MENU

Cinque cerchi e un pallone


I coreani di Milano tra delusioni e speranze

22 Giugno 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Un secolo e mezzo fa, la località Vallazze era una zona di cascine, e neppure faceva parte di Milano. Oggi nessuno ha memoria della quiete agreste e delle rogge: l’area è completamente inurbata ed è distante 10 minuti a piedi dal Politecnico, la cui sede attuale era stata inaugurata già nel 1927. E’ stato proprio qui, a due passi dall’angolo tra via Vallazze e viale Lombardia, che Cho Min Sang, professore di lingua e cultura coreana al Politecnico di Milano, ha aperto, quattro anni fa, il ristorante Lee’s. Perché questa scelta? “Tempo fa ho fondato il Cricci (“Centro Ricerche Culturali fra Corea e Italia”, www.cricci.com ) e l’ho fatto a mie spese”, dice il professore. “A un certo punto, per supportare l’attività del centro, ho deciso di aprire un ristorante, insieme a mia moglie. Qui cerchiamo di trasmettere cultura coreana a chi viene a pranzo o a cena. Con la cucina, certo. Ma non solo. Tramite gli schermi che si trovano nel ristorante, mostriamo vari aspetti della nostra cultura ai clienti”. Ma stasera gli schermi sono tutti dedicati ai Mondiali… “Sì, abbiamo deciso di offrire la visione delle partite, e questo per due motivi fondamentali”, spiega Cho. “Primo, per solidarietà con la comunità coreana. Secondo, perché una volta la Rai trasmetteva l’intero programma dei Mondiali. Ora non più. E quindi…”.
Già da un bel po’ il locale è collegato con la televisione coreana, che sta presentando la partita contro l’Algeria in maniera molto meticolosa. Gran parte dei clienti del ristorante capisce bene le parole del telecronista: in particolare, c’è una lunga tavolata di coreani che si sono riuniti per vedere la partita, un altro tavolo da tre (ma una componente del gruppo è di spalle, meno interessata alla partita), più qualche altro cliente sparso. Loro, naturalmente, leggono bene anche le formazioni, che la tv di Seul mostra in caratteri coreani.
Inizia la partita (che, forse a causa del satellite, arriva con un leggerissimo ritardo, più o meno un minuto) e il tifo è molto composto. Alle prime offensive dell’Algeria, qualcuno ride, forse celando un po’ di preoccupazione per l’andamento della partita. Finché l’uno-due algerino causa la resa della tavolata: prima di fine primo tempo, pagano e se ne vanno. Probabilmente non credono nella rimonta. E intanto l’Algeria mette nel sacco il terzo.
A non mollare è Woo Lee, redattrice di moda: il suo italiano è ottimo (è a Milano da 14 anni). La collega – ironia della sorte – sta aprendo una rivista in Brasile. “Sono molto delusa”, dice all’intervallo. “Noi non pretendiamo di vincere, ma vogliamo che i giocatori Coreanidiano tutto: la forza della Corea è l’impegno”. Che nel primo tempo – la conclusione è implicita – non si è visto. “Pensavamo di vincere”, aggiunge Iman, studente al Politecnico di Milano. “Ma i ragazzi si sono dimostrati deboli dal punto di vista psicologico. D’altra parte, la squadra è molto giovane”. “E’ solo un incidente di percorso”, ribatte la sorella Amy. “Vinceremo con il Belgio”.
Ci crede anche Woo Lee: dopo aver battuto la Russia, dice, la squadra di Wilmots “è già qualificata, e psicologicamente avrà un approccio più rilassato. Però non mi arrendo neppure per questa partita: spero ancora in un pareggio”.
Insomma: da parte coreana, la speranza di imitare il Liverpool di Gerrard e il Toro di Maspero, sotto sotto, c’è. E la squadra di Hong-Myung-Bo fa di tutto per rinfocolare le speranze dei suoi tifosi e parte a tutta. Il tavolone è ormai vuoto, ma Wan Lee e un’amica fanno un tifo bello tosto, e insieme a loro due ragazzi, che coreani non sono, ma che – come è facile prevedere – sono chiaramente schierati per la compagine asiatica. E al 50′ Son Heung Min fa sognare i suoi tifosi. Neppure il 4-1 algerino placa i coreani: la partita è spumeggiante, gli schemi sono saltati, e al 4-2 coreano l’urlo dei supporter fa capire quanto ci credano ancora. Gli ultimi assalti e le ultime, vane occasioni suscitano disappunto. Ma si ha l’impressione che si siano svolte due partite diverse: un primo tempo con l’Algeria nettamente superiore e la Corea molle, il secondo tempo spettacolare, con due squadre che hanno dato spettacolo.
Forse è anche per questo che, al triplice fischio, da questo angolo di Corea a Milano si leva un applauso convinto. Si pretendeva impegno, e nel secondo tempo l’impegno c’è stato. Il gruppo H dà un solo verdetto: il Belgio è dentro, per le tre rimanenti, le speranze sono ancora intatte. Ma per la Corea sono flebili flebili.

Guido Berger

Read More

Storie mondiali – “Italia 1934”

7 Giugno 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie mondiali

quarta puntata

in alto, Ricardo Zamora

 

