschi, mentre una vittoria per 1-0 (o per 2-0) di Rummenigge e compagni promuoverebbe entrambe, a scapito degli africani.
La rivalità ancestrale fra Austria e Germania è cosa nota: quattro anni prima, a Córdoba (Argentina), gli austriaci già eliminati avevano giocato come forsennati per battere i “vicini di casa”, festeggiando la vittoria per 3-2 (che aveva negato ai campioni del mondo in carica la possibilità di disputare la finale per il terzo e quarto posto) come fosse la conquista della Coppa del mondo (cliccare qui per il racconto di quella partita). L’incontro era stato soprannominato das Wunder von Córdoba (il “miracolo di Córdoba”) da parte austriaca e die Schmach von Córdoba (l'”umiliazione di Córdoba”) da parte tedesca.
Ora, le due squadre si ritrovano di fronte: per l’Austria la possibilità di giocare un nuovo scherzetto ai rivali. Ma spesso nel calcio la convenienza arriva prima di tutto. Così, dopo un inizio scoppiettante, Hrubesch porta in vantaggio la Germania. E’ solo il 10′. Di lì a poco, la partita cambia faccia: entrambe le squadre, paghe del risultato, rinunciano a giocare. Continui passaggi in orizzontalee frequenti appoggi al portiere. Pochissime emozioni. Una melina irritante fino a fine partita. L’intenzione di portare a casa la qualificazione senza combattere è talmente palese che, già alla mezz’ora di gioco, gli spettatori di Gijón iniziano a rumoreggiare, a fischiare e a sventolare fazzoletti, in segno di protesta nella classica pañolada. Gridano: “fuera, fuera” e “¡Que se besen! ¡Que se besen!” (“Che si bacino! Che si bacino”). E ancora: “Argelia, Argelia” (Algeria, Algeria). Si racconta che anche molti tifosi tedeschi e austriaci presenti allo stadio si uniscano a questo coro.

Anche i telecronisti “di parte” sono scandalizzati: il tedesco Eberhard Stanjek, dell’emittente Ard, sbotta: “quello che sta succedendo qui è vergognoso, non ha nulla a che vedere con il calcio. Potete dire ciò che volete, ma non tutti i fini giustificano i mezzi”. Poi smette di commentare per qualche minuto. Anche l’austriaco Robert Seeger parla apertamente di “vergogna”, invitando gli spettatori a spegnere la televisione. Finisce 1-0, entrambe le squadre passano e l’Algeria è ingiustamente fuori, nonostante due vittorie su tre. Questa volta, gli austriaci e i tedeschi chiamano l’avvenimento nella stessa maniera: der Nichtangriffspakt von Gijón (“il patto di non aggressione di Gijón”) o, meno prosaicamente, die Schande von Gijón (“la vergogna di Gijon”).

 

 

Nel video qui sopra, il commento di Eberhard Stanjek al “patto di non aggressione” in campo

 

Anche le reazioni del giorno dopo sono furiose: Willy Schulz, nazionale tedesco ai Mondiali del 1966 e del 1970, parla di “accordo silenzioso di 22 gangster sportivi”. Franz Beckenbauer, che segue i Mondiali come giornalistica, è meno “diretto”, ma ugualmente scandalizzato: “E’ una brutta giornata per il calcio tedesco e austriaco, anzi per il calcio di tutto il mondo”, dichiara senza mezzi termini. “Ma la colpa è dei regolamenti”, aggiunge per indorare la pillola, “che quasi impongono alle squadre di cercare certi risultati».
gijonLa Bild si scaglia contro i giocatori, invitandoli a vergognarsi; un giornale spagnolo parla addirittura di “Anschluss”, mentre il presidente della federazione calcio algerina, Hadj Benali Sekkal, chiede la squalifica delle due squadre. Non avverrà: non ci sono prove, anche se l’accordo (sia esso tacito o chiaro) è sotto gli occhi di tutti.
Ma la Fifa ha imparato la lezione: dai Mondiali successivi, il governo calcistico mondiale ristabilirà la contemporaneità delle ultime partite di ciascun gruppo preliminare. “La nostra prestazione forzò la Fifa a fare quel cambiamento, e questo fu ancora meglio di una vittoria”, avrebbe dichiarato anni dopo Lakhdar Belloumi, bomber delle volpi del deserto. “Questo significa che l’Algeria ha lasciato un marchio indelebile nella storia del calcio”.
Ora, dopo altri due tentativi andati a vuoto (1986 e 2010), ora la selezione biancoverde: per la prima volta nella sua storia, ha passato il girone iniziale, giocando bene e divertendo (unica, brutta macchia, il laser puntato da un tifoso sul portiere russo Igor Akinfeev, non visto dall’arbitro, che potrebbe aver deconcentrato l’estremo difensore e favorito il gol-qualificazione della squadra di Vahid Halilhodžić). La prima qualificazione della storia regalerà all’Algeria un avversario molto particolare: la Germania. Trentadue anni e qualche giorno dopo quelle strambe e incredibili giornate di Gijón.

Guido Berger

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Storie mondiali – “Italia 1934”

7 giugno 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie mondiali

quarta puntata

in alto, Ricardo Zamora

 

