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Dagli anni ottanta alla fine del secolo

30 marzo 2014 • Olympic Graphics

Fig. 75Fig. 761984 Sarajevo – Giochi invernali

di Paolo Cagnotto. Nel 1984 Sarajevo era ancora in Jugoslavia. Cedomir Kostovic, l’autore del logo e del manifesto, nativo di Sarajevo, è uno dei più importanti graphic designer mondiali. Ha ricevuto oltre cento riconoscimenti in diversi paesi europei. Ha insegnato in Bosnia e dal 1991 è professore all’Università del Missouri. Dinamico, ricercato e moderno lo schema della stilizzazione del fiocco di neve. Quasi un moderno ideogramma ispirato a forme orientali. Apparentemente aggressiva invece la scelta della colorazione con un arancio a contrastare la macchia di neve nel manifesto. Uno dei pochi casi in cui l’autore non si è limitato a tradurre a colori il design del logo sul manifesto o a inserirlo in un angolo come un piccolo marchio, ma inserendolo come parte del messaggio visivo. “Non abbiate paura! Io non sono un lupo cattivo. Sono Vucko, mascotte dei Giochi invernali di Sarajevo 1984. Ho viaggiato in tutto il mondo per diffondere il messaggio olimpico per i bambini in tutto il mondo. Ho anche scalato montagne e guidato cammelli nel deserto per diffondere questo messaggio”. Questo è il testo di uno dei messaggi che andava predicando il piccolo lupetto nella promozione dei Giochi invernali si Sarajevo disegnata dall’illustratore sloveno Joze Trobec. Vucko uscì vincitore da una selezione di sei finalisti composta da uno scoiattolo, un agnello, una capra di montagna, un porcospino e una palla di neve. Nella versione ad una dimensione il lupetto acquista forza e dinamismo e ben si presta alle varie personalizzazioni che lo vedono impegnato in tutte le discipline olimpiche. La Jugoslavia vantava una lunga tradizione di grafici, fumettisti e cartoonist fin daglli anni Trenta del secolo scorso. Terra di confine fra paesi occidentali e orientali non disponeva però di una corrente o una scuola particolare, avendo attinto fra gli stili dei diversi paesi. Dopo il periodo di dittatura e soprattutto della guerra civile ci fu una rinascita di autori, legati proprio alla storia più recente. Considerando i danni provocati dal conflitto, quando qualche anno fa i vertici del Comune di Sarajevo ha voluto rilanciare la città, hanno fatto riprodurre su grandi murales proprio Vucko, che da mascotte delle Olimpiadi è diventato così il simbolo della ricostruzione e della vita normale nel paese.

 

1984 Los Angeles Fig. 77Fig. 79

Ci sono due modi diversi per introdurre le Olimpiadi di Los Angeles in California: da una parte si potrebbe parlare di “riscatto” morale da parte della città nei confronti dei Giochi dopo il deludente approccio del 1936, dall’altra la “ripicca” dell’Unione Sovietica che non aveva gradito il boicottaggio statunitense di quattro anni prima. In compenso in quell’anno entrò ufficialmente la Cina e si registrò il maggior incasso commerciale di tutta la storia dei Giochi. Alla fine le Olimpiadi si chiusero con un utile di centocinquanta milioni di dollari. Ogni possibilità di sponsorizzazione, persino i tratti di staffetta del tedoforo, venne sfruttata. Nonostante il ritiro dei paesi del blocco comunista, non si parlò di Olimpiadi mutilate, perché il numerò delle nazioni partecipanti fu comunque alto quanto le edizioni successive. Dal punto di vista dell’impatto visivo, la capitale mondiale dell’entartainement non poteva permettersi di essere seconda a nessuno e quindi il poster venne affidato a Robert Miles Runyan un designer che “vestì” letteralmente la zona dei giochi con tanto colore, con vivacità, con parallelepipedi personalizzati… quasi una gigantesca fiera. Il suo logo, dinamico, americano, è ricordato come “Stars in Motion” “Stelle in movimento”. Come tutto il suo lavoro, Runyan fu molto innovativo. E’ stato uno dei graphic designer più “titolati” per numero di mostre allestite e riconoscimenti ricevuti. Sempre pronto a scommettere sulle nuove tendenze e molto estroverso ha lasciato un segno molto deciso nell’immagine dei Giochi olimpici. Il movimento della stella, simbolo della Bandiera americana è palpabile e l’integrazione nell’immagine del manifesto è il giusto completamento di un discorso di immagini sovrapposte. Un critico lo definì, insieme a Norman Rockwell e Andrew Wyeth come uno dei migliori talenti del design. Uno dei loghi da lui ideati è quello del Caesars Palace di Las Vegas. Diverso il discorso per la mascotte. Fu scomodata addirittura la Disney e un “mostro sacro” del cartoon quale Robert Moore, assistente animatore, fra le altre cose dei film Dumbo e Fantasia e sceneggiatore per altri film fra i quali I tre Caballeros. L’impronta disneyana è più che evidente nella mascotte “Sam the eagle”, l’aquilotto vestito da zio Sam che porterà la torcia e sarà sempre presente in tutte le premiazioni e le promozioni dei Giochi. Grafica ineccepibile, ma per niente innovativa rispetto a tutto il messaggio di Miles che invece, oltre alla grafica e l’immagine coordinata complessiva inciderà anche sull’urbanistica della cittadella olimpica.