Dei Mondiali di calcio del 1934 si è scritto di tutto. Si è detto che fu una manifestazione “di regime” voluta dal fascismo. Ed è vero: lo fu – e, purtroppo, non fu né la prima né l’ultima volta che una dittatura sfruttò lo sport cercando vittorie per acquisire consensi. Si è detto che fu il mondiale del “grande boicottaggio”. E lo fu: l’Uruguay campione uscente si rifiutò di partecipare, per ritorsione contro le grandi squadre europee (Italia, Austria, Cecoslovacchia e Svizzera) che non si erano presentate a Montevideo quattro anni prima, soprattutto a causa delle alte spese di trasferimento.
Ma i Mondiali del 1934, che videro la prima vittoria dell’Italia (e di una squadra che non fosse l’Uruguay, reduce da tre titoli iridati consecutivi – due conquistati ai Giochi Olimpici e uno in casa alla prima Coppa del Mondo), furono anche molto altro. Molto di più. Furono l’affermazione di Nicolò Carosio, un asso del giornalismo che lanciò nell’etere le sue radiocronache che erano poesia. Furono il coronamento di tanti sforzi per Vittorio Pozzo, lo scienziato del calcio: il Ct azzurro, scuola Toro (si dice che fu tra i fondatori della squadra granata, oltre che giocatore e allenatore) inaugurò un triplete di successi, che proseguì con i Giochi Olimpici 1936 e con il bis mondiale nel 1938. Furono il trionfo di un versatile fuoriclasse come Pepin Meazza, cannoniere fulminante e bandiera nerazzurra di sempre. Furono i Mondiali dove si esibirono due dei tre portieri più forti di sempre: il catalano Ricardo Zamora, classe 1901, e il ceco František Plánička, di tre anni più giovane (Lev Jašin era ancora fuori concorso: nel 1934 non aveva compiuto i cinque anni). Di Zamora si diceva: “come portiere può solo essere eguagliato, non superato”. Che sia vero o no, l’estremo difensore del Real Madrid sembrava ipnotizzare gli attaccanti: passare di lì era davvero dura. Gli azzurri lo avevano già incontrato, e battuto, ai Giochi Olimpici. E lo devono affrontare il 31 maggio, a Firenze, per un quarto di finale difficilissimo. Meazza e compagni sono reduci dalla passaggiata contro gli Stati Uniti, 7-1. Meno agevole l’impegno della Spagna, che ha dovuto incontrare il Brasile, battendolo per 3-1.
Italia-Spagna è quindi un incontro difficilissimo. E si mette subito male per gli azzurri: gli iberici si portano in vantaggio con un gol di Regueiro. L’undici di Vittorio Pozzo cerca in ogni modo di riportare la gara in parità, ma invano: neppure Meazza, neppure Schiavio riescono a passare: lui, Zamora, neutralizza tutto. Sembra che la vittoria sognata dal regime sfumi al secondo impegno dei mondiali. E invece non è così. Se Zamora sembra impossibile da fermare con mezzi leciti, lo si può fare con interventi non a norma di regolamento. Lo fa Schiavio, mentre Ferrari insacca e l’arbitro, il belga Baert, non vede (o fa finta di niente: non lo sapremo mai). E’ 1-1 e la partita finisce così.
Il regolamento di allora prevede la ripetizione dell’incontro. E il giorno dopo le squadre tornano in campo. Ma Zamora non c’è. E’ infortunato. E l’Italia vince 1-0: pericolo scampato. Dopo aver superato il Wunderteam austriaco in semifinale (anche qui con proteste sull’arbitraggio da parte degli avversari) gli azzurri si trovano in finale l’altro big dei pali: František Plánička, detto la “rondine boema” o “il gatto di Praga” (Pražská mačka), portiere e capitano della Cecoslovacchia. E’ lo spauracchio dei bambini (un piccolo tifoso avrebbe inviato un bigliettino ai ragazzi di Pozzo, che li invitava proprio a stare attenti all’estremo difensore dello Slavia

Combi e Plánička prima della finale 1934

Combi e Plánička prima della finale 1934

Praga: “Attenti a quel Plánička, con lui non si passa”. E invece, in un Flaminio impazzito, l’Italia passa: 2-1 il risultato finale dopo i tempi supplementari, Coppa del Mondo in saccoccia. Si dice che il boemo avrebbe, in futuro, manifestato un rammarico: quello di aver declinato, negli anni Venti, una proposta di ingaggio da parte del Torino. Se l’avesse accettata, probabilmente la finale Italia-Cecoslovacchia del Mondiali 1934 sarebbe stata… un derby, dato che l’estremo difensore azzurro era lo juventino Gianpiero Combi, classe 1902, che in bianconero trascorse l’intera carriera di calciatore. Capitano della squadra di Pozzo, Combi aveva disputato i mondiali a causa dell’infortunio del portiere titolare, l’interista Ceresoli. La sua risposta positiva alla chiamata del tecnico era arrivata dopo un colloquio di cinque minuti. Scelta felice, la sua, che lo portò ad alzare la Coppa del Mondo da capitano, lasciandosi dietro Plánička e Zamora.
Il portiere della Juve più forte di sempre appese i guanti al chiodo dopo quella partita. Zamora proseguì ancora qualche anno (chiuse al Nizza, dopo aver lasciato la terra natia a causa della guerra civile) e così Plánička, sempre fedele allo Slavia. In quanto ai Mondiali, per vedere una siimile parata di portieri in campo si sarebbe dovuto attendere il 1966, con il trio composto da Lev Jašin (l’unico che riuscì a eguagliare, o forse a superare, Zamora), l’inglese Gordon Banks e l’uruguagio Ladislao Mazurkievicz, l’arquero negro, l’uomo che – unico nei campi di calcio di tutto il mondo – era in grado di ipnotizzare Pelé.

Roderick Lewis

Read More

Storie Mondiali – Uruguay 1930

30 Maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie Mondiali

terza puntata

 

La prima Coppa del Mondo

La prima Coppa del Mondo

Genova, 21 giugno 1930. Il Conte Verde – nave costruita presso i cantieri William Beardmore&Co di Dalmuir, presso Glasgow, per la compagnia di navigazione zeneise Lloyd Sabaudo – salpa dal porto della Superba. Destinazione, Montevideo. A bordo, la nazionale romena che parteciperà ai Mondiali. Che viene presto affiancata da altri protagonisti del primo torneo iridato non olimpico della storia; al porto di Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra, sale la Francia, con i tre arbitri europei e un gruppo di delegati Fifa, guidati dal presidente Jules Rimet. Il padre dei Mondiali porta in valigia nientemeno che la Coppa, disegnata dal transalpino Abel

Jules Rimet

Jules Rimet

Lafleur, che dal 1946 porterà proprio il suo nome. A Barcellona sale poi la nazionale belga: il piroscafo lascia la capitale catalana con a bordo tre squadre europee su quattro partecipanti (la quarta, cioè la Jugoslavia, ha scelto di viaggiare a bordo del Florida, salpato da Marsiglia). Alla fine, è la volta della delegazione brasiliana, che sale a Rio de Janeiro. La “cittadinanza” genovese del Conte Verde è un po’ una simpatica rivincita della Superba: per scoprire le Americhe, la Santa Maria di Cristoforo Colombo o fontanin era partito da Palos. Ora il football riscopre le Americhe imbarcando la Coppa Alata proprio dalla Vegia Zena.
Sulla nave – approdata a Montevideo il 4 luglio – “non si parlava di tattiche o cose simili”, avrebbe rivelato la mezzala sinistra francese Lucien Laurent. E l’unico allenamento consisteva nel “correre qui e là sul ponte della nave. Correre, sempre correre”. Sotto coperta si facevano gli esercizi. “C’era anche una piscina”, e persino l’intrattenimento di attori o di un quarterro d’archi. Sempre con le parole di Lucien Laurent, “era come un villaggio turistico. Non capivamo pienamente la grandezza del motivo per cui stavamo andando in Uruguay. Solo anni e anni dopo ci siamo resi conto del nostro posto nella storia. In quel momento era solo avventura. Eravamo giovani che si stavano divertendo”.

