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Cinque cerchi e un pallone


Bach invita Dilma a Olimpia

24 febbraio 2015 • Cinque cerchi e un pallone, Sport newsComments (0)

Thomas Bach, presidente del Cio, ha invitato Dilma Rousseff alla cerimonia per l’accensione della fiamma, che si svolgerà – come di consueto – a Olimpia alcuni mesi prima dei Giochi. Il numero uno del Comitato olimpico internazionale ha ufficializzato l’invito durante l’incontro con la presidenta del Brasile che si è svolto oggi, 24 febbraio, al Palácio do Planalto di Brasília, e che ha preceduto il comitato esecutivo del Cio, che si terrà a Rio dal 26 al 28 di questo mese. Scontato il sì entusiasta della Rousseff.

Come da tradizione, la fiamma viene accesa a Olimpia grazie a uno specchio parabolico concavo, che attira raggi del sole, e raggiunge poi la sede dei Giochi moderni dopo un lungo percorso, che solitamente visita varie città del mondo. Nel caso di Rio, la fiaccola arriverà in Brasile tra i 90 e i 100 giorni prima della cerimonia di apertura e toccherà tutti gli stati brasiliani. In tutto, il fuoco di Olimpia percorrerà 20mila chilometri e sarà portata da circa 10mila tedofori. L’arrivo al Maracanã avverrà, come da copione, per la cerimonia di apertura, prevista per il 5 agosto 2016.

A. Z.

Foto (CCRosso Robot

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ATLETI SUL SET/1 Norman, l’atleta “conteso” che sbarcò a Hollywood

30 gennaio 2015 • Cinque cerchi e un pallone, Oltre i cerchiComments (0)

Per il mondo della celluloide, Norman Gilbert Pritchard è il primo medagliato olimpico a diventare un attore di Hollywood, con lo pseudonimo di Norman Trevor. Per gli sportivi, invece, è un atleta “conteso” fra due diversi medaglieri: quello indiano e quello britannico.

Secondo le statistiche ufficiali, quelle del Comitato Olimpico Internazionale, non ci sono dubbi: i due argenti che Pritchard vinse ai Giochi di Parigi 1900 (nei 200 e nei 200 ostacoli), devono essere inseriti nel medagliere indiano. Di cui, tra l’altro, lo sprinter – nato nel 1875 ad Alipore, presso Calcutta, da genitori inglesi – è indicato come unico rappresentante alla seconda edizione dei Giochi moderni. Tuttavia, alcuni storici inglesi affermano che Norman fu selezionato non per la squadra “coloniale” indiana, ma per quella britannica.

Nella gestione dei Giochi Olimpici comanda il Cio: quindi, Pritchard è ufficialmente il primo atleta asiatico ad aver vinto una medaglia olimpica, e questo verdetto non può essere messo in dubbio. E nulla può cambiare una pubblicazione della pur autorevole Iaaf (Federazione internazionale di atletica) che, nel 2005, ha inserito Pritchard fra gli atleti della delegazione britannica alla kermesse olimpica nel 1900 – d’accordo con lo storico inglese dei Giochi Ian Buchanan, che aveva sostenuto la stessa tesi cinque anni prima.

Qual è la ragione di questa discrasia? Eccone una spiegazione, proveniente da un articolo pubblicato sul suo sito istituzionale il 22 settembre 2004 (cioè prima della pubblicazione delle statistiche “incriminate”). Pritchard “aveva partecipato al campionato britannico AAA, a cui erano intervenuti anche alcuni atleti americani”. Questo torneo era un vero e proprio trial – cioè valeva per qualificarsi ai Giochi – ma la partecipazione di atleti di oltre oceano lo rendeva di fatto un torneo internazionale. Molte fonti raccontano che lo sprinter fu ammesso al campionato AAA “come membro del Bengal Presidency Athletic Club” (ma c’è chi sostiene che la sua appartenenza fu doppia: sarebbe stato accreditato sia per il team bengalese, sia per il London Athletic Club). “Pritchard andò nel 1900 a Parigi insieme agli atleti del team olimpico britannico e partecipò a cinque eventi, 60m, 100m and 200m piani, ma anche 110 e 200m ostacoli”, spiega, per conto della Iaaf, Ram. Murali Krishnan. “Il programma ufficiale era molto confusionario” (ricordiamo che l’edizione 1900, oltre a essere organizzata in modo pessimo, fu un evento secondario nella cornice dell’esposizione universale di Parigi: molti atleti del tempo morirono senza sapere di aver partecipato ai Giochi Olimpici, ndr). “Il suo nome”, racconta Krishnan, “apparve con affiliazioni differenti, come “Inghilterra” nei 100 metri e “India Britannica” per gli ostacoli”. Il che potrebbe suggerire una conclusione ben bizzarra: che Pritchard avrebbe conquistato, nella stessa edizione dei Giochi, una medaglia per l’India e una per l’Inghilterra. Ma, naturalmente, non si deve.

Prosegue Krishnan: “la rappresentazione ufficiale dell’India Britannica partecipò ai Giochi Olimpici solo nel 1920, quando tre partecipanti alle gare di atletica leggera e tre lottatori parteciparono ad Anversa con l’aiuto di Sir Dorabji Tata”.

Un bel rebus, verrebbe da dire, al di là delle statistiche ufficiali che vedono un medagliere di 15 ori, sei argenti e nove bronzi per la Gran Bretagna e due argenti per l’India britannica (che, quindi, includeva anche gli attuali Pakistan e Bangladesh).

 

Un breve servizio indiano su Norman Pritchard

 

I legami sportivi tra Pritchard e l’India proseguirono, comunque, anche dopo i Giochi: lo sprinter tornò nella terra natia e divenne “segretario della Federazione calcio indiana dal 1900 al 1902” (alcune fonti sostengono che fu “segretario onorario” fino al 1905). Lui, d’altra parte, oltre a correre in pista aveva praticato anche calcio e rugby.

 

Nel 1905 si trasferì in Inghilterra e, nel dicembre dell’anno successivo, un avvenimento del tutto casuale diede inizio alla sua nuova vita. Norman era invitato a un pranzo organizzato a Londra per Lord Curzon, viceré dell’India. Gli fu chiesto di descrivere il bellissimo durbar (l’incontro cerimoniale che si rifaceva agli antichi consessi di corte) di Delhi nel 1899 per accogliere l’ospite. Il racconto fu così bello e pieno di pathos che l’agente di teatro Sir Charles Wyndham lo scambiò per un attore. Una volta scoperta la verità, Wyndham convinse Pritchard a recitare una piccola parte nella commedia The Stronger Sex, all’Apollo Theatre in 1907. Il test convinse il manager, che gli procurò la prima scrittura a Broadway, con The Elder Son il 15 settembre 1914.

