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Ibra: c’era una volta il tiqui-taca

17 ottobre 2014 • Sport news

di Lorenzo Zacchetti. Con il suo modo di fare spaccone e provocatorio, il bomber del PSG è l’esatto contrario del collettivismo inventato da Guardiola, che tanto lo aveva penalizzato in Spagna. Ma che ora non va granché di moda. Il sistema di gioco con cui il Barcellona ha conquistato il mondo ha finito col dividere gli appassionati.

Michele Dalai è contemporaneamente scrittore ed editore, nonché tifoso interista e simpatizzante azulgrana. Eppure ha dato un titolo inequivocabile ad un suo libro: “Odio il tiqui-taca”. La sua bocciatura di questa filosofia di gioco è senza appello: “E’ un modo di giocare di una noia pazzesca. Ha funzionato solamente grazie al talento individuale dei vari Iniesta, Xavi e Messi, ma non è certo replicabile in nessuna altra squadra. Gli schemi d’attacco inventati da Guardiola possono anche essere esaltanti, ma per il resto il tiqui-taca è un disastro. E’ solamente un pressing ossessivo che serve a riconquistare il pallone il prima possibile”. Se la critica calcistica ha la caratteristica di essere praticamente insindacabile (riesce ad essere impermeabile persino ai risultati del campo), è certamente rilevante che il sistema di gioco in questione sia stato disconosciuto dal suo stesso inventore, cioè Guardiola. Anche in questo caso si tratta di un libro, perché Martì Perarnau ha seguito l’attuale allenatore del Bayern Monaco per 200 giorni, allo scopo di raccontarne gli aspetti meno conosciuti nella biografia “Herr Pep”.

Tra questi, come si legge nelle anticipazioni furbescamente diffuse dall’editore, c’è l’avversione per il tiqui-taca: “Lo odio. Il possesso della palla è solo uno strumento con cui organizzare il proprio gioco e cercare di portare disorganizzazione nello schieramento dell’avversario. Senza una sequenza di almeno quindici passaggi, una buona transizione tra attacco e difesa è impossibile”. Non a caso queste opinioni dissacranti vengono fuori soltanto oggi, perché mettere in discussione il Barcellona nel momento in cui dominava il mondo sarebbe stato veramente inaccettabile. La scorsa stagione i catalani sono stati frustrati nelle loro ambizioni dal sorprendente Atletico Madrid di Simeone, che oltre a vincere la Liga nello scontro diretto al Camp Nou ha eliminato Messi e compagni nei quarti di finale della Champions League.

“E’ finito un ciclo”, ha commentato a caldo Javier Mascherano. “Qui bisogna imparare ad abituarsi all’idea che vincere è un’eccezione, la regola è perdere”. La scorsa estate non ha sancito soltanto la fine della dominazione azulgrana, ma anche di quella della nazionale spagnola. Dopo un mondiale e due europei consecutivi, le Furie Rosse hanno rimediato una figura barbina al mondiale brasiliano, venendo eliminate già al primo turno. A meno di clamorosi ribaltoni, nel sempre volubile mondo del calcio vanno quindi in naftalina la ragnatela di passaggi, il dogma del pallone rasoterra ed anche quello del “falso nueve”, sul cui altare era stato sacrificato persino il mitico Ibrahimovic. L’unica stagione spagnola dello svedese è stata clamorosamente negativa anche per le particolari convinzioni tattiche di Guardiola. Ibra era arrivato dall’Inter per sostituire Eto’o, partito in direzione opposta, ma in corso d’opera il Pep si inventò Messi centravanti, per via di quel particolare modo di giocare che prescindeva dalla presenza di un vero e proprio riferimento centrale. “Guardiola sarà pure un bravo allenatore, ma è un uomo senza palle”, ebbe modo di osservare lo svedese con la sua tipica temperanza. “A un certo punto ha deciso di sostituirmi con Messi, ma non ha avuto nemmeno il coraggio di dirmelo. Messi è senza dubbio un giocatore brillante, ma io segnavo più gol di lui. Messi si era lamentato con Guardiola e questo era il problema. Guardiola voleva farmi correre su e giù per il campo. È qualcosa che posso fare, ma non per molto: peso 100 chili. Dopo quattro o cinque partite mi stanco. Chi mi compra, compra una Ferrari. E chi ha una Ferrari mette benzina super e va in autostrada a tutta velocità. Guardiola invece aveva messo il diesel. Avrebbe dovuto comprare una Fiat”.

Il problema certamente non si pone nel Paris Saint Germain, nonostante la presenza di altri due top-player come Cavani e Lavezzi. Nei primi due anni in Francia Zlatan ha sempre vinto il campionato, aggiudicandosi in entrambi i casi il titolo di capocannoniere e di miglior giocatore della Ligue 1. Leader indiscusso dello spogliatoio parigino, indossa con autorevolezza la fascia di capitano quando non c’è Thiago Silva ed ha cominciato la stagione attuale con la doppietta al Guingamp che è valsa la Supercoppa nazionale, la seconda del suo ciclo francese. Ibra è una personalità dominante, l’esatto contrario dell’evanescenza strumentale che viene richiesta al “falso nueve”. Però il suo modo di giocare non ha a che fare solamente con il suo carattere spaccone. Anzi, al suo arrivo in Italia fu necessario un lungo lavoro da parte di Capello per aiutarlo ad essere più incisivo in zona-gol. Forgiato nella scuola dell’Ajax, Zlatan era ancora intriso del tipico tuttocampismo di matrice olandese e l’allora tecnico della Juve lavorò molto sia sul piano tecnico che su quello psicologico, facendogli visionare a lungo i video del grande Van Basten. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Oggi Ibrahimovic è senza ombra di dubbio il miglior centravanti del mondo e in lui convivono eccezionali doti da palleggiatore (per nulla inferiori a quelle dei prestigiatori del Barça) e stratosferici mezzi fisici. Il suo passato nel taekwondo gli consente giocate incredibili, contemporaneamente spettacolari ed efficaci. Con i piedi di velluto e il fisico di marmo, non ci sono davvero limiti all’ambizione. Nell’entourage di Mario Balotelli, sono in molti ad augurarsi che l’esempio di Ibra possa servire per rilanciare anche il centravanti della nazionale azzurra. L’estetica pura che si poteva ammirare nei migliori momenti del Barcellona sembra davvero passata di moda, anche se il calcio è fatto di corsi e ricorsi storici, di cicli che iniziano e finiscono, per talvolta ricominciare all’improvviso. Ora tocca a Neymar e Messi provare a risalire la china, perché oggi il numero uno nel ruolo è senza dubbio il burbero Zlatan.

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