Lucien Laurent

Lucien Laurent

Quel nugolo di calciatori, arbitri e dirigenti della Fifa stavano scrivendo un capitolo fondamentale della storia del calcio. E di un evento che sarebbe diventato un grande fenomeno di massa – oltre che un business milionario. Ma loro non lo immaginavano neppure lontanamente.
Qualche giorno dopo, Lucien Laurent scrive la storia in prima persona. Ma, neanche in questo caso, capisce l’importanza di quello che ha fatto. E’ il 13 luglio 1930: al Parque Central di Montevideo si gioca Francia-Messico. La partita è ferma sullo 0-0, finché, al 19′, un traversone di Alexandre Villaplane viene raccolto, di prima, da Laurent, che trafigge il portiere messicano Bonfiglio. Quella rete ha una grandissima importanza: è il primo gol assoluto nella storia della Coppa del Mondo. Il francese batte di quattro minuti l’americano Bart McGhee, unico marcatore della partita Usa-Belgio, giocata in contemporanea (gli Stati Uniti, è bene osservarlo, sono però infarciti di immigrati scozzesi naturalizzati: ben sette).

Sopra, Lucien Laurent racconta la Coppa del Mondo del 1930

 

Laurent anticipa quindi McGhee di pochi minuti. Ma lui – come già scritto – non sembra rendersi conto di essere entrato nel libro dei record. Ecco il suo racconto della segnatura. “Stavamo affrontando il Messico e nevicava, dato che nell’emisfero sud era inverno. Uno dei miei compagni crossò il pallone e io ne seguii con attenzione il movimento, colpendolo al volo di destro. Fummo tutti contenti, ma non esultammo neppure: nessuno capì che eravamo passati alla storia. Una veloce stretta di mano e proseguimmo l’incontro. Non ci fu neanche assegnato un compenso: all’epoca eravamo dilettanti a tutti gli effetti”. In quella partita, terminata 4-1 per la Francia, Laurent ha ancora i suoi minuti di gloria, ma come portiere. Sostituisce, infatti, tra i pali l’estremo difensore transalpino Thépot, obbligato a uscire dal campo per un infortunio (nel 1930, come si sa, non esistono le sostituzioni). Poi, nessun gol fino alla fine dei Mondiali (che si concludono con l’eliminazione a opera dell’Argentina, nel girone: nel 1930, passa solo la prima dei gruppi preliminari).

Guillermo Stábile

Guillermo Stábile

Il primo capocannoniere è, invece, l’argentino Guillermo Stábile, detto El Filtrador, con otto reti. E’ però l’Uruguay a portarsi a casa la coppa: terza stelletta consecutiva. Ma la finale, a onor di cronaca, è preceduta da episodi poco chiari: si parla di minacce e controminacce, da una parte e dall’altra, per influenzare, in maniera non lecita, l’esito della partita. Il fischietto belga John Langenus – arbitro professionista, nonché giornalista sportivo di una testata tedesca – è designato per la finale, ma dopo essere stato minacciato, tenta di sfangarla. Poi chiede e ottiene una polizza sulla vita e una nave pronta a partire non appena lui si imbarcherà – cioè a partita conclusa. E, dopo aver fischiato la fine (4-2 per l’Uruguay), l’arbitro se ne va al porto senza neanche cambiarsi: mentre il capitano uruguagio, l’olimpionico uscente

José Nasazzi

José Nasazzi

José Nasazzi è il primo ad alzare la Coppa del Mondo, il direttore di gara è già in marcia. Ma, colpo di scena, non può partire subito: il piroscafo resterà bloccato nella nebbia. Comunque, ne uscirà sano e salvo, senza problemi.

 

 

 

 

Continua a pagina 2

 

Read More

Storie Mondiali – Amsterdam 1928

27 Maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie mondiali

2a puntata

 

Amsterdam, 1928. I Giochi della nona Olimpiade – quelli che vedranno le prime atlete sui campi di gara – non sono ancora iniziati. Ma il congresso della Fifa, tenuto proprio nella città ospitante, decide che il calcio organizzerà Mondiali autonomi. L’edizione olandese dei Giochi sarà, dunque, l’ultima ad assegnare anche il titolo di campione del mondo: dal 1930, il football si muoverà con le sue gambe.

Virgilio Levratto

Virgilio Levratto

Gli azzurri, agli ordini di Augusto Rangone, affrontano questa grande occasione con un gran pavese di punte di diamante. Come Virgilio Levratto, lo “sfondareti” del Genoa (anzi: del “Genova”, come era stato rinominato d’imperio dalla dittatura fascista). O Combi, Rosetta, Caligaris, il micidiale trio difensivo della Juventus dei cinque scudetti. Antonio Janni, cuore Toro, fatto esordire da Vittorio Pozzo quando era allenatore dei granata. Elvio Banchero, dell’Alessandria, soprannominato “l’uomo del fango” perché i terreni pesanti sono la sua specialità. L’interista Fuffo Bernardini, futura bandiera della Roma del primo scudetto. Il bolognese Angelo Schiavio, che neppure parte da titolare. L’altro genoano, il portiere Giovanni De Prà, che proprio con Gianpiero Combi si gioca il presidio dei pali. E due stelle del Torino: Gino Rossetti e il capitano azzurro Adolfo Baloncieri, quelli che, con l’argentino “oriundo” Julio Libonatti (non convocato perché a rischio-professionismo) formano il “trio delle meraviglie” del Toro anni ’20. Alcune di queste stelle erano già presenti a Parigi, nel 1924. Ma ora sono giocatori più maturi, e pronti per sfidare persino il fortissimo Uruguay campione olimpico e mondiale uscente.
Il torneo parte con gli ottavi di finale (dopo la “scrematura” di un turno preliminare che vede il Portogallo prevalere sul Cile). Ottavi che si preannunciano già molto duri. L’avversaria è la Francia, e dopo 17 minuti la partita sembra già compromessa: gli uomini di Rangone sono già sotto di due reti. Ma la rimonta è formidabile: al 19′ accorcia Rossetti, impatta Levratto e, a fine primo tempo, l’Italia è già davanti, grazie a una rete di Banchero; al 60′ allunga Baloncieri, mentre il transalpino Dauphin fissa il risultato sul 4-3.

