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Brasile in lacrime. E la Rousseff trema

9 luglio 2014 • Sport news, Te lo dò io il Brasile

“Chiedo scusa al Brasile, perché so quanto dolore provocherà il 7-1. Abbiamo cercato di rispettare i brasiliani continuando a giocare e cercare la via del gol”. Con questa dichiarazione Bastian Schweinsteiger ha colto l’essenza dei brasiliani, del loro amore per la Seleção, della loro passione per il futebol, che sfiora l’identificazione di un popolo con il gioco più bello del mondo.

Podolski e Schweinsteiger  con la maglia del Flamengo

Podolski e Schweinsteiger con la maglia del Flamengo

 

Già, perché il rapporto del Brasile con il calcio è qualcosa di unico e di difficilmente replicabile altrove. Il football è una parte importante – determinante – dell’identità nazionale brasileira. Al momento della sua indipendenza, proclamata nel 1822, il vastissimo “subcontinente” abitato in gran parte da coloni, schiavi e immigrati (e loro discendenti) che provenivano da varie parti del mondo, non aveva una peculiarità che li

L'imperatore Pedro II

L’imperatore Pedro II

unificasse. Tranne, forse, l’imperatore, che aveva mantenuto la casata dei Braganza al potere anche dopo la separazione del Portogallo. Ma nel novembre 1889, un golpe del generale Deodoro da Fonseca depose l’ultimo monarca, Pedro II, detto “il Magnanimo”. E in un paese ancora acerbo come il Brasile venne a mancare anche il trait d’union rappresentato dalla Corona.
Passarono appena cinque anni dal colpo di stato e un nuovo “regnante” sbarcò nel porto di Santos. Lo fece con discrezione, ma alla fine conquistò il paese. Non era un membro della casata portoghese dei Braganza, e tanto meno un re straniero. Era un gioco inglese. Il gioco del calcio. Lo portò il calciatore Charles William Miller, inglese con madre brasiliana, che

Charles William Miller

Charles William Miller

raggiunse Santos dopo due settimane in mare. La sua arma fu il regolamento dell’Association football. Il resto lo fece Arthur Friedenreich, calciatore con padre tedesco e madre afro-brasiliana, che tra il 1915 e il 1930 incantò il paese e decretò, con le sue giocate, il successo del calcio. Lo sport inglese, che i brasiliani fecero loro.
Il futebol è dunque un’importantissimo collante. Anzi, un elemento determinante dell’unità brasiliana. Per questo, una sconfitta importante della Seleção viene vissuta come una tragedia nazionale – evento, questo, incomprensibile persino agli inglesi, che il football lo hanno inventato.

Arthur Friedenreich

Arthur Friedenreich

“Abbiamo cercato di rispettare i brasiliani continuando a giocare e cercare la via del gol”, ha dunque detto Schweinsteiger. A ragione. Perché, se per il Brasile un 7-1 in una semifinale mondiale giocata in casa propria è una mortificazione che resterà nella storia, uno stop dei tedeschi sul 3-0, o sul 4-0, si sarebbe rivelata un’umiliazione ancora peggiore; avrebbe denotato pena o compatimento nei confronti degli avversari. Un’onta incredibile per un paese che si considera la patria (pur acquisita) del football. Mentre il Brasile lo si onora giocando a calcio, dando il massimo, fino al fischio finale, Anche se questo implica un risultato di protezioni catastrofiche. Per rispettare un paese dove il calcio è il simbolo di identità nazionale, bisogna giocare a calcio, sempre, comunque. Nonostante le conseguenze.
Come molti tedeschi, anche Basti è sicuramente rimasto colpito dalle lacrime dei tifosi brasiliani sugli spalti, o nelle fan fest, che hanno fatto rapidamente il giro del mondo. E per questo si è scusato con i brasiliani. Imitando Obdulio Varela, capitano e leader dell’Uruguay 1950, protagonista del famoso (o famigerato) Maracanaço, la sconfitta per 2-1 che privò il Brasile di un titolo virtualmente già conquistato. Una ferita che non si è mai rimarginata, nei brasiliani. Al bellissimo museo del calcio di San Paolo, per quella partita c’è un’area dedicata. Uno spazio scuro, dove la gente entra e vede le immagini di quel Brasile-Uruguay del 1950, proiettate in loop. Una sorta di teatro della catarsi, dove – possiamo scommetterci – qualcuno piange ancora. Perché la concezione brasiliana del calcio è questa: ricordare le vittorie, ma anche (e forse ancor di più) le sconfitte, tornarci sopra, meditarci, dare sfogo alle proprie emozioni, e farlo ancora, ancora, ancora.