Il debutto come attore del cinema muto avvenne nel 1915 con il film inglese After Dark, dove Pritchard – che recitava, come detto, con il nome d’arte di Norman Trevor, interpretava il tenente Bellamy. Per l’ex atleta iniziava una carriera che lo avrebbe visto in 27 film (oltre che in 26 commedie): i più noti al grande pubblico, Dancing Mothers (1926, dove interpretava il protagonista maschile Hugh Westcourt), Gli eroi del deserto (noto anche con il nome originale Beau Geste, 1926, nel ruolo del maggiore de Beaujolais), I figli del divorzio, 1927 (dove recitò con Gary Cooper), Trappola d’amore, del 1929. Il suo ultimo film fu Tonight at Twelve, sempre del 1929, uscì nelle sale poco più di un mese prima della sua morte – che avvenne, probabilmente, per Alzheimer.

Roderick Lewis

 

 

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Biglietti olimpici, prenotazioni aperte

16 gennaio 2015 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Finalmente i biglietti olimpici. Il comitato organizzatore di Rio 2016 ha comunicato la roadmap per la vendita dei 7 milioni e mezzo di tagliandi in vendita. Gli sportivi dovranno registrarsi al sito http://ingressos.rio2016.com per assicurarsi di ricevere le ultime informazioni sui biglietti, il calendario delle competizioni e le comunicazioni sulle date chiave che scandiranno il percorso di vendita dei tagliandi. I residenti in Brasile potranno partecipare a due sorteggi di tagliandi: quello di marzo 2015 e quello del successivo luglio. I non brasiliani avranno la possibilità, invece, di rivolgersi ai rivenditori autorizzati, ognuno per federazione, scelti dai comitati olimpici e dall’organizzazione dei Giochi. Per i cittadini europei è possibile rivolgersi a ciascuno dei rivenditori autorizzati nell’Ue. Per esempio: un cittadino italiano può utilizzare anche il canale polacco, un francese quello tedesco e via dicendo. La lista dei rivenditori sarà ufficializzata il prossimo marzo al sito www.rio2016.com/tickets e sarà inviata agli utenti registrati con un’apposita alert (per l’accesso via telefono mobile o tablet, http://mobile.rio2016.com/en#/tickets).

Più di metà dei biglietti saranno disponibili al prezzo di 70 real (circa 23 euro), mentre i più economici ne costeranno 40 (circa 13 euro). La finale del torneo di calcio va dai 380 (posto più economico) ai 900 real (posto più caro), vale a dire dai 126 ai 298 euro circa; per l’atletica, il prezzo più basso è di 100 real (33 euro) per le eliminatorie nel settore più economico, quello più alto per la tribuna delle super-finali, per cui bisognerà sborsare 1.200 real (398 euro). Settanta real (23 euro), invece, per il ciclismo su strada.

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La Germania è campione del mondo

13 luglio 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

La Germania è campione del mondo. A decidere una finale molto tattica e non certo entusiasmante, un gol di Götze al 113′, pescato molto bene da Schürrle dalla sinistra. I 120 minuti di gioco hanno visto una Germania con maggior possesso palla, ma imbrigliata da marcature asfissianti argentine. Più occasioni per l’albiceleste (ma quanti sprechi!), mentre i tedeschi sono andati vicinissimi al gol con un palo di Howedes. Un gol annullato per fuorigioco a Higuain. Grande Schweinsteiger, in ombra Messi.

La Mannschaft vince il suo quarto titolo, il primo da quando la Germania è tornata unita. Inoltre, è la prima volta che una squadra europea vince un Mondiale in America. A Rio tristezza argentina, festeggiano i brasiliani.

A. Z.

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Piazza Castello tra il Damrak e Plaza de Mayo

10 luglio 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Milano, 9 giugno, dopo le 21. Il maxischermo di Piazza Castello mostra ancora il logo fisso di Radio 105 e i deejay parlano. Qualcuno gioca al Foto0045calcio balilla a poca distanza dallo schermo, mentre un paio di ragazzi in maglia arancione sono già seduti in attesa. Ma è abbastanza spostarsi di qualche metro a sinistra e la prospettiva cambia. Un noto bar della piazza espone una bandiera olandese, palloncini e altre decorazioni arancioni ed è pieno di tifosi con maglia Oranje. Tutto a un tratto, sembra di essere in pieno Damrak, nel centro di Amsterdam.

Avvicinandosi al bar, si comprende tutto: un foglio (rigorosamente arancione) spiega che dalle 20 in poi è previsto un Aperitivoaperitivo, e che due ore più tardi la semifinale sarà proposta sul maxischermo. Ci spostiamo di un centinaio di passi, dall’altra parte del semicerchio, costeggiando la Torta di spos, la fontana davanti al Castello che un giorno sparì nel nulla per poi ricomparire anni dopo, dando adito a voci o leggende sul suo trasferimento in un altro continente. Qui ci sono il classico baretto di Piazza Castello e quattro ristorantini street food, ognuno dedicato a una squadra (Brasile, Spagna, Italia e Germania). Il primo è permanente, i secondi sbaraccheranno dopo la finale.

Aperitivo 2Tutti e cinque hanno un televisore – per chi volesse vedere la partita seduto, mentre mangia una picanha, un Weißwurst bavarese, una paella o una piadina romagnola – ma solo quello brasiliano ha l’audio. Il programma Rai che introduce la seconda semifinale parla ancora della  sconfitta della Seleção: non vorremmo essere nei panni del personale brasiliano, che parlando italiano si deve sorbire quella tortura.
Intanto, sul palco del maxischermo si stanno esibendo alcuni calciatori freestyle – cioè quelli specializzati nei palleggi acrobatici: un prepartita piacevole che richiama qualche spettatore in più.