Da sinistra a destra, Baloncieri, Libonatti e Rossetti

Da sinistra a destra, Baloncieri, Libonatti e Rossetti

Gli ottavi registrano due eliminazioni eccellenti. La Svizzera vicecampione uscente è strapazzata (4-0) dalla Germania, che ai Giochi di Parigi 1924 non era stata invitata. L’Olanda padrone di casa e semifinalista uscente ha, invece, la sfortuna di imbattersi (ancora) nell’Uruguay: perde 2-0 ed è obbligata al torneo di consolazione.
Arrivano i quarti e si ripropone Italia-Spagna, come a Parigi 1924. Avversario temibile, la squadra iberica, ma senza il portiere Zamora. Il match finisce 1-1 dopo i supplementari (gol azzurro di Baloncieri): secondo i regolamenti dell’epoca, bisogna ripetere la partita. Tre giorni dopo, dunque, si rigioca. Gli azzurri danno qualche ritocchino alla formazione, gli iberici, invece, la cambiano radicalmente. La scelta “conservativa” dà ragione a Rangone: la Spagna viene asfaltata con un umiliante 7-1. Nel tabellino entrano Magnozzi, Schiavio, Baloncieri, Bernardini, Rivolta e Levratto, quest’ultimo con due marcature (una di queste fu molto singolare: la castagna del cannoniere genoano mandò in porta due avversari, per poi entrare in porta e bucare la rete).
Arrivano le semifinali. La prima è una pura formalità: l’Argentina passeggia sull’Egitto, archiviando la pratica con un sonante 6-0. Il giorno seguente è la volta di Italia-Uruguay.

E’ il primo match tra le due squadre – e anche un incontro che appare proibitivo per gli azzurri. Eppure, la partita si mette bene: è Baloncieri a portare avanti l’Italia al 9′. Gli uruguagi, però, partono in progressione e chiudono il primo tempo avanti per 3-1, con reti di Cea, Campolo e Scarone. Nella ripresa accorcia Levratto, e il match si chiude con un assalto azzurro, che costringe la Celeste nella sua area. A fine partita c’è persino una recriminazione: l’uruguagio Canavesi atterra in area il

La formazione  azzurra ai Giochi del 1928

La formazione azzurra ai Giochi del 1928

bomber genoano, ma il direttore di gara, l’olandese Eymers, sorvola. Finisce 3-2 per i campioni uscenti, ma gli azzurri ne escono vincitori morali. Tanto più che The Telegraph titola “Evviva il perdente!”. Per l’Italia, la consolazione di un bronzo, conquistato prendendo a pallonate (11-3) l’Egitto: vanno in rete Schiavio, Banchero e Magnozzi (autori di una tripletta) e Baloncieri (due gol all’attivo). Mentre l’Uruguay conquista il suo secondo titolo sull’Argentina, in un anticipo della finale 1930, gli azzurri sono la vera rivelazione di questi “Mondiali olimpici” che – dirà lo svizzero con passaporto italiano, nonché interista, Ermanno Aebi – “levarono sugli scudi Baloncieri come il miglior attaccante europeo del torneo”. Un riconoscimento diviso con il compagno di squadra Levratto.

Sopra, una sintesi della seconda partita di finale tra Uruguay e Argentina, finita con il risultato di 2-1. Il primo match si era concluso in parità, 1-1; si era così resa necessaria la ripetizione dell’incontro.

 

 

I due bomber entreranno presto nell’immaginario popolare. Il granata sarà definito da Brera “il più classico prodotto del calcio italiano negli anni 20 e uno dei più classici di sempre”, pari solo a Valentino Mazzola e a Giuseppe Meazza: non per niente, dal 1928, il settore giovanile del Torino sarà chiamato “Balon Boys” proprio in suo onore. Il genoano, da parte sua, ispirerà persino una canzone eseguita dal Quartetto Cetra: per raccontare le gesta immaginarie di un tale Spartaco, troveranno proprio nello “sfondareti” la pietra di paragone. Tutto questo nel 1959, quando l’ex genoano si è ritirato da più di 15 anni dai campi di calcio e da oltre 30 dalla nazionale. “Oh oh oh oh che centrattacco!”, canta il Quartetto, “Oh oh oh oh tu sei un cerbiatto! Sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco”.


Per la cronaca, il protagonista della canzone arriva a vestire l’azzurro, segnando ben 18 gol a Brasile e Portogallo, Ma poi, sul più bello, si sveglia. Tutto un sogno. E Spartaco si consola… con le “foto di Levratto e Nicolè”. Meglio di niente…

 

Roderick Lewis

Read More

Storie Mondiali – Parigi 1924

26 Maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Storie Mondiali

1a puntata

UruguayOsservate con attenzione la maglietta dell’Uruguay. Quante stelle vedete? Quattro, vero? Sì, quattro. Come i quattro Mondiali vinti. Gli albi d’oro, tuttavia, ci mostrano che la Celeste ha conquistato due tornei iridati: quello del 1930, giocato in casa, e quello del 1950, con il famoso Maracanazo (o Maracanaço, fate voi) che a più di mezzo secolo di distanza fa ancora piangere i brasiliani. Che cosa c’è sotto? Assolutamente nulla: effettivamente, gli uruguagi, di Mondiali, ne hanno portati a casa quattro. Alle due Coppe del Mondo ricordate qui sopra, occorre infatti aggiungere i Giochi Olimpici del 1924 e del 1928, che furono gli unici a essere riconosciuti dalla Fifa come Mondiali.