Dei Mondiali di calcio del 1934 si è scritto di tutto. Si è detto che fu una manifestazione “di regime” voluta dal fascismo. Ed è vero: lo fu – e, purtroppo, non fu né la prima né l’ultima volta che una dittatura sfruttò lo sport cercando vittorie per acquisire consensi. Si è detto che fu il mondiale del “grande boicottaggio”. E lo fu: l’Uruguay campione uscente si rifiutò di partecipare, per ritorsione contro le grandi squadre europee (Italia, Austria, Cecoslovacchia e Svizzera) che non si erano presentate a Montevideo quattro anni prima, soprattutto a causa delle alte spese di trasferimento.
Ma i Mondiali del 1934, che videro la prima vittoria dell’Italia (e di una squadra che non fosse l’Uruguay, reduce da tre titoli iridati consecutivi – due conquistati ai Giochi Olimpici e uno in casa alla prima Coppa del Mondo), furono anche molto altro. Molto di più. Furono l’affermazione di Nicolò Carosio, un asso del giornalismo che lanciò nell’etere le sue radiocronache che erano poesia. Furono il coronamento di tanti sforzi per Vittorio Pozzo, lo scienziato del calcio: il Ct azzurro, scuola Toro (si dice che fu tra i fondatori della squadra granata, oltre che giocatore e allenatore) inaugurò un triplete di successi, che proseguì con i Giochi Olimpici 1936 e con il bis mondiale nel 1938. Furono il trionfo di un versatile fuoriclasse come Pepin Meazza, cannoniere fulminante e bandiera nerazzurra di sempre. Furono i Mondiali dove si esibirono due dei tre portieri più forti di sempre: il catalano Ricardo Zamora, classe 1901, e il ceco František Plánička, di tre anni più giovane (Lev Jašin era ancora fuori concorso: nel 1934 non aveva compiuto i cinque anni). Di Zamora si diceva: “come portiere può solo essere eguagliato, non superato”. Che sia vero o no, l’estremo difensore del Real Madrid sembrava ipnotizzare gli attaccanti: passare di lì era davvero dura. Gli azzurri lo avevano già incontrato, e battuto, ai Giochi Olimpici. E lo devono affrontare il 31 maggio, a Firenze, per un quarto di finale difficilissimo. Meazza e compagni sono reduci dalla passaggiata contro gli Stati Uniti, 7-1. Meno agevole l’impegno della Spagna, che ha dovuto incontrare il Brasile, battendolo per 3-1.
Italia-Spagna è quindi un incontro difficilissimo. E si mette subito male per gli azzurri: gli iberici si portano in vantaggio con un gol di Regueiro. L’undici di Vittorio Pozzo cerca in ogni modo di riportare la gara in parità, ma invano: neppure Meazza, neppure Schiavio riescono a passare: lui, Zamora, neutralizza tutto. Sembra che la vittoria sognata dal regime sfumi al secondo impegno dei mondiali. E invece non è così. Se Zamora sembra impossibile da fermare con mezzi leciti, lo si può fare con interventi non a norma di regolamento. Lo fa Schiavio, mentre Ferrari insacca e l’arbitro, il belga Baert, non vede (o fa finta di niente: non lo sapremo mai). E’ 1-1 e la partita finisce così.
Il regolamento di allora prevede la ripetizione dell’incontro. E il giorno dopo le squadre tornano in campo. Ma Zamora non c’è. E’ infortunato. E l’Italia vince 1-0: pericolo scampato. Dopo aver superato il Wunderteam austriaco in semifinale (anche qui con proteste sull’arbitraggio da parte degli avversari) gli azzurri si trovano in finale l’altro big dei pali: František Plánička, detto la “rondine boema” o “il gatto di Praga” (Pražská mačka), portiere e capitano della Cecoslovacchia. E’ lo spauracchio dei bambini (un piccolo tifoso avrebbe inviato un bigliettino ai ragazzi di Pozzo, che li invitava proprio a stare attenti all’estremo difensore dello Slavia

Combi e Plánička prima della finale 1934

Combi e Plánička prima della finale 1934

Praga: “Attenti a quel Plánička, con lui non si passa”. E invece, in un Flaminio impazzito, l’Italia passa: 2-1 il risultato finale dopo i tempi supplementari, Coppa del Mondo in saccoccia. Si dice che il boemo avrebbe, in futuro, manifestato un rammarico: quello di aver declinato, negli anni Venti, una proposta di ingaggio da parte del Torino. Se l’avesse accettata, probabilmente la finale Italia-Cecoslovacchia del Mondiali 1934 sarebbe stata… un derby, dato che l’estremo difensore azzurro era lo juventino Gianpiero Combi, classe 1902, che in bianconero trascorse l’intera carriera di calciatore. Capitano della squadra di Pozzo, Combi aveva disputato i mondiali a causa dell’infortunio del portiere titolare, l’interista Ceresoli. La sua risposta positiva alla chiamata del tecnico era arrivata dopo un colloquio di cinque minuti. Scelta felice, la sua, che lo portò ad alzare la Coppa del Mondo da capitano, lasciandosi dietro Plánička e Zamora.
Il portiere della Juve più forte di sempre appese i guanti al chiodo dopo quella partita. Zamora proseguì ancora qualche anno (chiuse al Nizza, dopo aver lasciato la terra natia a causa della guerra civile) e così Plánička, sempre fedele allo Slavia. In quanto ai Mondiali, per vedere una siimile parata di portieri in campo si sarebbe dovuto attendere il 1966, con il trio composto da Lev Jašin (l’unico che riuscì a eguagliare, o forse a superare, Zamora), l’inglese Gordon Banks e l’uruguagio Ladislao Mazurkievicz, l’arquero negro, l’uomo che – unico nei campi di calcio di tutto il mondo – era in grado di ipnotizzare Pelé.

Roderick Lewis

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Storie Mondiali – Uruguay 1930

30 maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie Mondiali

terza puntata

 

La prima Coppa del Mondo

La prima Coppa del Mondo

Genova, 21 giugno 1930. Il Conte Verde – nave costruita presso i cantieri William Beardmore&Co di Dalmuir, presso Glasgow, per la compagnia di navigazione zeneise Lloyd Sabaudo – salpa dal porto della Superba. Destinazione, Montevideo. A bordo, la nazionale romena che parteciperà ai Mondiali. Che viene presto affiancata da altri protagonisti del primo torneo iridato non olimpico della storia; al porto di Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra, sale la Francia, con i tre arbitri europei e un gruppo di delegati Fifa, guidati dal presidente Jules Rimet. Il padre dei Mondiali porta in valigia nientemeno che la Coppa, disegnata dal transalpino Abel