 

 

 

Soltanto che gli organizzatori vanno un po’ troppo per il lungo: sono le 21.50 e il collegamento Rai non è ancora stato attivato. Un argentino imbandierato e tre ragazze olandesi sanno che possono trovare i televisori a poca distanza e si affrettano a raggiungerli temporaneamente, per potere almeno sentire gli inni. Inciso: abbiamo detto tre ragazze – molto belle, tra l’altro: è lecito domandarsi se siano un gruppetto di amiche o, vista la somiglianza, tre sorelle. Una delle tre si stacca dal gruppetto e va davanti al televisore: un’altra si avvicina a lei la chiama “mam”. Arcano risolto: è la madre. Apperò.
Le squadre sono nel tunnel degli spogliatoi, la piazza è ormai piena di magliette arancioni (e un paio di bandiere argentine) e il presentatore, finalmente, annuncia che darà spazio alla partita. In extremis, ma si stanno collegando, per consentire ai tifosi di assistere all’ingresso delle squadre in campo e di cantare i loro inni nazionali, in un abbraccio simbolico con i giocatori e gli spettatori presenti sugli spalti dell’Arena Corinthians. Il presentatore si congeda comunicando che darà spazio agli inni. Ma, appena sparisce il logo della radio, partono spot pubblicitari che sembrano non finire più. Le squadre entrano in campo, insieme alle bandiere, si dispongono in orizzontale, l’inquadratura va in campo lungo e poi stringe. Anche il televisore sul chiosco “storico” di Piazza Castello ha attivato l’audio: chi si è spostato nell’”area gastronomica” può vedere i preliminari, la grande maggioranza, no. Finalmente, finiscono gli spot e anche il maxischermo si collega con San Paolo, ma l’inno olandese è già iniziato. Rispetto davvero a quota zero.
A proposito di mancato rispetto, la partita inizia con un minuto di raccoglimento per Alfredo di Stéfano, vergognosamente omesso in occasione di Germania-Brasile. I “transfughi degli inni” sono già tornati al maxischermo, pronti per gustarsi il match.
L’arbitro dà inizio alla seconda semifinale: davanti al maxischermo, dove è steso una specie di tappeto verde, la gente è seduta, più Foto0066indietro si sta  in piedi. L’incontro si incanala presto sui binari della noia. Probabilmente, le due squadre sono timorose di scoprirsi troppo, per una paura irrazionale di fare la fine del Brasile. Le poche emozioni – come una parata di Cillessen su una punizione di Messi, creano esultanze quasi da gol. Un gruppo misto di olandesi e milanisti intona un coro (in italiano) per de Jong; poi, verso il 20′ parte un “Holland! Holland!”, ma presto l’entusiasmo dei presenti si uniforma ai ritmi della partita.

Nel secondo tempo si formano addirittura capannelli, con ragazzi – e soprattutto ragazze – che parlano tra di loro e bevono, anche rivolti di spalle al match. Intanto, si vede qualcuno in più con la maglia dell’Argentina – ma la battaglia di colori è vinta nettamente dagli arancioni, così come la sfida del tifo: si sentono solo Foto0064cori olandesi. Che crescono ai supplementari: più ci si avvicina ai rigori, più l’attesa si fa palpitante e l’atmosfera diventa calda. I “tulipani” cantano cori in olandese, ma anche in italiano: alcuni degli Oranje presenti in Piazza Castello sono residenti a Milano. Si sente anche un “chi non salta è un argentino” – uno dei più innocui cori da curva: e infatti i sudamericani neppure fanno una smorfia.
Neppure le due squadre, per dirla tutta, fanno una smorfia. Anzi. Sembra che i 22 giocatori in campo stiano “tirando tardi” per arrivare ai rigori: ogni tanto qualche fiammata, ma nulla più. Messi lo si vede un paio di volte: poi il nulla. Robben un po’ meglio, ma lontanissimo dai suoi standard: l’unica occasione limpida, l’attaccante l’ha avuta al 90′, quando ha sfruttato l’unica vera disattenzione della difesa argentina ed è penetrato in area alla sua maniera. Ma ha perso l’attimo – questione di centesimi di secondo – e Mascherano ci ha messo la gambetta, intercettando la palla per pochissimo (questa volta sono centimetri).

Centoventesimo più recupero ed è la fine dei supplementari: per la seconda volta di fila, la squadra di van Gaal deve affidarsi alla lotteria più stramba che il calcio abbia concepito quando fu deciso di archiviare il giudizio delle monetine.
ExpoMentre il primo rigore si avvicina, in piazza l’arancione domina ancora nettamente sull’albiceleste. Ma appena Romero paga il rigore a Vlaar, gli argentini (veri e presunti) spuntano fuori: molti sono seduti e saltano per aria come dei grilli. Non sono ancora numerosi come gli olandesi, ma se la giocano.

Ecco la soluzione del rebus: gli Oranje sono tutti riconoscibili, gli argentini no. Ma ormai si sono rivelati: i pochi in albiceleste e quelli “in borghese”. Al 4-2 di Maxi Rodríguez fanno festa: Piazza Castello, che sembrava una dipendenza del Damrak, ora è diventata una succursale di Plaza de Mayo. Gli arancioni rispondono, gridando ancora “Holland! Holland!”, poi Prima dei rigorialcuni tornano al bar dell’aperitivo, altri restano in piazza, altri ancora (insieme a qualche argentino) guadagnano il metro.

E’ quasi l’una, ma la linea rossa è aperta per il nuovo concerto di Vasco Rossi a San Siro. Se il cantante di Zocca dovesse dedicare una canzone agli olandesi e alla loro vana rincorsa alla Coppa del Mondo, naufragata anche questa volta, forse canterebbe: “Fantasie, che volano libere… fantasie che a volte fan ridere… fantasie che credono alle favole”. Ma gli olandesi non ridono: la rincorsa all’iride è rimandata per l’ennesima volta, ma prima o poi – ne sono sicuri – l’Het Wilhelmus risuonerà sul tetto del mondo. Per davvero.

 

A. Z.

 

Sopra: l’esultanza degli argentini al rigore segnato da Maxi Rodríguez

 

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I tifosi tedeschi, increduli, brindano alla finale

9 luglio 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Il Kapuzinerplatz di Viale Monte Nero è un po’ un punto di riferimento per i tedeschi di Milano. Tutti i primi lunedì del mese, per esempio, è sede degli incontri di un’associazione di cittadini germanici che risiedono nella metropoli ambrosiana. Quest’anno, la birreria bavarese ha deciso di mostrare al suo interno le partite dei Mondiali: quelle della Germania sono state seguite da una buona rappresentanza di tifosi tedeschi (i residenti a Milano, ma anche anche quelli in ferie o in viaggio di lavoro) e dagli amici della Mannschaft.