Il gioco del football era entrato nel programma a cinque cerchi fin dal 1900, e aveva preso parte anche all’edizione dei Giochi Intermedi. Ma la Fifa aveva deciso di riconoscere il torneo olimpico come campionato del mondo solo nel 1924 (sempre a Parigi), poco dopo l’elezione di Jules Rimet alla presidenza (ci resterà per 33 anni). Furono, però, solo due i Giochi equiparati dalla Fifa ai Mondiali: Parigi 1924 e Amsterdam 1928. Quando il comitato organizzatore di Los Angeles 1932 decise di escludere il calcio dall’appuntamento olimpico (ci sarebbe rientrato, definitivamente, nel 1936), il massimo organismo calcistico decise, infatti, di di fare da sé. Nacque la Coppa del Mondo.
Parigi 1924I Giochi Olimpici di Paavo Nurmi e di “Tarzan” Johnny Weissmuller aprirono, come detto, l’era dell’Uruguay. Lo stesso Vittorio Pozzo, nominato commissario unico azzurro pochi mesi prima della cerimonia di apertura, avrebbe ammesso che “nessuno poteva battere l’Uruguay”. Al torneo del 1924, la Celeste travolse la Jugoslavia (7-0), gli Stati Uniti (3-0) e la Francia padrona di casa (5-1), per poi regolare di stretta misura l’Olanda e battere con un rotondo 3-0 la Svizzera, nella finale dello stadio Colombes (eh sì, pochi lo sanno, ma la Nati è stata vicecampione del mondo). La “prima stelletta” ebbe un’eco fortissima in Uruguay: il 9 giugno – giorno della finale – fu addirittura proclamato festa nazionale.

(nel video, una breve sintesi della partita)

Se il match tra la squadra uruguagia e quella elvetica è stata la finale ufficiale del torneo, è opinione comune che si sia giocata anche la partita clou dei… “terrestri”: il quarto Svizzera-Italia (senza sottovalutare, naturalmente, la resistenza posta dall’Olanda in semifinale). Gli azzurri avevano raggiunto i quarti di finale battendo per 1-0 l’ostica Spagna del grande Zamora, beffato da un’autorete di Vallana su tiro di Baloncieri, e per 2-0 il facile Lussemburgo; i rossocrociati avevano, invece, spazzato via la Lituania (9-0) ed eliminato, con una certa difficoltà, la Cecoslovacchia (1-1, poi 1-0 elvetico nella ripetizione della partita). Lo scontro tra gli azzurri di Vittorio Pozzo e la Svizzera allenata dall’inglese Teddy Duckworth, disputata allo stadio Bergeyre di Parigi, terminò a favore dei rossocrociati: primo vantaggio elvetico di Sturzenegger, pareggio azzurro di Della Valle, definitivo 2-1 svizzero firmato Abegglen. Una rete che fu contestata da Pozzo per sospetto fuorigioco: il Ct presentò addirittura un reclamo ufficiale, che fu respinto.

La Svizzera fece in tempo a vincere per 2-1 la sua semifinale contro la Svezia (una squadra “tutt’altro che imbattibile”, l’avrebbe definita Pozzo) per poi incontrare la corazzata-Celeste. Oltre all’oro, l’Uruguay si portò a casa anche il titolo di capocannoniere, vinto da Pedro Petrone (7 gol), davanti allo svizzero Abegglen e allo svedese Rydell, con sei reti.

Roderick Lewis

 

In alto, la formazione dell’Uruguay, campione olimpico e mondiale 1924

Read More

Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 Maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Nessuno ci crede veramente, alla “maledizione di Béla Guttmann”. Ma, sotto sotto, quella sinistra previsione condiziona l’inconscio dei giocatori del Benfica. Le finali perse si ammonticchiano, quasi fossero vecchie monetine messe lì, storte e sghembe, che per una strana deroga alle leggi fisiche se ne stanno in piedi, in colonna. E non c’è verso che cadano, quelle monetine: sono già otto, e otto son tante.
Quella previsione condiziona l’inconscio dei benfiquistas, si diceva. Non perché qualcuno ci creda davvero. Ma perché, finale persa dopo finale persa, l’autostima cala, le insicurezze si ingrossano. Il sortilegio, o presunto tale, è solo un alibi. C’entra quel campo senza illuminazione e senza tifosi, senza schemi né arbitro che è la psiche umana.
GuttmannAnche perché le parole che Guttmann pronunciò dopo che il Benfica gli aveva negato un aumento sono molto diverse da quanto comunemente si creda. Quando sbattè la porta e se ne andò da Lisbona, infatti, il tecnico esclamò infuriato: “Di qui a cent’anni nessuna squadra portoghese sarà bicampione europea, e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni”. Una previsione smentita dalle due vittorie del Porto (1986-87, contro il Bayern, e 2003-04, contro il Monaco). Un incantesimo sghembo, che – se si vuole essere precisi – non comprendeva altre manifestazioni se non il massimo torneo europeo. Ma si sa: quando c’è di mezzo la psiche umana, i confini si sciolgono e i tratti si fanno indistinti, grigi.
Ma chi era davvero Béla Guttmann? Chi era questo globetrotter del football, un po’ Herrera e un po’ Rocco, che faceva convivere un mesmerismo ipnotico a una cura scientifica del dettaglio? E che, anticipando il “mago interista” riempiva i giocatori di massime e aforismi? Chi era questo allenatore enigmatico, protagonista di una vita mai banale, fatta di luci e di ombre – alcune molto, molto buie, brutte e profonde?

Una vecchia stampa di Budapest

Una vecchia stampa di Budapest

Prima di tutto, Béla Guttman (anzi: Guttman Béla – in magiaro, il cognome viene prima del nome) era un austro-ungarico. E non solo di nascita, dato che – anche dopo che l’Impero cadde, sopravvivendo solo nei cuori di molti europei, e non solo – lui da austro-ungarico continuò a vivere, nei suoi continui spostamenti fra Budapest e Vienna, e dalle due capitali del vecchio Franz Josef al resto del mondo. Lui, nato a Budapest nel 1900 (almeno, così pare), figlio di due ballerini della comunità ebraica ungherese, era destinato a seguire le orme dei genitori. A volteggiare in aria, sfidando la legge di gravità, sbeffeggiandola come un moderno titano, prima che un perfetto atterraggio salvasse in extremis le leggi di Sir Isaac Newton. Non era ancora maggiorenne, Guttmann, e aveva già i binari della vita tracciati: in tasca una qualifica di istruttore di danza classica, l’esistenza programmata, il futuro certo. Ma Béla non era un treno che partiva e arrivava alla destinazione prevista. Béla era un cavallo di razza senza un fantino, che correva inquieto e cambiava velocemente percorso. Una nave spaziale alla scoperta di nuovi mondi, che ascoltava assorta le arcane melodie prodotte dalla gravitazione dei pianeti.
E così, non dà retta alla sicurezza, ma all’amore. E l’amore è il calcio. 