Jules Rimet

Jules Rimet

Lafleur, che dal 1946 porterà proprio il suo nome. A Barcellona sale poi la nazionale belga: il piroscafo lascia la capitale catalana con a bordo tre squadre europee su quattro partecipanti (la quarta, cioè la Jugoslavia, ha scelto di viaggiare a bordo del Florida, salpato da Marsiglia). Alla fine, è la volta della delegazione brasiliana, che sale a Rio de Janeiro. La “cittadinanza” genovese del Conte Verde è un po’ una simpatica rivincita della Superba: per scoprire le Americhe, la Santa Maria di Cristoforo Colombo o fontanin era partito da Palos. Ora il football riscopre le Americhe imbarcando la Coppa Alata proprio dalla Vegia Zena.
Sulla nave – approdata a Montevideo il 4 luglio – “non si parlava di tattiche o cose simili”, avrebbe rivelato la mezzala sinistra francese Lucien Laurent. E l’unico allenamento consisteva nel “correre qui e là sul ponte della nave. Correre, sempre correre”. Sotto coperta si facevano gli esercizi. “C’era anche una piscina”, e persino l’intrattenimento di attori o di un quarterro d’archi. Sempre con le parole di Lucien Laurent, “era come un villaggio turistico. Non capivamo pienamente la grandezza del motivo per cui stavamo andando in Uruguay. Solo anni e anni dopo ci siamo resi conto del nostro posto nella storia. In quel momento era solo avventura. Eravamo giovani che si stavano divertendo”.

Lucien Laurent

Lucien Laurent

Quel nugolo di calciatori, arbitri e dirigenti della Fifa stavano scrivendo un capitolo fondamentale della storia del calcio. E di un evento che sarebbe diventato un grande fenomeno di massa – oltre che un business milionario. Ma loro non lo immaginavano neppure lontanamente.
Qualche giorno dopo, Lucien Laurent scrive la storia in prima persona. Ma, neanche in questo caso, capisce l’importanza di quello che ha fatto. E’ il 13 luglio 1930: al Parque Central di Montevideo si gioca Francia-Messico. La partita è ferma sullo 0-0, finché, al 19′, un traversone di Alexandre Villaplane viene raccolto, di prima, da Laurent, che trafigge il portiere messicano Bonfiglio. Quella rete ha una grandissima importanza: è il primo gol assoluto nella storia della Coppa del Mondo. Il francese batte di quattro minuti l’americano Bart McGhee, unico marcatore della partita Usa-Belgio, giocata in contemporanea (gli Stati Uniti, è bene osservarlo, sono però infarciti di immigrati scozzesi naturalizzati: ben sette).

Sopra, Lucien Laurent racconta la Coppa del Mondo del 1930

 

Laurent anticipa quindi McGhee di pochi minuti. Ma lui – come già scritto – non sembra rendersi conto di essere entrato nel libro dei record. Ecco il suo racconto della segnatura. “Stavamo affrontando il Messico e nevicava, dato che nell’emisfero sud era inverno. Uno dei miei compagni crossò il pallone e io ne seguii con attenzione il movimento, colpendolo al volo di destro. Fummo tutti contenti, ma non esultammo neppure: nessuno capì che eravamo passati alla storia. Una veloce stretta di mano e proseguimmo l’incontro. Non ci fu neanche assegnato un compenso: all’epoca eravamo dilettanti a tutti gli effetti”. In quella partita, terminata 4-1 per la Francia, Laurent ha ancora i suoi minuti di gloria, ma come portiere. Sostituisce, infatti, tra i pali l’estremo difensore transalpino Thépot, obbligato a uscire dal campo per un infortunio (nel 1930, come si sa, non esistono le sostituzioni). Poi, nessun gol fino alla fine dei Mondiali (che si concludono con l’eliminazione a opera dell’Argentina, nel girone: nel 1930, passa solo la prima dei gruppi preliminari).

Guillermo Stábile

Guillermo Stábile

Il primo capocannoniere è, invece, l’argentino Guillermo Stábile, detto El Filtrador, con otto reti. E’ però l’Uruguay a portarsi a casa la coppa: terza stelletta consecutiva. Ma la finale, a onor di cronaca, è preceduta da episodi poco chiari: si parla di minacce e controminacce, da una parte e dall’altra, per influenzare, in maniera non lecita, l’esito della partita. Il fischietto belga John Langenus – arbitro professionista, nonché giornalista sportivo di una testata tedesca – è designato per la finale, ma dopo essere stato minacciato, tenta di sfangarla. Poi chiede e ottiene una polizza sulla vita e una nave pronta a partire non appena lui si imbarcherà – cioè a partita conclusa. E, dopo aver fischiato la fine (4-2 per l’Uruguay), l’arbitro se ne va al porto senza neanche cambiarsi: mentre il capitano uruguagio, l’olimpionico uscente

José Nasazzi

José Nasazzi

José Nasazzi è il primo ad alzare la Coppa del Mondo, il direttore di gara è già in marcia. Ma, colpo di scena, non può partire subito: il piroscafo resterà bloccato nella nebbia. Comunque, ne uscirà sano e salvo, senza problemi.

 

 

 

 

Continua a pagina 2

 

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Storie Mondiali – Amsterdam 1928

27 maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie mondiali

2a puntata

 

Amsterdam, 1928. I Giochi della nona Olimpiade – quelli che vedranno le prime atlete sui campi di gara – non sono ancora iniziati. Ma il congresso della Fifa, tenuto proprio nella città ospitante, decide che il calcio organizzerà Mondiali autonomi. L’edizione olandese dei Giochi sarà, dunque, l’ultima ad assegnare anche il titolo di campione del mondo: dal 1930, il football si muoverà con le sue gambe.

