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Il calcio da rottamare

30 giugno 2014 • Te lo dò io il Brasile

di Lorenzo Zacchetti*. La figuraccia rimediata dagli azzurri in Brasile ha causato danni a tutti noi, dai commercianti che hanno dovuto rinunciare all’indotto prodotto da maxischermi e iniziative simili, fino ai lettori costretti a sorbirsi commenti di ogni genere sull’avvilente performance della squadra di Prandelli. Nell’ostinato tentativo di distinguersi dalla massa, commentatori non sempre ferrati si sono prodotti in elucubrazioni sociologiche derivanti dalla “strabiliante” scoperta di uno spogliatoio lacerato.

Davvero c’era bisogno del Costa Rica per scoprire che il calcio italiano è precipitato a infimi livelli qualitativi? E c’è qualcuno che può sinceramente sorprendersi di fronte all’evidenza del fatto che su Balotelli e Cassano non si può fare affidamento? 

Il vero problema non sono gli attriti tra giovani e senatori, ma la preoccupante distanza tra chi nella sua carriera ha saputo vincere qualcosa e chi invece rischia di doversi accontentare delle briciole. Nel caso di Cassano, il verdetto è quasi definitivo. A 32 anni, il pugliese è ormai un ex giovane che intravede il finale di una carriera nella quale ha vinto pochissimo (due scudetti e due Supercoppe nazionali) e mai da protagonista. Il massimo che è riuscito a fare del suo enorme talento è stato mettersi in luce in squadre già vincenti a prescindere da lui, quindi non si capisce come mai Prandelli abbia scelto proprio lui, quando la nazionale era in crisi e le serviva un salto di qualità.

Balotelli di anni sta per compierne 24 e quindi non è più un bambino nemmeno lui. Ha già vinto più di Cassano e ha ancora molto tempo a sua disposizione per scrivere una storia completamente diversa, ma prima dovrà rendersi conto che per essere un vero campione non bastano soltanto i piedi, ma serve anche la testa.

Gli stracci che volano nello spogliatoio di una nazionale mediocre si spiegano con queste ragioni, non con il conflitto generazionale che è soprattutto un’invenzione giornalistica utile a colmare il vuoto lasciato dagli azzurri. Il conflitto generazionale, quello vero, riguarda la politica sportiva, che rappresenta l’altra faccia del fallimento italiano. Per rimpiazzare il dimissionario Abete, un sistema impaludato propone il trio Tavecchio-Macalli-Lotito, che insieme totalizzano la bellezza di 206 anni. Alla faccia del rinnovamento e della rottamazione che in molti invocano come fattore fondamentale del rilancio del Paese!

Il calcio continua a ritenersi un mondo a parte, governato da regole tutte sue, e dal suo immobilismo deriva anche la difficoltà di trovare un allenatore in grado di rimpiazzare Prandelli. Sono lontanissimi i tempi nei quali il naturale sostituto del c.t. era il suo omologo dell’Under 21: oggi si parla più di soldi che di ambizione sportiva e i tecnici federali guadagnano decisamente meno rispetto a chi lavora nei principali club italiani e stranieri. Conte c.t. part-time, condiviso con la Juventus? Funzionerebbe in un paese normale, quindi non in Italia, dove sospetti e polemiche accompagnerebbero ogni convocazione.

Il gattopardismo del potere calcistico non è certo un problema solo italiano. Lo dimostra una figura inquietante come quella di Sepp Blatter, che ha 78 anni e che svolge il ruolo di numero 1 della Fifa da quando ne aveva 62. Pronto per la pensione? Macché, Blatter punta ad essere rieletto per la quinta volta e tiene così tanto alla sua poltrona da promettere l’introduzione della moviola in campo, visto che l’argomento è popolare e potrebbe portargli consenso. Peccato che fino a un paio di mesi fa lo svizzero sia stato il primo oppositore della tecnologia, con motivazioni nemmeno peregrine come il fatto che tale innovazione sarebbe inapplicabile nei campionati di livello minore sul piano tecnico ed economico.

E’ strano che non susciti indignazione il voltafaccia del padrone assoluto del calcio mondiale, al quale dobbiamo scandali come gli arbitraggi pro-Corea del 2002 o l’assegnazione al Qatar del mondiale 2022. Allo stesso modo, nessuno sottolinea la gravità delle decisioni prese in occasione dell’edizione in corso in Brasile. All’improvviso, il gioco più popolare del mondo ha cambiato le sue regole, introducendo la goal-line technology e i time-out per difendersi dal caldo. Non nego che questi cambiamenti possano avere effetti positivi, ma non era mai successo che un’innovazione alle sacre regole del pallone fosse introdotta in occasione di un campionato del mondo, senza prima condurre un’adeguata sperimentazione durante competizioni meno importanti.

Il “cooling break” è stato necessitato dalle proibitive condizioni climatiche in Brasile, questo è vero, ma siccome i mondiali non si giocano ogni giorno, viene da chiedersi se non fosse il caso di pensarci prima, senza farsi tirare la giacchetta dai giudici del lavoro. Che cosa ha di più importante da fare il governo del calcio planetario, se non si occupa di queste cose?

Non siate maligni, non pensiate che ormai si pensa soltanto al business. Sta di fatto che i padroni del calcio non si lasciano rottamare.

*direttore di Champions City

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One Response to Il calcio da rottamare

  1. millo ha detto:

    CAMPIONATO ITALIANO E NON CAMPIONATO DEGLI ALTRI, mAX 3 GIOCATORI STRANIERI, BUONI, MA QUELLI VALIDI NON VENGONO E, QUEI POCHI SE NE VANNO DOVE CI SONO PIù SOLDI. IL CALCIO ITALIANO NON ESISTE PIU’. UN CAMPIONATO MEDIOCRE, PER CUI CHI LO VINCE NON PUO’ ESULTARE. LARGO AI GIOVANI E FUORI TUTTI QUELLI CHE CI SONO. ANDATE TUTTI A ZAPPARE LA TERRA, TANTO SIETE DELLE BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA CALCIATORI VIZIATI E STRAPAGATI. GUARDATEVI ATTORNO MONDO CALCIO, CHE C’E’ TANTA POVERT’A’, E PERSONE CHE NON RIESCONO NEANCHE A VIVERE IN ITALIA

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