 

(continua a pag. 2)

 

 

 

 

Read More

Sport Community presentato a Milano

22 Maggio 2014 • Oltre i cerchiCommenti disabilitati su Sport Community presentato a Milano

E’ stato presentato Sport Community, ambizioso progetto realizzato dal Consiglio di Zona 7  di Milano in collaborazione con numerose associazioni sportive del territorio. In compagnia del direttore Lorenzo Zacchetti erano presenti Stefano Grolla, amministratore delegato di Harbour Club Aspria, che ha ospitato l’evento, e Antonio Cappellari, importante dirigente sportivo (ex d.g. dell’Olimpia Milano, attualmente operation manager del Quanta Sport Village) che funge da coordinatore del Comitato d’onore.

Il progetto è nato sulla scia della collaborazione già attiva tra il Consiglio diZona 7 e l’Harbour Club, che ha dato la possibilità di realizzare un’importante opera di integrazione portando gli alunni della scuola di via Paravia (famosa per una percentuale di figli di stranieri vicina al 90%) a usufruire della piscina del prestigioso centro in zona San Siro, abitualmente frequentato da VIP e calciatori.

Per quest’anno, si è deciso di alzare il tiro e di fare di Harbour il perno di un progetto più ampio, lungo cinque mesi, nel corso dei quali si realizzeranno attività molto diverse tra di loro. Lo sport diventa uno strumento di coesione e comunicazione, nel quale c’è un costante contatto tra i bambini autistici e gli sportivi di livello amatoriale, tra i calciatori con disabilità e i consiglieri di zona (che si mettono in gioco anche loro), tra italiani e stranieri, tra persone di tutte le estrazioni sociali e legate a diverse discipline.

Il trait d’union di questi cinque mesi di attività è il fondamentale lavoro del Comitato Scientifico, che riunisce i rappresentanti delle associazioni aderenti, integrando professionalità diverse (istruttori, atleti, psicologi, assistenti sociali…) al fine di incrociare le competenze e di giungere ad oggettivare il più possibile il lavoro svolto. L’obiettivo finale è infatti quello di restituire alla collettività un prodotto esportabile e replicabile, ovvero delle conclusioni scientifiche e delle indicazioni pratiche per chi lavora nel mondo dello sport, sopratutto se lo fa a contatto con situazioni di marginalità, di malattia o comunque di difficoltà.

Al Comitato scientifico è stato affiancato un Comitato d’onore, composto da personalità che si sono distinte nei rispettivi rami professionali e che affiancheranno il Comitato scientifico in base alla loro disponibilità, a titolo di volontariato. Alla presentazione di questa mattina, oltre a Cappellari, erano presenti Aleotti, Cristina, Miragoli, Moncalieri, Tirelli e Vallani.

“Il mio obiettivo e non solo in questo progetto, ma in generale nella mia attività politica”, ha detto Zacchetti, “consiste nel promuovere la valenza sociale dello sport, andando oltre banalità sulle quali tutti possono convenire (“lo sport tiene i ragazzi lontani dalla strada”), ma che meritano di essere declinate a livelli più concreti, dando sostanza a ricerche scientifiche come quelle che dimostrano che ogni investimento economico sullo sport dà un ritorno di cinque volte superiore, in termini di assistenza socio-sanitaria della quale si può fare a meno, grazie alla prevenzione. Questo è stato il punto di partenza del mio impegno politico, quando ho contribuito alla stesura del programma politico di Giuliano Pisapia per la parte relativa allo sport, e su questo intendo dare un contributo alle politiche sportive di questa amministrazione, contando anche sull’attenzione della nostra assessora Chiara Bisconti“.

Questo è anche uno dei compiti che Zacchetti si è assunto come responsabile dell’Area Sport del PD dell’Area Metropolitana milanese, per contribuire a sviluppare una nuova fase per la Milano che sta nascendo e che ha bisogno di un forte impegno a sostegno dello sport, delle società che lo organizzano ogni giorno e dei milioni di cittadini che ne usufruiscono.