Virgilio Levratto

Virgilio Levratto

Gli azzurri, agli ordini di Augusto Rangone, affrontano questa grande occasione con un gran pavese di punte di diamante. Come Virgilio Levratto, lo “sfondareti” del Genoa (anzi: del “Genova”, come era stato rinominato d’imperio dalla dittatura fascista). O Combi, Rosetta, Caligaris, il micidiale trio difensivo della Juventus dei cinque scudetti. Antonio Janni, cuore Toro, fatto esordire da Vittorio Pozzo quando era allenatore dei granata. Elvio Banchero, dell’Alessandria, soprannominato “l’uomo del fango” perché i terreni pesanti sono la sua specialità. L’interista Fuffo Bernardini, futura bandiera della Roma del primo scudetto. Il bolognese Angelo Schiavio, che neppure parte da titolare. L’altro genoano, il portiere Giovanni De Prà, che proprio con Gianpiero Combi si gioca il presidio dei pali. E due stelle del Torino: Gino Rossetti e il capitano azzurro Adolfo Baloncieri, quelli che, con l’argentino “oriundo” Julio Libonatti (non convocato perché a rischio-professionismo) formano il “trio delle meraviglie” del Toro anni ’20. Alcune di queste stelle erano già presenti a Parigi, nel 1924. Ma ora sono giocatori più maturi, e pronti per sfidare persino il fortissimo Uruguay campione olimpico e mondiale uscente.
Il torneo parte con gli ottavi di finale (dopo la “scrematura” di un turno preliminare che vede il Portogallo prevalere sul Cile). Ottavi che si preannunciano già molto duri. L’avversaria è la Francia, e dopo 17 minuti la partita sembra già compromessa: gli uomini di Rangone sono già sotto di due reti. Ma la rimonta è formidabile: al 19′ accorcia Rossetti, impatta Levratto e, a fine primo tempo, l’Italia è già davanti, grazie a una rete di Banchero; al 60′ allunga Baloncieri, mentre il transalpino Dauphin fissa il risultato sul 4-3.

Da sinistra a destra, Baloncieri, Libonatti e Rossetti

Da sinistra a destra, Baloncieri, Libonatti e Rossetti

Gli ottavi registrano due eliminazioni eccellenti. La Svizzera vicecampione uscente è strapazzata (4-0) dalla Germania, che ai Giochi di Parigi 1924 non era stata invitata. L’Olanda padrone di casa e semifinalista uscente ha, invece, la sfortuna di imbattersi (ancora) nell’Uruguay: perde 2-0 ed è obbligata al torneo di consolazione.
Arrivano i quarti e si ripropone Italia-Spagna, come a Parigi 1924. Avversario temibile, la squadra iberica, ma senza il portiere Zamora. Il match finisce 1-1 dopo i supplementari (gol azzurro di Baloncieri): secondo i regolamenti dell’epoca, bisogna ripetere la partita. Tre giorni dopo, dunque, si rigioca. Gli azzurri danno qualche ritocchino alla formazione, gli iberici, invece, la cambiano radicalmente. La scelta “conservativa” dà ragione a Rangone: la Spagna viene asfaltata con un umiliante 7-1. Nel tabellino entrano Magnozzi, Schiavio, Baloncieri, Bernardini, Rivolta e Levratto, quest’ultimo con due marcature (una di queste fu molto singolare: la castagna del cannoniere genoano mandò in porta due avversari, per poi entrare in porta e bucare la rete).
Arrivano le semifinali. La prima è una pura formalità: l’Argentina passeggia sull’Egitto, archiviando la pratica con un sonante 6-0. Il giorno seguente è la volta di Italia-Uruguay.

E’ il primo match tra le due squadre – e anche un incontro che appare proibitivo per gli azzurri. Eppure, la partita si mette bene: è Baloncieri a portare avanti l’Italia al 9′. Gli uruguagi, però, partono in progressione e chiudono il primo tempo avanti per 3-1, con reti di Cea, Campolo e Scarone. Nella ripresa accorcia Levratto, e il match si chiude con un assalto azzurro, che costringe la Celeste nella sua area. A fine partita c’è persino una recriminazione: l’uruguagio Canavesi atterra in area il

La formazione  azzurra ai Giochi del 1928

La formazione azzurra ai Giochi del 1928

bomber genoano, ma il direttore di gara, l’olandese Eymers, sorvola. Finisce 3-2 per i campioni uscenti, ma gli azzurri ne escono vincitori morali. Tanto più che The Telegraph titola “Evviva il perdente!”. Per l’Italia, la consolazione di un bronzo, conquistato prendendo a pallonate (11-3) l’Egitto: vanno in rete Schiavio, Banchero e Magnozzi (autori di una tripletta) e Baloncieri (due gol all’attivo). Mentre l’Uruguay conquista il suo secondo titolo sull’Argentina, in un anticipo della finale 1930, gli azzurri sono la vera rivelazione di questi “Mondiali olimpici” che – dirà lo svizzero con passaporto italiano, nonché interista, Ermanno Aebi – “levarono sugli scudi Baloncieri come il miglior attaccante europeo del torneo”. Un riconoscimento diviso con il compagno di squadra Levratto.

Sopra, una sintesi della seconda partita di finale tra Uruguay e Argentina, finita con il risultato di 2-1. Il primo match si era concluso in parità, 1-1; si era così resa necessaria la ripetizione dell’incontro.

 

 

I due bomber entreranno presto nell’immaginario popolare. Il granata sarà definito da Brera “il più classico prodotto del calcio italiano negli anni 20 e uno dei più classici di sempre”, pari solo a Valentino Mazzola e a Giuseppe Meazza: non per niente, dal 1928, il settore giovanile del Torino sarà chiamato “Balon Boys” proprio in suo onore. Il genoano, da parte sua, ispirerà persino una canzone eseguita dal Quartetto Cetra: per raccontare le gesta immaginarie di un tale Spartaco, troveranno proprio nello “sfondareti” la pietra di paragone. Tutto questo nel 1959, quando l’ex genoano si è ritirato da più di 15 anni dai campi di calcio e da oltre 30 dalla nazionale. “Oh oh oh oh che centrattacco!”, canta il Quartetto, “Oh oh oh oh tu sei un cerbiatto! Sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco”.


Per la cronaca, il protagonista della canzone arriva a vestire l’azzurro, segnando ben 18 gol a Brasile e Portogallo, Ma poi, sul più bello, si sveglia. Tutto un sogno. E Spartaco si consola… con le “foto di Levratto e Nicolè”. Meglio di niente…

 

Roderick Lewis

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Storie Mondiali – Parigi 1924

26 maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie Mondiali

1a puntata

UruguayOsservate con attenzione la maglietta dell’Uruguay. Quante stelle vedete? Quattro, vero? Sì, quattro. Come i quattro Mondiali vinti. Gli albi d’oro, tuttavia, ci mostrano che la Celeste ha conquistato due tornei iridati: quello del 1930, giocato in casa, e quello del 1950, con il famoso Maracanazo (o Maracanaço, fate voi) che a più di mezzo secolo di distanza fa ancora piangere i brasiliani. Che cosa c’è sotto? Assolutamente nulla: effettivamente, gli uruguagi, di Mondiali, ne hanno portati a casa quattro. Alle due Coppe del Mondo ricordate qui sopra, occorre infatti aggiungere i Giochi Olimpici del 1924 e del 1928, che furono gli unici a essere riconosciuti dalla Fifa come Mondiali.