Moacir Barbosa

Moacir Barbosa

Si dice che, di quella squadra tutti i brasiliani ricordino la formazione. Sicuramente, chiunque ha in mente un nome in particolare, quello di Moacir Barbosa, estremo difensore di quello strano giorno del Maracanã. Uno dei più forti portieri brasiliani di sempre. La partita è sull’1-1, a poco dalla fine. Non si tratta di una finale, ma del match conclusivo di un girone a quattro, che comprende Brasile, Uruguay, Svezia e Spagna. La Seleção è avanti di un punto: le basta un pareggio per essere incoronata con la Coppa Rimet. Il vantaggio brasiliano di Friaça è stato annullato da un gol di Schiaffino; ma poco conta, manca poco al trionfo. Barbosa vede avvicinarsi Ghiggia. Si aspetta un cross. E invece Ghiggia tira e insacca. E’ il gol del 2-1 definitivo uruguagio, il gol del Maracanaço.

 

A Barbosa vengono attribuite grandi responsabilità, molte di più di quante effettivamente ne abbia. Il portiere veste ancora la maglia della Selecão fino al 1953, e gioca in campionato fino al 1962, ma è ormai bollato a vita. Nel peggior modo possibile: la società brasiliana lo isola, lo disprezza, e la sua esistenza viene praticamente ignorata. L’indifferenza, a volte, è più pericolosa dell’ostilità. Nel 1993 si trova nei pressi della Seleção, che sta preparando una partita, e decide di andare a salutare i campioni della squadra che su sua. Ma non lo lasciano entrare allo stadio. “La sentenza più pesante in Brasile è di 30 anni”, dirà nel 2000, poco prima di morire. “La mia dura da 50”. E oltrepassa le generazioni, se è vero che la figlia non è stata dichiarata gradita in tribuna.
Il rischio, per i protagonisti dell’1-7 contro la Germania, è esattamente lo stesso degli uomini del 1950. Essere ricordati nella storia del Brasile con un marchio di infamia, immortalati nelle stanze buie dei musei e dell’inconscio collettivo come i responsabili di una catastrofe nazionale. Della “maggiore vergogna della storia”, come sparato in prima pagina dal quotidiano Lancenet. Una vergogna forse anche peggiore di quella del 1950. Perché nel 1950, il Brasile restò in partita fino all’ultimo. Qui no.
Se ci fosse bisogno di due aggravanti, eccole qui. Primo: l’1-7 rimediato contro la Germania eguaglia lo 0-6 subito dall’Uruguay nel 1920 come sconfitta più pesante della storia. Secondo: i verdeoro non perdevano una partita disputata all’interno del proprio territorio dal 1975, in Copa América: 1-3 contro il Perù di Teófilo Juan Cubillas.