Read More

Secondo David Beckham è il Mondiale dell’Inghilterra

21 Maggio 2014 • "I werd' narrisch!"Comments (0)

“Non sarà facile cominciare contro l’Italia, una squadra che ai mondiali si comporta sempre bene, ma il fatto di avere di fronte un avversario così forte e blasonato potrà darci degli stimoli in più”. Da ex capitano della nazionale inglese, David Beckham è quindi convinto che i suoi connazionali possano essere protagonisti del mondiale in Brasile.
Secondo l’ex milanista, l’Inghilterra potrebbe persino arrivare a vincere quella coppa che insegue dal lontano ’66, quando si aggiudicò il suo unico titolo iridato. “Bisogna essere ottimisti, anche se non abbiamo una buona tradizione in questo torneo. Avere una mentalità positiva è fondamentale soprattutto nelle situazioni cruciali, come per esempio quando si va ai calci di rigore e ci si gioca tutto in pochi minuti. Il fatto di avere in squadra tanti giovani ci può essere d’aiuto, perché i ragazzi si fanno meno problemi e riescono a godersi meglio l’emozione del momento, senza sentire il peso della pressione. E poi non dimentichiamoci che a guidarli c’è un capitano come Gerrard, che saprà certamente come incoraggiarli”.
Il centrocampista del Liverpool è l’elemento-chiave sul quale Beckham, che ormai ha appeso le scarpe al chiodo per pianificare un futuro da dirigente, fa il massimo affidamento: “Steve ha vissuto una stagione fantastica sul piano personale, anche se il campionato è finito in maniera davvero drammatica per il suo Liverpool. Un leader del suo calibro in squadra è determinante, perchè i compagni più giovani lo guardano con rispetto e si ispirano a lui nelle situazioni decisive. In generale, il livello della rosa mi soddisfa. Roy Hodgson ha fatto le scelte giuste, chiamando i migliori in circolazione. Sono tutti ragazzi che hanno disputato una stagione di alto livello nei campionati più importanti del mondo e che hanno alle spalle un’esperienza sufficiente per farsi onore alla coppa del mondo senza il timore di sfigurare su un palcoscenico così prestigioso. Da quando è commissario tecnico, Hodgson ha fatto un lavoro stupendo. L’Inghilterra vi sorprenderà, anche se è stata inserita in un girone molto difficile e se sono in pochi ad indicarla tra le favorite per la vittoria finale”.
I programmi di Beckham per l’estate sono chiari: indossare i panni del tifoso per accompagnare i suoi ex compagni verso una vittoria che sarebbe letteralmente storica. E’ più difficile prevedere cosa farà lo Spice Boy da settembre in avanti, visto che sul suo conto continuano a rincorrersi numerosi voci. La più curiosa è certamente quella proveniente dalla Bolivia, dove la squadra del Bolivar gli ha proposto un ingaggio a tempo per prendere parte alla Coppa Libertadores, la Champions League del Sud America. In effetti, Beckham ha già optato per soluzioni del genere quando giocava nei Los Angeles Galaxy, ma per vestire maglie ben più prestigiose, come quelle di Milan e Paris Saint Germain. L’ipotesi più suggestiva riguarda invece l’acquisto di una quota rilevante del Manchester United, il club nel quale è cresciuto, insieme ad alcuni ex compagni di avventura come l’attuale vice allenatore Ryan Giggs, Paul Scholes ed i fratelli Phil e Gary Neville.
Pur potendo contare su una fortuna economica degna di Paperone, il trentanovenne non dimentica i sacrifici che gli sono stati necessari per diventare una star del pallone. Per trasmettere il valore del lavoro al figlio Brooklyn, insieme alla moglie Victoria ha preso una decisione particolare: il primogenito della coppia, ormai quindicenne, sta lavorando in un pub di Londra per racimolare qualche soldo per le vacanze, come la maggior parte dei suoi coetanei. Potrà sembrare curioso, per chi è cresciuto in una villa talmente sfarzosa da essere chiamata “Beckingham Palace“, ma sarà certamente un’esperienza formativa. L.Z.

Read More

Blatter: “Qatar scelta giusta, ma giochiamo d’inverno”

16 Maggio 2014 • Cinque cerchi e un palloneComments (0)

Dopo il polverone scatenato dalle sue dichiarazioni sull’edizione 2022 dei mondiali, Sepp Blatter ha dovuto necessariamente correggere il tiro. Il sempiterno presidente della Fifa si è esibito in un dribbling degno di Neymar per sfuggire al pressing dei cronisti ed ha voluto precisare: “Non ho mai detto che l’assegnazione al Qatar della coppa del mondo sia stato un errore. Ho detto che l’errore consiste nel pensare di farla disputare in estate, perchè i rapporti che abbiamo commissionato dicono chiaramente che in quella stagione c’è troppo caldo. Allo stesso modo, smentisco di aver affermato che il Qatar ‘si è comprato’ i mondiali: ho detto semplicemente che la scelta è stata determinata da considerazioni politiche, il che è molto diverso”.

Avanti tutta, quindi, come ordina il monarca del pallone, e il fatto che la Fifa sottolinei come il periodo dell’anno nel quale disputare il torneo sia ancora da definire significa in realtà l’esatto contrario: la decisione è già stata presa e si giocherà d’inverno, a costo di sfidare i grandi club europei in un pericoloso braccio di ferro. Nel Vecchio Continente, la stagione invernale è il momento cruciale sia dei campionati nazionali che delle coppe ed è impensabile che le big decidano di affrontare la Champions League senza i loro migliori elementi. Nemmeno la Uefa ed i suoi sponsor potrebbero mai accettare una situazione di questo tipo, il che lascia presagire l’imminente inizio di uno scontro politico tra i governanti del calcio. L’anno prossimo va in scadenza il mandato di Blatter come presidente della Fifa e il settantacinquenne ha già annunciato di volersi ricandidare.

Il suo rivale più autorevole sarebbe proprio Platini, anche se l’ex juventino ha preferito aspettare la fine dei mondiali per rendere note le sue intenzioni e se al momento Blatter ha come unico sfidante ufficiale un altro francese: Jerome Champions, che nella Fifa ha già svolto i ruoli di segretario generale e direttore delle relazioni esterne. L’atteggiamento di Platini nei confronti di Blatter sembra molto eloquente. L’ex numero 10 ha già detto di considerarsi “l’unico che potrebbe battere” l’attuale padrone del vapore e, rivendicando la scelta dei giudici di linea per assistere l’arbitro nelle situazioni decisive, ha raccontato come la riforma abbia avuto un avvio difficile, perché Blatter non voleva sostenere un’innovazione che non era proposta da lui stesso. Un altro diverbio tra i due ha riguardato il velo sul viso delle calciatrici di religione islamica. Secondo Blatter, la Francia non avrebbe avuto l’autorità per imporne la rimozione, senza un avallo della Fifa, ma Platini gli ha risposto in maniera sprezzante: “Sbaglia, perché la legge dello Stato prevale su quella del calcio”.

Il fatto che i rapporti di potere interni al governo del calcio stiano cambiando lo si è capito anche dal sorteggio dei mondiali 2014, con la Francia inserita in un’urna più “morbida” per farla entrare in un girone più abbordabile, a tutto discapito del tanto decantato ranking internazionale. La decisione di giocare l’edizione 2022 d’inverno rischia di mettere nelle mani di Platini un’altra arma letale, perchè nel suo ruolo di presidente della Uefa avrà gioco facile nel sostenere l’ovvia protesta dei superclub. Da abile politico, Blatter si è già attivato per intensificare i contatti con quelle federazioni che invece lo appoggiano, proprio per la sua capacità di elargire onori e soddisfazioni (anche economiche) al momento giusto. Col presidente in carica ci sono certamente molti paesi africani ed ovviamente la Russia e il Qatar, ai quali sono state assegnate le prossime due edizioni della coppa del mondo.

Ma la partita è solo all’inizio. L.Z.

