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Crisi del Napoli sulle spalle del trequartista senza posizione?

26 settembre 2014 • Sport news

De Laurentiis ha parlato apertamente di un Napoli determinato a lottare per lo scudetto, ma l’avvio di stagione è stato tutt’altro che soddisfacente e il destino della sua squadra dipende in larga parte dalla soluzione degli equivoci tattici che hanno sin qui caratterizzato il rapporto tra Rafa Benitez e Marek Hamsik. Per quanto il giovane slovacco sia idolatrato dal pubblico del San Paolo, l’arrivo dell’ex tecnico di Inter e Liverpool ha coinciso con una crisi di rendimento in parte dovuta a problematiche fisiche, ma molto più significativamente correlata alla sua posizione in campo. A Empoli, con Mario Somma a guidarlo dalla panchina, Hamsik partiva dalla posizione di centrale di centrocampo, mentre con Walter Mazzarri si è esibito in più ruoli, da quello di interno a quello di supporto alle spalle delle punte. Con Benitez, l’adozione del 4-2-3-1 ha comportato la sua collocazione nel più delicato ruolo di trequartista, dietro “El PipitaHiguain.

Questo sistema di gioco, che fino a qualche anno fa era tipico del calcio spagnolo e francese, si è rapidamente diffuso un po’ in tutta Europa per la sua estrema versatilità. Consente infatti di passare in maniera semplice da un atteggiamento fortemente offensivo in fase di possesso palla a uno di rigida copertura quando si tratta di difendere. L’ago della bilancia è proprio il trequartista: se per le due ali è tutto sommato intuitivo modificare la propria posizione in base alla fase di gioco, dai movimenti del perno centrale dipende la possibilità di ribaltare l’azione, sorprendendo gli avversari con il movimento tra le linee. Per svolgere questo compito, l’estro individuale è sicuramente necessario, ma non certo sufficiente. Al trequartista moderno, erede del numero 10 degli anni Settanta e Ottanta, serve infatti avere un ottimo senso della posizione e una sviluppata intelligenza tattica, al fine di cogliere il momento giusto nel quale spingersi in avanti e quello invece in cui è meglio aiutare i due compagni di centrocampo. La sua natura ibrida, a metà strada tra il centrocampo e l’attacco, consente di allungare la squadra avversaria creando spazio per l’inserimento dei compagni (o per il proprio) nella zona pericolosa del campo.

Nell’affidare questo compito ad Hamsik, Benitez pensava di farne un nuovo Steven Gerrard, anche perché ci sono delle caratteristiche che effettivamente accomunano i due giocatori: velocità di corsa, rapidità di esecuzione, precisione nei lanci in profondità ed ottime doti balistiche nel tiro da fuori. Almeno fino a ora, però, l’operazione non ha prodotto i risultati sperati, fino a far sentire “Marekiaro” un corpo estraneo alla squadra della quale è diventato capitano dopo la cessione di Paolo Cannavaro. Il problema è nato con lo spostamento in avanti, perché Hamsik rende al massimo quando parte dalle retrovie e si proietta a tutta velocità nell’area avversaria, mentre fa una certa fatica se deve giocare spalle alla porta o se deve usare il dribbling per saltare gli avversari piazzati negli ultimi trenta metri. Non trovare la giusta posizione in campo è quanto di peggio possa capitare a un centrocampista, che finisce con l’essere scavalcato costantemente dal pallone, risultando così completamente avulso dalla manovra collettiva e scarsamente inutile sia in fase di impostazione che di contrasto.

Il gioco di Marek è cambiato molto anche in relazione all’arrivo di Higuain, che si muove in maniera decisamente diversa rispetto al suo precedessore Edinson Cavani. L’uruguagio gioca sempre in direzione della porta avversaria, rientra raramente verso il centrocampo e le sue penetrazioni in verticale costringono i difensori a seguirlo in maniera affannosa. Con un giocatore del genere davanti, Hamsik ha quindi goduto di ampi corridoi nei quali inserirsi partendo da dietro e risultando spesso letale in zona-gol.

Al contrario, Higuain ama il fraseggio con i tre alfieri che Benitez gli ha messo alle spalle, che peraltro è una delle caratteristiche di questo modulo di gioco. Ma se per Callejon e Martens è come un invito a nozze, il numero 17 finisce col trovarsi soffocato negli spazi angusti creati dall’avanzamento dei difensori avversari, permesso dai ritenti dell’argentino. Non a caso, Hamsik e tutto il Napoli si esprimono al massimo quando sorprendono gli avversari con le ripartenze, mettendo a frutto la rapidità dei quattro giocatori offensivi.

Per una squadra con ambizioni di scudetto non è però possibile affidarsi sempre e solo al contropiede e nemmeno si può pensare di snaturare uno dei suoi talenti più fulgidi.

Spetta quindi a Benitez trovare una soluzione tattica che consenta di giungere alla quadratura del cerchio. Le ipotesi praticabili sono sostanzialmente due: o Hamsik viene schierato nel duo in mediana (magari affiancandogli un compagno che compensi alcune sue lacune in interdizione) o lo spagnolo trova il coraggio di cambiare il sistema di gioco che conosce a memoria, avendolo adottato per la maggior parte della sua carriera. Un 4-3-3, ad esempio, esalterebbe al meglio le qualità del terzetto offensivo, permettendo ad Hamsik di giocare in un centrocampo nel quale verrebbe coadiuvato da due compagni in fase di contenimento, per poi ripartire in maniera esplosiva una volta riconquistato il pallone.

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