Foto0028Anche prima di Germania-Brasile il tifo è quasi interamente per la squadra di Löw. Ma l’offerta di birre è, diciamo così, “universale”: a fianco delle classiche bavaresi, ci sono anche quelle argentine, brasiliane, belghe e via dicendo. Una vera e propria “internazionalizzazione della bevuta”, ideata in occasione di Brasile 2014, che è anche legata a un concorso a pronostici: chiunque acquisti una “birra mondiale”, riceve una sorta di schedina in cui può indovinare il pronostico, o il nome dei marcatori oppure il risultato esatto. Una scelta possibile per ogni birra. Chi vince riceverà un premio “mangereccio”. Quasi scontato, prima del “derby del mondo” tra Brasile e Germania iniziare la cena con un Brezel bavarese e una birra brasiliana, tanto per anticipare il match.

La partita si avvicina, e i camerieri sono già indaffaratissimi. Riusciamo solo a fermarne uno e a chiedergli: “qui siete tutti per la Germania?”. “Ovviamente!”, risponde: al Kapuzinerplatz si tifa per la ditta. “Così si incassa di più”, risponde. Più tardi un altro cameriere, parlando con due clienti affezionati, si lascerà invece scappare, non senza ironia: “tifiamo per l’Italia anche quando non c’è”.
Ci avviciniamo a un tavolo composto in maggioranza da giovani tedeschi che indossano la maglia della Mannschaft. Hanno anche una bandiera, che piantano in mezzo alla tavolata. Pronostici? “Vinciamo 3-0”: è super ottimista Timo da Norimberga. Anche Manfred, di Obersdorf, pensa di arrivare in finale, ma prevede un più realistico (almeno così sembra, prima della partita) 2-1 per la squadra di Löw. Così anche Doris, mentre Mark punta sul 3-1. Tutti convinti della vttoria, dunque. Ce la farà Klose a staccare Ronaldo e a raggiungere i 16 gol? “Segnerà Müller”, dicono quasi in coro i ragazzi.
Tedeschi ce ne sono anche in altre parti del locale, frammisti a milanesi. A un tavolo è, invece, seduta una famiglia: papà, mamma e bambina di sette anni. Lui parla con un accento genovese abbastanza pronunciato ma si mostra particolarmente interessato alla partita che sta per cominciare. Foto0035Alla fine ne svela il motivo: “sono tifoso del Bayern dal 1974”. Si chiama Franco ed è genovese di Ceranesi, ma abita a Marcignago, in provincia di Pavia. Tra Genoa e Sampdoria ha dunque scelto… il Bayern. Perché? “Soprattutto perché ero un fan di Sepp Maier”. Ha contagiato la moglie e spera di fare lo stesso con la figlia; ogni tanto è a Monaco, ma raramente va a vedere le partite: l’ultima volta è stato alcuni anni fa, in un derby con l’Unterhaching. “Patisco lo stadio”, ammette.
Tifa Bayern, Franco, e anche Germania. Non tanto, o non solo perché ci giocano vari esponenti del Bayern (che, in questi Mondiali, hanno vestito casacche di varie squadre). No: tifa Germania, sempre, comunque. Dice “noi” riferendosi alla Mannschaft. Quindi in quella semifinale Germania-Italia del 2006… “E’ stata una delusione pazzesca”, ricorda. “Ma la Germania era ancora troppo acerba”. Pronostico? “1-0 per noi. Segna Müller”. Facile, per un tifoso del Bayern.
Gli schermi televisivi mostrano i giocatori brasiliani che cantano l’inno con passione, ed esibiscono la maglia di Neymar infortunato. Quasi gridando: “lui è qui con noi”. La parola d’ordine è “11 Neymar”. I tedeschi sono in campo, invece, con la seconda maglia, quella a righe rossonere orizzontali, ispirata al Flamengo: un errore marchiano, dato che la partita si gioca a Belo Horizonte, dove la nação rubro-negra è mal vista.

L’arbitro dà inizio al match e il Brasile è subito all’attacco. Nei primi minuti è la Seleção a dettare il ritmo, anche se non dà l’impressione di rendersi troppo pericolosa. Franco commenta: “anche nella finale del 1974 siamo partiti male, e poi…”. Di lì a poco, la Germania gli dà ragione: segna, e a metterla nel sacco è proprio Müller. L’urlo del Kapuziner è assordante. La gioia tedesca si fa sempre più incredula: secondo gol di Klose, con record annesso, doppietta di Kroos – la seconda segnatura su errore clamoroso di Marcelo, al 26′ – e tre minuti dopo cinquina di Khedira.

 

Alla mezz’ora il Brasile si trova sotto di cinque gol: ai Mondiali non era mai successo.
Torniamo al tavolo di Timo e i suoi amici. I commenti dell’intervallo sono all’insegna dell’incredulità. “Non credo ai miei occhi”. “Ci siamo scambiati gli occhiali tra di noi perché pensavamo di averci visto male”. “E’ meraviglioso”. Altro che ottimismo: c’erano andati fin troppo stretti. Mark aggiunge: “sono felice per la vittoria, ma mi dispiace vedere i brasiliani piangere”: in fondo tutti i tifosi di calcio (tranne, probabilmente, la gran parte degli argentini) sono un po’ brasiliani dentro, proprio per l’importanza che il calcio ha nell’identità del País Tropical.

 


I ragazzi tedeschi parlano già di finale. Chi preferite affrontare? “Non mi interessa chi”, risponde uno. “L’Olanda, per il precedente di Monaco 1974”, lo contraddice un amico. Vincerete? “Naturalmente”. La supersizione non abita in Germania.
La partita riprende. All’8′ Neuer salva due volte su Paulinho: la seconda, una bordata ravvicinata di collo pieno difficilissima da prendere. La birreria esulta quasi come a un gol. Il pubblico del Mineirão grida ancora “Brasil, Brasil”. Una situazione commovente, nel suo paradosso. Il tifoso genovese del Bayern, dà l’onore delle armi ai brasiliani. “Tanto di cappello a loro”, dice. “Primo perché non stanno facendo falli. Secondo perché ci stanno provando ancora”. Pura ammirazione, non una concessione a chi sta rimediando una delle maggiori umiliazioni della storia. Intanto, la bimba si è addormentata: l’ora è tarda. A svegliarla è il sesto gol tedesco, firmato al 69′ da Schürrle – o meglio, l’esultanza rumorosa della sala. Dieci minuti e c’è il 7-0, sempre a opera dell’attaccante del Chelsea. I tedeschi gridano: “sieben! Sieben!”. In quel momento, la Selecão sta battendo un record negativo: la sconfitta con il maggior numero di gol di scarto risale al 1920, un 6-0 rimediato dall’Uruguay. Qualcuno in sala inizia ad augurarsi una segnatura del Brasile. E quando, dopo che Özil ha sfiorato l’8-0, Oscar la mette dentro in extremis (è il 90′) applaudono tutti. Per i verdeoro, il record negativo è solo eguagliato.
Ma questo conta fino a un certo punto. La formazione di stasera sarà ricordata per decine e decine d’anni: al Maracanaço del 1950 si è appena aggiunto il Mineiraço. Franco ricorda il suo pronostico: “menomale che dovevamo vincere 1-0!”. Il tavolo di ragazzi tedeschi in maglietta della Mannschaft è in festa. Ma qualcuno mostra un segno di imbarazzo: Mark si copre addirittura la faccia. Si vede che, nella felicità della vittoria, c’è una parte di lui che solidarizza con i brasiliani polverizzati.