Il gioco del football era entrato nel programma a cinque cerchi fin dal 1900, e aveva preso parte anche all’edizione dei Giochi Intermedi. Ma la Fifa aveva deciso di riconoscere il torneo olimpico come campionato del mondo solo nel 1924 (sempre a Parigi), poco dopo l’elezione di Jules Rimet alla presidenza (ci resterà per 33 anni). Furono, però, solo due i Giochi equiparati dalla Fifa ai Mondiali: Parigi 1924 e Amsterdam 1928. Quando il comitato organizzatore di Los Angeles 1932 decise di escludere il calcio dall’appuntamento olimpico (ci sarebbe rientrato, definitivamente, nel 1936), il massimo organismo calcistico decise, infatti, di di fare da sé. Nacque la Coppa del Mondo.
Parigi 1924I Giochi Olimpici di Paavo Nurmi e di “Tarzan” Johnny Weissmuller aprirono, come detto, l’era dell’Uruguay. Lo stesso Vittorio Pozzo, nominato commissario unico azzurro pochi mesi prima della cerimonia di apertura, avrebbe ammesso che “nessuno poteva battere l’Uruguay”. Al torneo del 1924, la Celeste travolse la Jugoslavia (7-0), gli Stati Uniti (3-0) e la Francia padrona di casa (5-1), per poi regolare di stretta misura l’Olanda e battere con un rotondo 3-0 la Svizzera, nella finale dello stadio Colombes (eh sì, pochi lo sanno, ma la Nati è stata vicecampione del mondo). La “prima stelletta” ebbe un’eco fortissima in Uruguay: il 9 giugno – giorno della finale – fu addirittura proclamato festa nazionale.

(nel video, una breve sintesi della partita)

Se il match tra la squadra uruguagia e quella elvetica è stata la finale ufficiale del torneo, è opinione comune che si sia giocata anche la partita clou dei… “terrestri”: il quarto Svizzera-Italia (senza sottovalutare, naturalmente, la resistenza posta dall’Olanda in semifinale). Gli azzurri avevano raggiunto i quarti di finale battendo per 1-0 l’ostica Spagna del grande Zamora, beffato da un’autorete di Vallana su tiro di Baloncieri, e per 2-0 il facile Lussemburgo; i rossocrociati avevano, invece, spazzato via la Lituania (9-0) ed eliminato, con una certa difficoltà, la Cecoslovacchia (1-1, poi 1-0 elvetico nella ripetizione della partita). Lo scontro tra gli azzurri di Vittorio Pozzo e la Svizzera allenata dall’inglese Teddy Duckworth, disputata allo stadio Bergeyre di Parigi, terminò a favore dei rossocrociati: primo vantaggio elvetico di Sturzenegger, pareggio azzurro di Della Valle, definitivo 2-1 svizzero firmato Abegglen. Una rete che fu contestata da Pozzo per sospetto fuorigioco: il Ct presentò addirittura un reclamo ufficiale, che fu respinto.

La Svizzera fece in tempo a vincere per 2-1 la sua semifinale contro la Svezia (una squadra “tutt’altro che imbattibile”, l’avrebbe definita Pozzo) per poi incontrare la corazzata-Celeste. Oltre all’oro, l’Uruguay si portò a casa anche il titolo di capocannoniere, vinto da Pedro Petrone (7 gol), davanti allo svizzero Abegglen e allo svedese Rydell, con sei reti.

Roderick Lewis

 

In alto, la formazione dell’Uruguay, campione olimpico e mondiale 1924

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Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Nessuno ci crede veramente, alla “maledizione di Béla Guttmann”. Ma, sotto sotto, quella sinistra previsione condiziona l’inconscio dei giocatori del Benfica. Le finali perse si ammonticchiano, quasi fossero vecchie monetine messe lì, storte e sghembe, che per una strana deroga alle leggi fisiche se ne stanno in piedi, in colonna. E non c’è verso che cadano, quelle monetine: sono già otto, e otto son tante.
Quella previsione condiziona l’inconscio dei benfiquistas, si diceva. Non perché qualcuno ci creda davvero. Ma perché, finale persa dopo finale persa, l’autostima cala, le insicurezze si ingrossano. Il sortilegio, o presunto tale, è solo un alibi. C’entra quel campo senza illuminazione e senza tifosi, senza schemi né arbitro che è la psiche umana.
GuttmannAnche perché le parole che Guttmann pronunciò dopo che il Benfica gli aveva negato un aumento sono molto diverse da quanto comunemente si creda. Quando sbattè la porta e se ne andò da Lisbona, infatti, il tecnico esclamò infuriato: “Di qui a cent’anni nessuna squadra portoghese sarà bicampione europea, e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni”. Una previsione smentita dalle due vittorie del Porto (1986-87, contro il Bayern, e 2003-04, contro il Monaco). Un incantesimo sghembo, che – se si vuole essere precisi – non comprendeva altre manifestazioni se non il massimo torneo europeo. Ma si sa: quando c’è di mezzo la psiche umana, i confini si sciolgono e i tratti si fanno indistinti, grigi.
Ma chi era davvero Béla Guttmann? Chi era questo globetrotter del football, un po’ Herrera e un po’ Rocco, che faceva convivere un mesmerismo ipnotico a una cura scientifica del dettaglio? E che, anticipando il “mago interista” riempiva i giocatori di massime e aforismi? Chi era questo allenatore enigmatico, protagonista di una vita mai banale, fatta di luci e di ombre – alcune molto, molto buie, brutte e profonde?