Ciliegina sulla torta, il commento di Diego Armando Maradona, non certo un amico del Brasile: “sul 6-0 stavano per sospendere la partita perché era chiuso il primo set”, ha detto, con un sarcasmo davvero strabordante.
Il Mineiraço come il Maracanaço, dunque. Chi ha assistito a Brasile-Uruguay del 1950 si ricorda esattamente che cosa ha fatto quel giorno, in Lacrime brasilianeche zona dello stadio si trovava, con chi ci era andato, che cosa aveva addosso, che cosa aveva mangiato. Chi non ha visto la partita, ricorda benissimo dove si trovava quando ricevette la notizia della sconfitta. Sarà così anche per l’umiliante 7-1 di ieri: fra anni e anni, i bimbi che piangevano sconsolati racconteranno questa partita ai nipoti, e questi ultimi riferiranno ai figli, e la storia si tramanderà. Generazione dopo generazione.
Intanto, il post partita è stato molto movimentato. A Belo Horizonte, i tifosi tedeschi sono stati rispettati, e hanno ricevuto congratulzioni dagli avversari; in compenso, alcuni colombiani sono stati aggrediti (si dice da ultras dell’Atlético Mineiro), in una folle punizione “per conto terzi” per l’infortunio di Neymar, causata dal cafetero Zúñiga.

Sempre a Belo Horizonte, quattro fermi allo stadio. E incidenti in varie parti del Brasile: tafferugli (con cariche della polizia annesse) alla fan fest di Recife e a Rio, sulla spiaggia di Copacabana; autobus in fiamme a San Paolo, dove sono state bruciate bandiere brasiliane. Certo: le proteste di ieri sera, rientrate, hanno una motivazione molto diversa da quelle di stampo sociale e politico che hanno accompagnato il Brasile in tutto questo tempo, da prima della Confederations Cup fino a ora. Le prime sfogano con atti violenti la rabbia e la delusione per una sconfitta umiliante; le seconde si scagliano contro l’aumento del prezzo degli autobus, gli sgomberi forzati, la violenza della polizia, le spese faraoniche per gli stadi quando scarseggiano ospedali e scuole. Non sembra esserci rapporto tra questi due fenomeni, che sembrano addirittura opposti: le proteste anti-Mondiali sono anche sfociate in fenomeni di tifo contro – una tendenza che ha visto spezzare in maniera impensabile il binomio Brasile-calcio. Tendenza che è stata sintetizzata dalla canzone Desculpe, Neymar (“Scusami, Neymar”), di alcuni mesi fa, dove il cantautore Edu Krieger spiegava perché ai Mondiali non avrebbe tifato Brasile.

 

Due tendenze opposte, si diceva. Ma l’insoddisfazione fa strani effetti: non è da escludere la saldatura fra questi due fenomeni. Se, negli ultimi sondaggi una buona metà dei brasiliani si dichiarava favorevole all’organizzazione dei Mondiali casalinghi e metà avrebbe volentieri rinunciato, il Mineiraço potrebbe trasferire molti delusi nella schiera degli oppositori al prossimo grande evento: i Giochi Olimpici di Rio 2016. Se molti hanno accettato i sacrifici imposti (alcuni intollerabili) sperando di trovare conforto in una vittoria della squadra di Scolari, ora che le illusioni sono svanite nel modo più incredibile potrebbero reagire in qualsiasi modo.

dilma-rousseff5-620x450A temere più di tutti è Dilma Rousseff, la presidenta del Brasile, che in ottobre si giocherà la riconferma alle urne. “Mi dispiace immensamente per tutti noi tifosi e per i giocatori”, ha twittato Dilma dopo la sconfitta contro la Germania. Ma, sicuramente, la costernazione è soprattutto preoccupazione per il suo futuro politico. Dopo la vittoria con la Colombia, la presidenta aveva guadagnato ben cinque punti nei sondaggi elettorali. Mentre l’1-7 rimediato contro una Germania solida e cinica potrebbe avere un effetto-valanga. E provocare la sua caduta.

In Europa, un simile scenario sarebbe difficile da concepire. Ma in Brasile no. Nel paese creato dal calcio, un pallone rotondo può provocare conseguenze incredibili. Anche far perdere il posto a un presidente.

Guido Berger

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