Come a Berlino e nel resto della Germania, anche al Kapuzinerplatz si brinderà fino a notte. Almeno, fino alla chiusura del locale. Comunque vada, stasera la squadra di Joachim Löw ha scritto la storia.

 

Guido Berger

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Germania-Algeria, 32 anni dopo

27 giugno 2014 • Bordate d'autore, Sport newsComments (0)

Gijón, 16 giugno 1982. La Germania inaugura la sua nuova avventura mondiale contro l’Algeria. Una partita che, sulla carta, non è certo proibitiva. E invece i nordafricani, presi sotto gamba dai loro più qualificati avversari, danno spettacolo e si impongono per 2-1, trascinati da Rabah Madjer e Lakhdar Belloumi. La sorpresa è grande: in Germania, il risultato viene visto come un completo disastro; Edmondo Fabbri dedica al tecnico tedesco Jupp Derwall un fondo sulla Gazzetta, rievocando la dolorosa sconfitta dei “suoi” azzurri a opera della Corea del Nord di Pak Doo-Ik e offrendogli una scontata solidarietà.

 

 

Nel video qui sopra, una breve sintesi di Germania-Algeria 1-2 dei Mondiali del 1982

 

 

Le “volpi del deserto” non si ripetono con l’Austria, ed escono sconfitti per 2-0; poi, nella terza partita, il 24 giugno, regolano il Cile per 3-2, dopo essere stati in vantaggio per 3-0. Il meccanismo di Spagna ’82 non prevede che l’ultimo turno di ciascun gruppo preliminare si giochi in contemporanea: così il giorno seguente, sempre a Gijón, Austria e Germania si affrontano conoscendo già il risultato dell’Algeria. Un pareggio qualificherebbe gli austriaci e condannerebbe i tedeschi, mentre una vittoria per 1-0 (o per 2-0) di Rummenigge e compagni promuoverebbe entrambe, a scapito degli africani.
La rivalità ancestrale fra Austria e Germania è cosa nota: quattro anni prima, a Córdoba (Argentina), gli austriaci già eliminati avevano giocato come forsennati per battere i “vicini di casa”, festeggiando la vittoria per 3-2 (che aveva negato ai campioni del mondo in carica la possibilità di disputare la finale per il terzo e quarto posto) come fosse la conquista della Coppa del mondo (cliccare qui per il racconto di quella partita). L’incontro era stato soprannominato das Wunder von Córdoba (il “miracolo di Córdoba”) da parte austriaca e die Schmach von Córdoba (l'”umiliazione di Córdoba”) da parte tedesca.
Ora, le due squadre si ritrovano di fronte: per l’Austria la possibilità di giocare un nuovo scherzetto ai rivali. Ma spesso nel calcio la convenienza arriva prima di tutto. Così, dopo un inizio scoppiettante, Hrubesch porta in vantaggio la Germania. E’ solo il 10′. Di lì a poco, la partita cambia faccia: entrambe le squadre, paghe del risultato, rinunciano a giocare. Continui passaggi in orizzontalee frequenti appoggi al portiere. Pochissime emozioni. Una melina irritante fino a fine partita. L’intenzione di portare a casa la qualificazione senza combattere è talmente palese che, già alla mezz’ora di gioco, gli spettatori di Gijón iniziano a rumoreggiare, a fischiare e a sventolare fazzoletti, in segno di protesta nella classica pañolada. Gridano: “fuera, fuera” e “¡Que se besen! ¡Que se besen!” (“Che si bacino! Che si bacino”). E ancora: “Argelia, Argelia” (Algeria, Algeria). Si racconta che anche molti tifosi tedeschi e austriaci presenti allo stadio si uniscano a questo coro.

Anche i telecronisti “di parte” sono scandalizzati: il tedesco Eberhard Stanjek, dell’emittente Ard, sbotta: “quello che sta succedendo qui è vergognoso, non ha nulla a che vedere con il calcio. Potete dire ciò che volete, ma non tutti i fini giustificano i mezzi”. Poi smette di commentare per qualche minuto. Anche l’austriaco Robert Seeger parla apertamente di “vergogna”, invitando gli spettatori a spegnere la televisione. Finisce 1-0, entrambe le squadre passano e l’Algeria è ingiustamente fuori, nonostante due vittorie su tre. Questa volta, gli austriaci e i tedeschi chiamano l’avvenimento nella stessa maniera: der Nichtangriffspakt von Gijón (“il patto di non aggressione di Gijón”) o, meno prosaicamente, die Schande von Gijón (“la vergogna di Gijon”).

 

 

Nel video qui sopra, il commento di Eberhard Stanjek al “patto di non aggressione” in campo

 