Una vecchia stampa di Budapest

Una vecchia stampa di Budapest

Prima di tutto, Béla Guttman (anzi: Guttman Béla – in magiaro, il cognome viene prima del nome) era un austro-ungarico. E non solo di nascita, dato che – anche dopo che l’Impero cadde, sopravvivendo solo nei cuori di molti europei, e non solo – lui da austro-ungarico continuò a vivere, nei suoi continui spostamenti fra Budapest e Vienna, e dalle due capitali del vecchio Franz Josef al resto del mondo. Lui, nato a Budapest nel 1900 (almeno, così pare), figlio di due ballerini della comunità ebraica ungherese, era destinato a seguire le orme dei genitori. A volteggiare in aria, sfidando la legge di gravità, sbeffeggiandola come un moderno titano, prima che un perfetto atterraggio salvasse in extremis le leggi di Sir Isaac Newton. Non era ancora maggiorenne, Guttmann, e aveva già i binari della vita tracciati: in tasca una qualifica di istruttore di danza classica, l’esistenza programmata, il futuro certo. Ma Béla non era un treno che partiva e arrivava alla destinazione prevista. Béla era un cavallo di razza senza un fantino, che correva inquieto e cambiava velocemente percorso. Una nave spaziale alla scoperta di nuovi mondi, che ascoltava assorta le arcane melodie prodotte dalla gravitazione dei pianeti.
E così, non dà retta alla sicurezza, ma all’amore. E l’amore è il calcio. 

 

(continua a pag. 2)

 

 

 

 

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Domani sera a Sfide di Rai 3 anteprima di Italia-Brasile

8 maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Raramente nella storia della Rai un programma ha saputo conquistare sia il pubblico che critica come “Sfide“, nato nel 1999 dal lavoro dell’autrice e regista Simona Ercolani. La chiave del successo di questo format sta in parte nello sconfinato archivio della Tv di Stato e molto nell’azzeccata scelta di affidarsi a persone che solitamente non si occupano di sport, per puntare tutto sull’aspetto umano ed emozionale, tralasciando i fattori meramente tecnici che sarebbero stati ridondanti.
Dal 2012 alla conduzione del programma c’è Alex Zanardi, che in quanto agli aspetti epici dello sport non ha davvero nulla da imparare. In vista di Rio 2014, è partita su Rai 3 una nuova serie, “Sfide Mondiali“, che rievoca le precedenti edizioni del torneo. Dopo l’entusiasmante prima puntata, dedicata alla sentitissima rivalità tra Italia e Francia, venerdì 9 maggio alle 21.00 il menù riserva un piatto ancora più ghiotto: il confronto storico tra i nostri azzurri e il Brasile.
Non è certo enfatico definire Italia-Brasile “il derby del mondo”, visto che le due squadre sono nettamente in testa alla classifica dei mondiali vinti. La Seleçao ne ha conquistati cinque e noi quattro, per un totale di nove, che rappresenta praticamente la metà delle 19 edizioni fin qui disputate. Dietro di noi ci sono la Germania con tre successi, Uruguay e Argentina a due ed il terzetto composto da Francia, Spagna e Inghilterra, che si è dovuto accontentare di un solo squillo iridato. Tutti gli altri, stanno ancora sognando.
Da Pelè a Paolo Rossi, da Romario a Cannavaro, Italia e Brasile rappresentano il top del calcio planetario e, non casualmente, incarnano due filosofie sportive completamente diverse. In un’evidente continuità con le loro caratteristiche socioculturali, i brasiliani fanno un vanto del “fùtbol bailado” tutto attacco ed estetica, mentre l’arte di arrangiarsi tipicamente italiana si è spesso tradotta in un modo di giocare basato su catenaccio e contropiede. L’esempio più fulgido e felice di questo dualismo risale al mitico mundial del 1982. Nonostante l’inattesa vittoria sull’Argentina di Maradona, campione uscente, gli azzurri di Bearzot sembravano davvero spacciati al confronto con la Seleçao che molti tuttora considerano la più forte di ogni tempo, grazie a fenomeni come Zico, Socrates, Junior e Falcao. 
Il 5 luglio 1982, a Barcellona, andò però in scena l’imponderabile: Rossi, contestatissimo dalla stampa per il suo torneo fin lì anonimo, sbloccò il risultato, dando ragione al c.t. che si era ostinato a tenerlo in campo. Un diagonale di Socrates trafisse Zoff, riportando il punteggio in parità. Al Brasile sarebbe bastato il pari per andare in semifinale, ma accontentarsi non fa parte della mentalità verdeoro e così il pallone riprese a danzare sulla trequarti. Rossi, come un rapace, si avventò su una palla vagante e la fece sua, riportando gli azzurri in vantaggio. Fu il romanista Falcao a firmare il 2-2 con una bordata, ma ad un quarto d’ora dal termine Rossi segnò il terzo gol della partita, entrando nella storia del calcio come “Pablito”. Dopo il quarto gol, ingiustamente annullato ad Antognoni, e una parata miracolosa di Zoff, Rossi e compagni si involarono verso la conquista del titolo iridato.
Nelle due finali contro i brasiliani, però, abbiamo sempre avuto la peggio. La prima è stata a Messico ’70, quando la squadra di Gigi Riva arrivò all’ultimo atto stremata dalla storica semifinale vinta 4-3 ai supplementari contro la Germania. Il punteggio di 4-1 a favore del Brasile la dice lunga sul divario di valori in campo. Giusto che la coppa Rimet (allora si chiamava così) finisse alla squadra di Pelè, Gerson e Carlos Alberto, ma quella sfida resta nella storia anche per il rimpianto determinato dall’infelice scelta del c.t. Valcareggi di alternare le due stelle della nostra squadra: dal primo minuto giocò Sandro Mazzola, mentre Gianni Rivera (protagonista della vittoria sui tedeschi) entrò soltanto a sei minuti dalla fine, quando ormai non c’era più niente da fare. E’ quella che ricordiamo come la celebre “staffetta”, espressione talmente radicata nella storia d’Italia da essere usata anche quando cambiano i governi o i vertici di un’importante azienda.
A USA 1994 Arrigo Sacchi sognava una rivincita epocale, ma la sfiorò solamente. Il titolo iridato sfuggì nel modo più doloroso, ai calci di rigore. Per una clamorosa beffa del destino, a sbagliare dal dischetto furono i tre azzurri che più avevano contribuito all’approdo in finale. Daniele Massaro aveva salvato gli azzurri da una clamorosa eliminazione al primo turno, segnando in extremis al Messico. Franco Baresi era tornato in campo a tempo di record dopo l’operazione al menisco, per guidare i compagni verso il trionfo. Roby Baggio era stato l’autentico trascinatore della squadra, con le decisive doppiette contro Nigeria e Bulgaria e il magico assist contro la Spagna. A rendere ancora più beffarda la sconfitta c’era la considerazione che quel Brasile fosse per una buona metà formato da giocatori che nel campionato italiano non erano considerati delle primissime scelte: da Taffarel a Marcio Santos, da Branco a Mazinho.
E’ ben più lungo ed esaltante l’elenco dei fuoriclasse brasiliani che nella nostra Serie A hanno fatto faville: Ronaldo, Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Falcao, Zico, Socrates, Junior, Maicon, Cerezo, risalendo fino a Josè Altafini. L’ex bomber di Juventus e Napoli ha vestito sia la maglia azzurra che quella verdeoro, essendo uno degli “oriundi” nati in Brasile e poi naturalizzati italiani. Tra questi, vanno citati anche l’attaccante Amauri, ormai da tempo escluso dal giro azzurro, e soprattutto Thiago Motta: il centrocampista del Paris Saint Germain è uno dei punti fermi di Prandelli per il mondiale 2014.
Il conto alla rovescia prosegue. Il Brasile è sempre più vicino e le grandi emozioni sono dietro l’angolo. Con Alex Zanardi e “Sfide Mondiali”, Rai 3 ce ne offre un succosissimo antipasto.
L.Z.