Read More

Domani sera a Sfide di Rai 3 anteprima di Italia-Brasile

8 Maggio 2014 • Bordate d'autoreComments (0)

Raramente nella storia della Rai un programma ha saputo conquistare sia il pubblico che critica come “Sfide“, nato nel 1999 dal lavoro dell’autrice e regista Simona Ercolani. La chiave del successo di questo format sta in parte nello sconfinato archivio della Tv di Stato e molto nell’azzeccata scelta di affidarsi a persone che solitamente non si occupano di sport, per puntare tutto sull’aspetto umano ed emozionale, tralasciando i fattori meramente tecnici che sarebbero stati ridondanti.
Dal 2012 alla conduzione del programma c’è Alex Zanardi, che in quanto agli aspetti epici dello sport non ha davvero nulla da imparare. In vista di Rio 2014, è partita su Rai 3 una nuova serie, “Sfide Mondiali“, che rievoca le precedenti edizioni del torneo. Dopo l’entusiasmante prima puntata, dedicata alla sentitissima rivalità tra Italia e Francia, venerdì 9 maggio alle 21.00 il menù riserva un piatto ancora più ghiotto: il confronto storico tra i nostri azzurri e il Brasile.
Non è certo enfatico definire Italia-Brasile “il derby del mondo”, visto che le due squadre sono nettamente in testa alla classifica dei mondiali vinti. La Seleçao ne ha conquistati cinque e noi quattro, per un totale di nove, che rappresenta praticamente la metà delle 19 edizioni fin qui disputate. Dietro di noi ci sono la Germania con tre successi, Uruguay e Argentina a due ed il terzetto composto da Francia, Spagna e Inghilterra, che si è dovuto accontentare di un solo squillo iridato. Tutti gli altri, stanno ancora sognando.
Da Pelè a Paolo Rossi, da Romario a Cannavaro, Italia e Brasile rappresentano il top del calcio planetario e, non casualmente, incarnano due filosofie sportive completamente diverse. In un’evidente continuità con le loro caratteristiche socioculturali, i brasiliani fanno un vanto del “fùtbol bailado” tutto attacco ed estetica, mentre l’arte di arrangiarsi tipicamente italiana si è spesso tradotta in un modo di giocare basato su catenaccio e contropiede. L’esempio più fulgido e felice di questo dualismo risale al mitico mundial del 1982. Nonostante l’inattesa vittoria sull’Argentina di Maradona, campione uscente, gli azzurri di Bearzot sembravano davvero spacciati al confronto con la Seleçao che molti tuttora considerano la più forte di ogni tempo, grazie a fenomeni come Zico, Socrates, Junior e Falcao. 
Il 5 luglio 1982, a Barcellona, andò però in scena l’imponderabile: Rossi, contestatissimo dalla stampa per il suo torneo fin lì anonimo, sbloccò il risultato, dando ragione al c.t. che si era ostinato a tenerlo in campo. Un diagonale di Socrates trafisse Zoff, riportando il punteggio in parità. Al Brasile sarebbe bastato il pari per andare in semifinale, ma accontentarsi non fa parte della mentalità verdeoro e così il pallone riprese a danzare sulla trequarti. Rossi, come un rapace, si avventò su una palla vagante e la fece sua, riportando gli azzurri in vantaggio. Fu il romanista Falcao a firmare il 2-2 con una bordata, ma ad un quarto d’ora dal termine Rossi segnò il terzo gol della partita, entrando nella storia del calcio come “Pablito”. Dopo il quarto gol, ingiustamente annullato ad Antognoni, e una parata miracolosa di Zoff, Rossi e compagni si involarono verso la conquista del titolo iridato.
Nelle due finali contro i brasiliani, però, abbiamo sempre avuto la peggio. La prima è stata a Messico ’70, quando la squadra di Gigi Riva arrivò all’ultimo atto stremata dalla storica semifinale vinta 4-3 ai supplementari contro la Germania. Il punteggio di 4-1 a favore del Brasile la dice lunga sul divario di valori in campo. Giusto che la coppa Rimet (allora si chiamava così) finisse alla squadra di Pelè, Gerson e Carlos Alberto, ma quella sfida resta nella storia anche per il rimpianto determinato dall’infelice scelta del c.t. Valcareggi di alternare le due stelle della nostra squadra: dal primo minuto giocò Sandro Mazzola, mentre Gianni Rivera (protagonista della vittoria sui tedeschi) entrò soltanto a sei minuti dalla fine, quando ormai non c’era più niente da fare. E’ quella che ricordiamo come la celebre “staffetta”, espressione talmente radicata nella storia d’Italia da essere usata anche quando cambiano i governi o i vertici di un’importante azienda.
A USA 1994 Arrigo Sacchi sognava una rivincita epocale, ma la sfiorò solamente. Il titolo iridato sfuggì nel modo più doloroso, ai calci di rigore. Per una clamorosa beffa del destino, a sbagliare dal dischetto furono i tre azzurri che più avevano contribuito all’approdo in finale. Daniele Massaro aveva salvato gli azzurri da una clamorosa eliminazione al primo turno, segnando in extremis al Messico. Franco Baresi era tornato in campo a tempo di record dopo l’operazione al menisco, per guidare i compagni verso il trionfo. Roby Baggio era stato l’autentico trascinatore della squadra, con le decisive doppiette contro Nigeria e Bulgaria e il magico assist contro la Spagna. A rendere ancora più beffarda la sconfitta c’era la considerazione che quel Brasile fosse per una buona metà formato da giocatori che nel campionato italiano non erano considerati delle primissime scelte: da Taffarel a Marcio Santos, da Branco a Mazinho.
E’ ben più lungo ed esaltante l’elenco dei fuoriclasse brasiliani che nella nostra Serie A hanno fatto faville: Ronaldo, Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Falcao, Zico, Socrates, Junior, Maicon, Cerezo, risalendo fino a Josè Altafini. L’ex bomber di Juventus e Napoli ha vestito sia la maglia azzurra che quella verdeoro, essendo uno degli “oriundi” nati in Brasile e poi naturalizzati italiani. Tra questi, vanno citati anche l’attaccante Amauri, ormai da tempo escluso dal giro azzurro, e soprattutto Thiago Motta: il centrocampista del Paris Saint Germain è uno dei punti fermi di Prandelli per il mondiale 2014.
Il conto alla rovescia prosegue. Il Brasile è sempre più vicino e le grandi emozioni sono dietro l’angolo. Con Alex Zanardi e “Sfide Mondiali”, Rai 3 ce ne offre un succosissimo antipasto.
L.Z.

Read More