Anche le reazioni del giorno dopo sono furiose: Willy Schulz, nazionale tedesco ai Mondiali del 1966 e del 1970, parla di “accordo silenzioso di 22 gangster sportivi”. Franz Beckenbauer, che segue i Mondiali come giornalistica, è meno “diretto”, ma ugualmente scandalizzato: “E’ una brutta giornata per il calcio tedesco e austriaco, anzi per il calcio di tutto il mondo”, dichiara senza mezzi termini. “Ma la colpa è dei regolamenti”, aggiunge per indorare la pillola, “che quasi impongono alle squadre di cercare certi risultati».
gijonLa Bild si scaglia contro i giocatori, invitandoli a vergognarsi; un giornale spagnolo parla addirittura di “Anschluss”, mentre il presidente della federazione calcio algerina, Hadj Benali Sekkal, chiede la squalifica delle due squadre. Non avverrà: non ci sono prove, anche se l’accordo (sia esso tacito o chiaro) è sotto gli occhi di tutti.
Ma la Fifa ha imparato la lezione: dai Mondiali successivi, il governo calcistico mondiale ristabilirà la contemporaneità delle ultime partite di ciascun gruppo preliminare. “La nostra prestazione forzò la Fifa a fare quel cambiamento, e questo fu ancora meglio di una vittoria”, avrebbe dichiarato anni dopo Lakhdar Belloumi, bomber delle volpi del deserto. “Questo significa che l’Algeria ha lasciato un marchio indelebile nella storia del calcio”.
Ora, dopo altri due tentativi andati a vuoto (1986 e 2010), ora la selezione biancoverde: per la prima volta nella sua storia, ha passato il girone iniziale, giocando bene e divertendo (unica, brutta macchia, il laser puntato da un tifoso sul portiere russo Igor Akinfeev, non visto dall’arbitro, che potrebbe aver deconcentrato l’estremo difensore e favorito il gol-qualificazione della squadra di Vahid Halilhodžić). La prima qualificazione della storia regalerà all’Algeria un avversario molto particolare: la Germania. Trentadue anni e qualche giorno dopo quelle strambe e incredibili giornate di Gijón.

Guido Berger

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La Svizzera passa il turno. E Chiasso diventa una piccola Rio

26 giugno 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Rispondeteci in dieci secondi: provate a trovare un punto di contatto fra il Brasile e la Svizzera. Facile, no? Il Carnevale. Certo, non si può paragonare le sfavillanti vette carnascialesche di Rio e San Paolo a quelle di Lucerna e Bellinzona. Però, sicuramente, la Confederazione è uno dei paesi europei che più si avvicina al Brasile come approccio al Carnevale, come mentalità: sempre in piccolo, ma il grado di coinvolgimento popolare è simile, come sono forti la partecipazione popolare e l’interesse ai risultati delle gare che mettono in classifica i carri, i gruppi e le Guggen.

dsc02769Proprio un gruppo di Carnevale, i Pasctrügnoni di Chiasso (www.pasctrugnoni.ch), ha voluto organizzare presso la propria sede (che è nella vicina Balerna) un maxischermo per seguire la nazionale svizzera ai Mondiali brasiliani, in un ideale gemellaggio. Sopra lo schermo, che è dentro il capannone che ospita il materiale carnevalesco, la bandiera elvetica e quella brasileira, appaiate.

C’è di più: Paolo, giovane presidente del gruppo, e suo fratello Francesco sono reduci da una quindicina di giorni nel País Tropical, dove hanno seguito le prime due partite della Svizzera (una allo stadio di Brasilia, l’altra in quello di Salvador) e altri incontri (ai maxischermi o nei bar). Sono tornati innamorati di tutto ciò che è verdeoro. “E’ stata un’esperienza fantastica”, ci spiega Paolo: “i brasiliani sono eccezionali, ci hanno trattati davvero con grande calore e simpatia.

Un grande popolo, davvero un grande popolo. E persone che il calcio ce l’hanno nel sangue”. Come avete trovato gli stadi? “Belli e completi, diversamente da quello che solitamente si dice in Europa. Anche gli aeroporti erano efficienti e a pieno regime: può sembrare una battuta, ma lo scalo meno funzionale che abbiamo trovato sulla nostra strada è stato… Malpensa”. E la criminalità? “A Brasilia, zero. A Salvador abbiamo dovuto stare più attenti: ci sono zone problematiche e altre zone off limits. Ma, anche qui, la gente comune ti aiuta, se sei finito nel posto sbagliato: ci trovavamo in un’area evidentemente non sicura, e un uomo che stava correndo ci ha avvertiti di stare attenti. Abbiamo capito e ci siamo infilati in un taxi”.Pasc

Ci tornereste? “Torneremmo subito”, risponde senza esitazioni il presidente del gruppo. “Se arriviamo in finale, io ci torno sul serio”, aggiunge Francesco – e siamo sicuri che, se la Nati dovesse fare l’exploit, lui farebbe di tutto per raggiungere il Maracanà.

 

Qualcuno è già in partita e parla di Svizzera-Honduras di quattro anni fa. Anche quello, un incontro decisivo per il terzo turno del girone, anche lì i rossocrociati (freschi mattatori della Spagna) dovevano vincere, e con un 2-0 avrebbero reso sicuro il passaggio del turno. Ma la gara si era chiusa con uno scialbo 0-0, e la Nati aveva vanificato l’impresa contro i futuri campioni del mondo.
“Stavolta non dobbiamo fare calcoli, bisogna vincere e basta. Non dobbiamo nicchiare sperando in una vittoria della Francia. Niente numeri: solo i tre punti”, si dice nei discorsi pre-partita. Quasi tutti d’accordo. Ma un giovane tifoso, dopo pochi secondi, è già attaccato allo smartphone per fare i calcoli della differenza reti. “Noi -2, l’Ecuador zero…”, commenta, mentre calcola le diverse possibilità.
Altri, ai calcoli, preferiscono la birra: si servono da soli da un frigo: una bottiglietta, 2 franchi. C’è una cassa non presenziata: chi prende qualcosa dal frigo, mette i soldi ed, eventualmente, si dà il resto.
La partita si approssima, e lo si capisce anche perché aumenta il rumore dei petardi e del caratteristico campanaccio alpino che ogni tanto qualcuno prende e sbatacch

Ormai sono arrivati tutti: da Chiasso e dintorni, ma anche da Milano e hinterland. Giorgio, di Sesto San Giovanni, è innamorato della Svizzera fin da bambino, ed è lì per vedere il match con i cuori rossocrociati. Il momento clou è lì, a una manciata di minuti. Inni nazionali, con mini-sciarpata, coro da stadio e la partita comincia.

La Svizzera inizia bene, e Armando Ceroni si spinge a dire: “se il buongiorno si vede dal mattino…”. Si levano commenti di protesta: il telecronista della Rsi, agli europei 2008, aveva commentato la prima partita della Turchia, prossima avversaria dei rossocrociati: dopo il match si era spinto a pronosticare una vittoria della Svizzera. Risultato: i turchi avevano prevalso per 2-1. Simile la situazione in Sudafrica: Ceroni non aveva quasi fatto in tempo ad annunciare che il nuovo record di imbattibilità infranto dalla Svizzera (prima apparteneva all’Italia) e zac: in un attimo il Cile aveva insaccato subito la porta di Benaglio. Record sì, ma sconfitta che sarebbe costata cara.
Inaspettato, al 6′ arriva il primo gol. L’autore è Shaqiri, che segna da fuori area, come li sa fare lui. I Pasctrügnoni e i loro amici scattano come delle molle. Scoppiano i mortaretti. A questo punto, il pareggio tra Francia ed Ecuador andrebbe alla grande: qualcuno controlla il telefonino, presumibilmente per aggiornare la partita che si gioca in contemporanea. “Guardiola gode”, esclama qualcuno – ma finora, lo svizzero di origine kosovara, al Bayern non è stato utilizzato un granché.