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Quando il Grande Torino conquistò il Brasile

4 maggio 2014 • Bordate d'autore, Sport newsComments (0)

Sopra: l’ultima incisione dedicata al Grande Torino: Come nessuno mai, dei VoiGT

 

 

Il 4 maggio 1949, esattamente 65 anni fa, l’aereo del Torino proveniente da Lisbona (dove si era svolta un’amichevole con il Benfica) si schiantò contro il colle di Superga. La catastrofe non lasciò nessun superstite tra i giocatori, tecnici, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio imbarcati sul velivolo. L’eco della tragedia fu immenso in tutto il mondo, tanto da indurre la Fifa a proclamare il 4 maggio “Giornata mondiale del gioco del calcio”. Molti altri furono gli omaggi alla fortissima squadra. Il “Flaminio” di Roma fu rinominato “Stadio Torino”. In onore di quella squadra fortissima, alcuni club (tra cui, per esempio, il Trapani, che oggi milita in serie B) cambiarono la loro uniforme, che diventò granata. Anche da oltre oceano arrivarono omaggi sentiti: la squadra capace di vincere cinque campionati di fila era ben conosciuta anche in Sudamerica. Il River Plate si precipitò a Torino per un’amichevole di beneficenza contro il “Torino Simbolo”, selezione di giocatori di serie A allestita per l’occasione. Il Corinthians, invece, decise di onorare i caduti scendendo in campo con la maglia granata.
Se molti giocatori di tutto il mondo avevano sentito raccontare le gesta di quella squadra, o magari avevano visto qualche suo filmato, alcuni calciatori di club di San Paolo ci avevano giocato contro.

Il Corinthians in maglia granata dopo la tragedia di Superga

Il Corinthians in maglia granata dopo la tragedia di Superga

Nell’estate del 1948, infatti, il Grande Torino era stato invitato in Brasile per una tournée, nel corso della quale avrebbe incontrato le più forti squadre pauliste. Dopo un viaggio faticosissimo, con tre scali, Mazzola e compagni atterrarono a San Paolo attesi all’aeroporto da 8mila persone. Sauro Tomà – giocatore che in Brasile prese il posto di Maroso, infortunato, e che scampò alla trgedia di Superga a causa di un infortunio al ginocchio – ebbe a commentare: “laggiù, dove il calcio è arte, noi eravamo l’unica squadra del Vecchio Continente amata dai brasiliani”.
Furono quattro le partite disputate dalla squadra granata in terra paulista. La prima fu giocata contro il Palmeiras dell’ex interista Bovio, terminata 1-1. La seconda oppose il Torino al fortissimo Corinthians. Non era, quello, il primo incontro tra i granata torinesi e i bianconeri paulisti: nel 1914, infatti, la squadra granata era stata il primo club straniero a giocare contro il Timão (due vittorie toriniste, per 3-0 e per 2-1). Nel 1948, i brasiliani “vendicarono” le due sconfitte contro un Toro che non si era ancora ripreso dal jet lag: fu l’unica sconfitta dei granata (2-1) nella tournée paulista. Fu solo al terzo impegno – quello vinto con un rotondo 4-1 contro la Portuguesa – che Mazzola e compagni recuperarono pienamente il fuso orario. Ultimo match, quello contro il San Paolo del “mitico” Leonidas. Una partita dura, ruvida, che si svolse tra provocazioni, risse e anche un’invasione di campo, e che finì 2-2, con un gol (che molti videro regolare) annullato a Gabetto.
imagesIl Grande Torino aveva conquistato il cuore dei brasiliani. E, come già detto, il Corinthians ricordò quella squadra indossando la sua divisa dopo la tragedia di Superga, in occasione di una partita contro la Portuguesa. Una scelta rinnovata molto di recente: nel 2011, in occasione del centenario, la squadra di San Paolo ha riproposto quella maglietta (con la dicitura 1949) come terza casacca. Nella stagione 2011-2012, il Corinthians ha vinto la Copa Libertadores, conquistando poi, nell’inverno successivo, la Coppa del mondo per club.

