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Tra campioni e programmazione: analisi del modello Arsenal

18 ottobre 2014 • Sport news

di Lorenzo Zacchetti. Dopo dieci anni di sacrifici economici legati alla costruzione dell’Emirates Stadium, i “Gunners” sono tornati a spendere con convinzione, per tornare grandi

Quante squadre italiane avrebbero resistito per dieci anni senza vincere niente ed evitando di cacciare l’allenatore? Arsène Wenger è uscito indenne da una decade senza trofei, anche perché nell’Arsenal lui non è “solo” un allenatore, ma un manager nel vero senso della parola ed ha giocato un ruolo decisivo nel progetto dell’Emirates Stadium. Il passaggio dal mitico Highbury al nuovo impianto di Ashburton Grove ha permesso ai “Gunners” di passare una capienza di poco più di 38.000 spettatori ad una superiore ai 60.000, ma il cambiamento non è stato indolore. Indebitato per oltre 500 milioni di euro, il club ha dovuto fare le nozze coi fichi secchi e a quel punto si è affidato in maniera totale a Wenger ed alla sua capacità di scoprire e lanciare giovani di talento. Altro che esonerarlo, il tecnico francese è diventato indispensabile, per una squadra che ha man mano dovuto cedere i vari Henry, Vieira, Hleb e Fabregas.

Dieci anni dopo, il cerchio sembra essersi chiuso. La squadra ha ripreso a vincere (lo scorso maggio la F.A. Cup, ad agosto il Community Shield) e la società ha ripreso a investire. In estate sono arrivati giocatori affermati a partire da Alexis Sanchez, ennesimo affare concluso con il Barcellona. La punta cilena è certamente il rinforzo più importante, ma non si è trattato di un’operazione isolata. Dopo una serie di prestiti, è rientrato a Londra l’attaccante costaricano Joel Campbell, messosi in luce al mondiale con un gran gol all’Uruguay. Ha ben impressionato in Brasile anche il portiere colombiano David Ospina, prelevato dai francesi del Nizza per contendere il posto da titolare al non stratosferico Wojciech Szczesny. Mathieu Debuchy è arrivato dal Newcastle per prendere il posto del connazionale francese Bacary Sagna, passato al Manchester City. Thomas Vermaelen invece è finito al solito Barcellona, dopo un periodo decisamente negativo, e al suo posto ora c’è il diciannovenne Calum Chambers, acquistato dal Southampton. Eliminata la pressione psicologica derivante dal lungo periodo a bocca asciutta, il nuovo Arsenal può concentrarsi sulla Premier League, traguardo raggiungibile solo superando ostacoli decisamente impegnativi come i due club di Manchester, il Chelsea e il Liverpool, che ancora non ha dimenticato il traumatico sorpasso subito la scorsa stagione. L’effettivo miglioramento dei “Gunners” dovrà essere misurato in particolare negli scontri diretti con le altre pretendenti al titolo, visto che l’anno scorso sono arrivate umiliazioni storiche come il 6-0 subito sul campo del Chelsea. C’è un precedente storico che rincuora i tifosi londinesi: nella stagione 1996/97 l’Arsenal ebbe un percorso simile (forte con le deboli, debole con le forti) e in estate Wenger rinforzò la squadra con alcuni nomi di peso quali Petit e Overmars, conquistando il “Double” nel campionato successivo. Il calcio è cambiato molto in questo arco di tempo, ma il segnale positivo dato con il secco 3-0 al Manchester City nel Community Shield corrisponde ad una robusta iniezione di ottimismo. Per la prima volta dopo tanti anni, l’Arsenal si presenta al ballo di gala con un abito senza toppe, che non ha molto da invidiare a quello delle altre debuttanti.