Intanto, a Manaus, il campo non è un granché, e Ceroni fa notare che “è in pessime condizioni”. Ma Paolo ribatte: “il campo è così per tutte le squadre che ci giocano. E il campo, e il caldo, e l’umidità…”. Come dire: poche scuse e giochiamocela. Shaqiri sembra sentirlo, e mette dentro il secondo gol.
Arriva l’intervallo, e si pensa già all’Argentina. Qualcuno fa segno di non parlare, di aspettare la fine. Ma Aldo, non più giovanissimo, ma molto attivo nel far scoppiare petardi, non ha problemi di sorta.

Aldo, si vince con l’Argentina? “Sì!”, risponde, con un ottimismo invidiabile.
Intanto, i responsabili del gruppo approfittano dell’intervallo per mettere sulla griglia un po’ di bratwürst e di lüganighette: ce n’è per tutti, e qualcuno fa il bis – chi vi scrive si è fatto anche il tris: pardon. Mentre preparano le salsicce, i ragazzi ricevono messaggi dai loro amici che stanno assistendo alla partita allo schermo “ufficiale” del comune di Chiasso: si scambiano commenti e speranze. Il 2-0 è un bel risultato, ma se l’Ecuador passasse contro la Francia bisognerebbe iniziare a guardare la differenza reti. Tanto più che l’Honduras inizia il secondo tempo con più aggressività, si procura le sue occasioni e Palacios reclama un rigore, che ai più (e al telecronista) appare evidente. L’Honduras continua a pressare, crea ancora pericoli, ma poi Shaqiri mette tutti d’accordo e al 71′ sigla la prima tripletta Chiassodel Mondiale. “Gnanca ul Messi”, proclama Aldo, felice.

I cori si alzano al cielo stellato, veramente bello. Il Ceroni fa in tempo a suscitare nuove critiche quando elenca le squadre che hanno giocato e vinto a Manaus, ma poi (forse spossate dal clima) si sono fatte eliminare. L’Italia, vittoriosa contro l’Inghilterra, e la Croazia, che ha passeggiato sul Camerun: poi entrambe sono uscite e hanno dimostrato stanchezza, afferma il telecronista. Urla di disapprovazione. “Ha fatto la gufata del secolo”, commenta Giorgio, che si è visto quasi tutta la partita in piedi.

Inquadrano Blatter e si levano fischi: il grande capo della Fifa non è amato neanche in patria.
Di lì a poco e la partita si conclude. E’ il momento dei caroselli: partono tutti imbandierati, per trasformare Chiasso in una piccola Rio de Janeiro elvetica. Le vie della ville douanière si tingono di rossocrociato ancor più che nel prepartita: clacson di automobili e persone entusiaste in strada. Anche i doganieri salutano i conducenti che arrivano fino in frontiera e la lambiscono, suonando e sbandierando. Qualche metro più in là ed è il silenzio: al confine, la bandiera svizzera e quella tricolore sono appaiate, ma in Brasile ne va avanti una sola.

A. Z.

 

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Il tifo di Cernusco naufraga in un temporale

24 giugno 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Pubblico al limite della capienza al bar Bluè, a due passi dal centro cittadino di Cernusco sul Naviglio (Mi). In palio c’è il passaggio agli ottavi: l’Italia contro la Celeste di Oscar Tabarez, partita determinante e delicata per entrambe le formazioni. Al Bluè è stato allestito un maxischermo e attorno si respira un’atmosfera di giusta tensione, con forti emozioni e adrenalina alle stelle: speranza mista a rispetto per gli uruguagi. Siamo nel pre-partita e c’è uno sventolamento di bandiere azzurre e un’esibizione di maglie tricolori. Il pubblico è molto caldo, le bariste hanno la maglia azzurra con il tricolore dipinto sul volto e alcune ragazze per l’occasione si sono cinte sulle spalle la bandiera azzurra. Nell’attesa che l’arbitro Rodriguez dia il fischio l’inizio qualcuno si avventura in un pronostico come il sessantasettenne Arturo, che da profeta in patria prevede la vittoria dell’Uruguay per 1-0.

L’accoglienza non è delle migliori: “Chi la manda, Berlusconi?”, ci chiede. “No”, rispondiamo, “Buongiorno Brasile”. “Credo che l’Uruguay abbia più determinazione e mordente. Comunque Prandelli ha sbagliato formazione, perché in difesa avrei visto meglio Paletta al posto di Bonucci e Immobile andava impiegato nelle altre partite”.

“Penso che possiamo farcela”, ci dice la ventunenne Federica. “Vinceremo 1-0 e segnerà Balotelli. Però Prandelli la coppia Balo-Immobile doveva inserirla già prim,a e non nella partita decisiva. In ogni caso”, conclude, “credo che arriveremo in semifinale”. “Vinceremo noi con un gol di Immobile”, pronostica il diciottenne Edoardo, “ma Prandelli avrebbe dovuto cambiare la difesa inserendo forze fresche: Bonucci e Chiellini mi sembrano piuttosto statici; avrei puntato ancora su Paletta. Arriveremo in semifinale e mi auguro incontreremo il Costarica così ci vendicheremo della sconfitta subita”.

Intanto la partita inizia ma è piuttosto noiosa con poche iniziative da parte degli azzurri, molti falli da entrambe le parti accompagnati da disappunto da parte dei presenti. Balotelli divide il pubblico tra segni di incoraggiamento e altri di irritazione totale, mentre gli interventi in difesa di Chiellini sono accompagnati da fragorosi applausi (probabilmente di fede juventina) come anche i disimpegni di Verratti. Non c’è molto da segnalare e allora alcuni ne approfittano per telefonare o per scambiarsi effusioni amorose. L’unico sussulto lo regala Pirlo, con un gran tiro dal limite parato da Muslera e il pubblico si scalda applaudendolo. Poi Balo sbaglia un gol facile e i tifosi si infuriano mandandolo letteralmente a quel paese, ma poi si esaltano quando Buffon compie un doppio intervento su Suárez e Lodeiro. Il primo tempo finisce qui, ma si percepisce una certa delusione nella conduzione del match da parte degli azzurri. “Sul momento non ci siamo”, afferma Sara, 19 anni, “ma alla fine vinceremo noi con un gol di Immobile”. “Non credo sia un problema di cambi”, dice, da parte sua, il ventottenne Alessandro, “ma di approccio alla gara. Occorre un altro passo nel secondo tempo. Mi sono piaciuti molto Verratti, Pirlo e Darmian, deludenti Marchisio, Immobile e Balotelli”.