Guido Berger

 

 

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Bira, il collezionista di calcio

4 maggio 2014 • Bordate d'autore, Te lo dò io il BrasileComments (0)

Sono sparsi in tutto il mondo. Dall’Ecuador alla Colombia, dalla Russia all’Ucraina, dal Messico all’Austria, da San Paolo del Brasile a Busto Arsizio. Stiamo parlando dei collezionisti di materiale sportivo. Che, come qualsiasi perfezionista delle raccolte, si sono adeguati ai tempi. Una volta si scabiavano lettere e attendevano giorni, settimane, talvolta mesi per una risposta. E poi, solo dopo essersi scritti, iniziavano a inviare materiale. Oggi c’è internet, che accorcia – e di molto – i preliminari. Ma, a parte questo, poco è cambiato.
Abbiamo parlato di questa passione con Ubiratan (“Bira”) Rezende Nunes, che da più di 30 anni colleziona materiale sportivo. Nato nel 1967, sposato con due figli, tifoso del Corinthians, “Bira” è laureato in storia e lavora al Sesc (Servizio Sociale del Commercio) di San Paolo, con il compito di sviluppare programmazioni socioculturali e sportive. Tra le sue realizzazioni recenti la mostra-sondaggio interattivo sulla Seleção più forte di tutti i tempi, organizzata al Mercado Municipal di San Paolo, di cui abbiamo parlato qui.

Bira con la sua famiglia

Bira con la sua famiglia

Ma come si inizia una collezione di materiale sportivo? “Io ho cominciato quasi per caso”, risponde Rezende. “Mi spiego: quando ho cominciato, il mio obiettivo era quello di conoscere il calcio internazionale, soprattutto quello europeo, che nei primi anni ’80 iniziava ad arrivarmi “in casa” grazie soprattutto al campionato italiano”. E così sono iniziati gli scambi… “Sì, ma i corrieri erano lenti e la corrispondenza tardava ad arrivare: di solito passavano circa due mesi tra l’invio e la risposta. L’attesa mi procurava un misto di ansia e tensione. Un po’ perché non sapevo se il materiale spedito era arrivato a destinazione, un po’ perché temevo che il gap linguistico potesse generare incomprensioni o fraintendimenti”.imagens da escola bia 403
Dove hai trovato i primi corrispondenti europei? “Nelle pagine di scambi e baratti della rivista brasiliana Placar. Poi ho iniziato ad ampliare il mio giro di conoscenze grazie alla sezione Stranieri del Guerin Sportivo”.
Qual è il focus della tua collezione? “Più di uno. Ed è cambiato con il tempo. Inizialmente, mi sono dedicato soprattutto a riviste e distintivi delle squadre di club . Poi, con l’aiuto di amici, ho scoperto altri mondi affascinanti: gli album di figurine Panini, le bandiere e le sciarpe – tra l’altro, queste ultime non sono una tradizione brasiliana, e sono entrate nei nostri stadi solo negli ultimi anni. Minhas Camisas.2013 663Ho scoperto anche i distintivi di metallo, grazie ai molti collezionisti, soprattutto in Europa centrale e orientale. Solo dagli anni 2000 la mia collezione ha decisamente “virato” verso le magliette”.
Per quale motivo? “Negli anni ’80, le maglie erano molto costose e rare: quindi era molto difficile procurarsele: solo nel decennio successivo le squadre hanno deciso di dare un colpo di acceleratore su questo business (normali divise da gioco, ma anche casacche commemorative e alternative), che è diventata un’incredibile fonte di reddito per i club”. E un’occasione per i collezionisti. Minhas Camisas.2013 667Ma questo non è l’unico motivo che ha convinto Bira a concentrarsi soprattutto sulle divise ufficiali da gioco. “L’informatizzazione e la diffusione di internet hanno cambiato la prospettiva in breve tempo”, spiega. “La possibilità di ricevere riviste, manifesti e cartoline via internet in formato digitale ha messo in discussione le tradizionali collezioni di periodici in carta”. Decretando, se non la fine, almeno il declino di queste raccolte. “Comunque”, precisa Rezende, “conservo gelosamente le riviste accumulate nel tempo: sono ancora lì, divise per anno. Sono un po’ come reperti archeologici. E hanno un valore affettivo: ogni pezzo mi ricorda una persona, la sua generosità, la sua amicizia”.

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Il campionato del mondo… della risata

29 gennaio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

La coppa del mondo del 2010 sarà ricordata per l’esordio di uno stato africano come paese organizzatore. Ma anche come la prima edizione social del massimo torneo calcistico. E’ vero: nel 2006 i più popolari network 2.0 esistevano già, ma non erano così diffusi. Twitter era stato fondato da pochi mesi, YouTube da poco più di un anno, Facebook non era ancora un fenomeno di massa e MySpace stentava a diventarlo. Il mondiale sudafricano, invece, è stato costantemente affiancato da hashtag, post, commenti e video. Alla particolare atmosfera che si crea nelle città ospitanti e alla tradizionale copertura di giornali, radio, televisione, si sovrapponeva così un “villaggio globale” della coppa del mondo, popolato dalle miriadi di utenti attivi e passivi dei social network. Per un giornale, o un emittente televisiva, riprendere un tweet (e magari aprire un dibattito sull’ultimo post) diventava una prassi normale.

In questa situazione, anche quei video che in passato restavano circoscritti ad aree geografiche ben delimitate hanno abbattuto tutti i confini. E, grazie alla “viralità” del web, si sono guadagnati una visibilità su scala planetaria. Il fenomeno ha accomunato le clip “ufficiali”, con quelle “fatte in casa”: a giudicarne la popolarità, le views e i commenti degli utenti.

Così, già fin da prima dei mondiali sudafricani, si sono diffuse immagini sul tale giocatore, o allenatore, o funzionario federale, o tifoso celebre: fossero essi provenienti da una televisione, o da un gruppo musicale oppure da un singolo utente, i filmati si sono “mischiati” nel calderone di YouTube e degli altri social media.

Nel grande mondo dei video dedicati ai mondiali, c’è stato spazio anche per quelli ironici e utopistici, che hanno guadagnato valanghe di click e che ora – a quattro anni di distanza – continuano ad accumularne. Soprattutto se considerati attuali anche per i mondiali brasiliani.

E partiamo proprio dal País tropical, con un video ritrae la versione corinthiana (cioè, interpretata dai tifosi del Corinthians) dell’inno nazionale.

 

Un tentativo, questo,  accolto con qualche sorriso e  con le solite, inevitabili schermaglie tra tifosi, ma generalmente non con accuse di mancanza di rispetto nei confronti dell’inno. Nonostante le evidenti e frequenti stonature. Perché i brasiliani, si sa, ci tengono, e molto, al loro inno, ma sono in grado anche di fare dell’autoironia.
(prosegue a pag. 2)

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