A proposito di abito, la situazione economica del club è cambiata anche grazie al sensazionale contratto siglato con il nuovo sponsor tecnico Puma, al termine di un rapporto ventennale con Nike. L’azienda tedesca si è legata ai “Gunners” per cinque anni, su una base annua superiore ai 34 milioni di euro. Si tratta della partnership più costosa nella storia del pur ricco calcio inglese e della seconda a livello europeo, visto che in cima a questa particolare classifica ci sono i 38 milioni di euro che Adidas paga al Real Madrid. Il quarto posto in Premier League ottenuto la scorsa stagione va quindi considerato come una base di partenza per un club che pur figurando nella top ten dei più ricchi del mondo non ha mai vinto la Champions League. Lo stesso si può dire per il Manchester City, che però è entrato in questa graduatoria solo recentemente, grazie all’arrivo del facoltoso sceicco Mansour.

Al contrario, i londinesi hanno seguito con pazienza monastica un percorso fatto di sacrifici e investimenti oculati, giungendo addirittura a sacrificare gli obiettivi sportivi per garantire un futuro sereno alla società. In questo, va apprezzata anche la maturità dei tifosi: anche in questo, il calcio italiano ha molto da imparare o, quantomeno, possiamo dire che tra l’isteria nostrana e la flemma eccessiva dei britannici si potrebbe trovare una più equilibrata via di mezzo. Nella sua diciannovesima stagione alla guida dell’Arsenal, Wenger non ha più molte da scuse da accampare. La squadra appare ben attrezzata per puntare in alto, sia in campo nazionale (dove i cugini del Chelsea sono diventati ancora più antipatici con l’arrivo dell’ex Fabregas), sia in campo europeo, dove il francese deve riscattare il dato statistico che lo vede come unico allenatore ad aver perso tutte e tre le finali delle competizioni Uefa: la Champions League nel 2006 contro il Barcellona, la Coppa Uefa nel 2000 contro il Galatasaray e la Coppa delle Coppe nel 1992 contro il Werder Brema, quando allenava il Monaco. Prossimo ai 24 anni, Aaron Ramsey è ormai maturo per essere l’uomo-guida dei “Gunners”. Con lui in campo, l’Arsenal ha una percentuale di vittorie del 70,6, che precipita al 55% quando il gallese non gioca. Averlo sempre in forma (al contrario di quanto accaduto lo scorso anno) è quindi vitale, anche perché è incredibilmente capace di fare tutto, dai contrasti agli assist vincenti. A illuminare il gioco pensa invece Mesut Özil, i cui lanci illuminanti possono esaltare un attacco nel quale i nuovi arrivati Sanchez e Campbell si aggiungono a Giroud, Podolski, Sanogo e Walcott. Non va trascurato nemmeno Serge Gnabry, esterno diciannovenne di padre ivoriano e madre tedesca. L’Arsenal lo ha scovato tre anni fa nel vivaio dello Stoccarda, ma finora non è riuscito a farlo rendere come nelle nazionali giovanili tedesche. Secondo Joachim Löw la sua esplosione è soltanto questione di tempo e se lo dice l’allenatore campione del mondo bisogna credergli per forza.

Per far crescere i talenti del futuro, l’Arsenal ha ingaggiato l’olandese Andries Jonker, ex assistente di Van Gaal al Bayern Monaco, e lo ha affiancato al mitico Liam Brady. Il nuovo responsabile del settore giovanile ha subito conquistato la simpatia di Daniel Crowley, diciassettenne che ha già esordito in prima squadra: “Jonker conosce il calcio come pochi altri al mondo ed ha formato tanti campioni. Con lui potrò migliorare molto, soprattutto dal punto di vista difensivo”. Tra i talenti valorizzati da Jonker ci sono anche i campioni del mondo Toni Kroos e Thomas Müller e dalla nazionale tedesca è arrivato anche il nuovo preparatore atletico, il quarantenne Shad Forsythe. Con il suo ingaggio, Wenger conta di evitare gli infortuni che lo scorso anno lo hanno lungamente privato dei vari Ramsey, Ozil, Oxlade-Chamberlain e Podolski. Tutto sembra pronto per ritrovare l’Arsenal ai vertici della Premier League, perché l’equilibrio finanziario va benissimo, ma non fa bella figura nella bacheca dei trofei.

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