Secondo il 49enne Antonio ci siamo difesi e basta e il gol con questa mentalità è chiaro che il gol si può prendere; “sarebbe interessante affiancare Cerci a Immobile (non ci è dato sapere se il tifoso sia simpatizzante granata, ndr), visto che Balotelli è stato pressoché nullo, ha solo il fisico ed è molto bravo a far parlare di sé fuori dal campo. Mi è piaciuto molto Verratti”, conclude; “deludenti De Sciglio e Marchisio”. Intanto inizia la ripresa ma sembra che l’Uruguay abbia un piglio più aggressivo e la gente lo fa notare con veemenza, accompagnando ogni loro caduta o fallo nei nostri confronti con buuu ed epiteti ingiuriosi. Rodriguez si divora un gol e i tifosi tirano un sospiro di sollievo, ma quando Marchisio  viene espulso, la sala si trasforma in una curva, con epiteti offensivi sia nei confronti dell’arbitro messicano Rodriguez (visto come una sorta di reincarnazione di Moreno), sia contro gli uruguagi, Suárez in testa. Ormai la sala si è surriscaldata e segue con trepidazione l’andamento della gara con applausi fragorosi a Buffon per un prodigioso intervento su Suarez. “Grande Gigio”, gridano”. Ogni disimpegno azzurro è accompagnato da urla di incitamento e l’ingresso di Cassano al posto di Immobile viene accolto con un entusiasmo da curva: per l’ex sampdoriano c’è anche un coro da stadio. Il pubblico però si infuria quando Suarez dà un morso a Chiellini e non viene manco ammonito. Ma la sala ammutolisce quando, su un corner, la difesa rimane ferma lasciando saltare indisturbato Godin. Malgrado tutto, i tifosi incitano gli azzurri fino alla fine, ma il risultato non cambierà più.

Al triplice fischio, la delusione serpeggia nei volti di tutti che a capo chino raggiungono l’uscita, mentre fuori si sentono tuoni e fulmini. Gli stessi che, forse, gli avventori avrebbero voluto scagliare contro l’arbitro e contro i Prandelli boys per il poco fervore agonistico dimostrato in questa gara da “o dentro o fuori”.

Stefano Sconti

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Ai Navigli, per vedere gli azzurri affondare

24 giugno 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Sono tre i maxischermi installati sul Naviglio per Brasile 2014. Il primo, che dà le spalle all’Olona interrato, è vicino allo sbocco del Naviglio Grande. Raccoglie anche il “popolo degli aperitivi” che affolla i Navigli nell’orario post-lavorativo – un “ape” che per molti oggi è anticipato. Schermo numero due, che invece guarda il canale allontanarsi dalla città: è nei pressi del Vicol di Lavandee , e  – grazie alla sua posizione – può essere visto agevolmente da entrambe le rive. E’ su quella destra – che è chiamata così per convenzione: in realtà sarebbe la sinistra, guardando il corso d’acqua: ma tant’è. Concludiamo con il terzo schermo, che dà le spalle al Naviglio Pavese, e si vede anche dal ponte più vicino. E’ ai limiti con uno stand di una società di scommesse: all’inizio ci avevano messo su una miniatura del Redentore di Rio, ma hanno dovuto toglierla a furor di popolo: già è inaccettabile che un’immagine sacra venga utilizzata a fini pubblicitari (la Rai lo sa bene): ancora più blasfemo che venga usata per reclamizzare un gioco a soldi. L’hanno dunque rimossa: al suo posto, un manichino con la maglia azzurra. Dentro lo stand ci sono, comunque, “minischermi”- a cui si aggiungono i televisori dei locali sparsi qui e là.

A pochi metri dal maxischermo – lo chiameremo così – del Vicol di Lavandee c’è una chiatta galleggiante, circondata da reti, che ricorda un campo da calcio in miniatura. Si chiama Battle Arena. Ci sono sedie a sdraio “vista partita” e una piccola coda per entrare. “Quando lo schermo trasmette calcio – e cioè quando la Rai irradia la sua partita giornaliera – lo spazio è una piccola lounge per assistere al match”, spiega Andrea Patrucco, esponente della società Navigli Lombardi Scarl. “Dopo la partita, le sdraio vengono tolte, e si mettono due porte. Sì, perché qui si gioca”. In che senso? “Le spiego subito: insieme a Fubles (football network, cioè social network per organizzare incontri di calcio e calcetto, ndr) e Adidas, è stato organizzato un Mundialito, diciamo così, parallelo, con le varie comunità presenti a Milano. E le partite si disputano proprio qui, in questo spazio galleggiante sul Naviglio. Le  squadre sono composte di soli due giocatori: lo spazio è piccolo”. Il calendario è quello della Coppa del Mondo, almeno nella sua fase preliminare. “Non è stato facile reperire tutti i giocatori. Per esempio, la comunità più difficile da coinvolgere è stata quella americana”. Ma alla fine il Mundialito è partito.

NavigliLa coda, invece, viene smaltita con un po’ di ritardo. Davanti ci sono posti riservati, dietro, chi primo arriva meglio alloggia. Ma le sdraio da mettere nella parte posteriore arrivano quando le squadre stanno entrando in campo: la gente in coda sente gli inni nazionali fuori dalla chiatta. Poi, contandoli uno per uno, gli addetti (ognuno con la maglia di una nazionale diversa) li fanno accedere alla lounge sul Naviglio. Sull’altra ripa, qualcuno stende la bandiera della Colombia: l’atmosfera sembra quella di una gara di canottaggio, o di una corsa ciclistica. Sulle finestre di due case, a pochi isolati di distanza, una bandiera del Genoa e una della Sampdoria, in un personale derby in trasferta. Ma quei drappi sono sempre lì, e sembrano trasformare quel piccolo angolo di Naviglio nel mare della Foxe.

 

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