Fig. 80Fig. 81

 

1988 Calgary – Giochi invernali

I giochi invernali di Calgary, nella provincia di Alberta, per gli italiani, portano subito al ricordo del’exploit di Alberto Tomba che vinse i due titoli nella discesa e nello slalom. Fra gli aneddoti bisogna ricordare anche la pri,a volta della squadra della Giamaica che partecipò nella disciplina del Bob a 4. Il fatto fu talmente curioso che anche la Disney ne ricavò un film. La grafica con il titolo “insieme a Calgary” del manifesto e il logo creato dal designer Gary Pampa sono omogenee. La foglia stilizzata dell’acero canadese con segmenti dei cerchi olimpici, sovrasta i cinque cerchi e viene ripresa al centro del poster, con un’ascesa verso l’alto a svettare sopra la nuova città di Calgary, a dimostrazione dell’enorme sforzo fatto dai canadesi e dagli abitanti della città che investirono nell’evento e parteciparono alla riuscita della manifestazione. Con Seoul Calgary fu la prima edizione che si avvalse del cronometraggio computerizzato. Che significa che non solo gli strumenti utilizzati misuravano, attribuivano e stampavano i tempi, ma registravano in memoria tutti i dati producendo informazioni utili sulle varie discipline. Fig. 82 bisLe due mascotte dei giochi erano due orsetti polari realizzati dalla designer canadese Sheila Scott. Hidy e Howdy i loro nomi, secondo la leggenda, erano fratello e sorella. Erano vestiti in tipico abbigliamento western poiché in quel periodo a Calgary si svolgeva ogni anno una dei più grandi festival country del Canada e davano il benvenuto agli spettatori e al mondo intero: Non molto innovativi nelal grafica, furono molto efficaci nei pupazzi che accompagnavano l’ingresso degli atleti ai giochi e nelel varie cerimonie. La loro popolarità in Canda si spense solo pochi anni fa quando le insegne giganti all’ingresso del paese che li raffiguravano vennero sostituite.

 

Fig. 83Fig. 84

 

1988 Seul

Le Olimpiadi si svolsero in Asia con un monito lanciato dal Cio a Usa e Urss contro l’eventuale boicottaggio dei giochi. Scegliendo la Corea, nazione ancora divisa in due, con perenni conflitti fra la dittatura del nord e l’occidentalizzazione del sud, risultò abbastanza ovvio che i Coreani del nord non partecipassero a un evento organizzato nella capitale del sud. A Seul venne incrementato il numero degli sport partecipanti, ci fu un aumento delle nazioni presenti (eccetto i paesi amici della Corea del Nord, quali Cuba, Nicaragua, Albania ed Etiopia…). I “bollettini storici” fanno ricordare Seul, come l’olimpiade del doping. Clamoroso fu il caso dell’atleta Ben Johnson che vinse i 100 metri battendo una serie di record, ma fu trovato positivo e quindi squalificato. Gli italiani amanti del calcio ricorderanno l’umiliazione con risultati negativi, che se si sommano ai Mondiali di calcio del 1966 e ai mondiali disputatisi in Corea, fanno della nazione indo-cinese un paese con un gran numero di sconfitte calcistiche subite. In compenso la soddisfazione per l’Italia fu l’ingresso trionfale di Gelindo Bordin nello stadio al termine della maratona che gli valse l’oro olimpico. Il logo che sormonta i cinque cerchi è originale e facilmente identificativo. Semplice con i cerchi che si avvolgono su se stessi a spirale in una girandola che si alleggerisce nella parte estrema verso l’alto a creare movimento, a richiamare la fiamma olimpica e gli stessi elementi colorati come tre dei cinque cerchi possono dare l’impressione di una pista di atletica, ma visti stilizzati possono dare anche l’dea di una colomba (quella della pace). Fig. 85Quindi un buon logo che può avere diverse chiavi di lettura. L’autore ufficiale è Yang Sung Chun. Mentre nel giugno di quattro anni prima, gli organizzatori commissionarono a Cho Yong-je dell’Università di Seul il progetto del manifesto. Il manifesto ufficiale rappresenta “l’armonia e il progresso” nella combinazione di due immagini realizzate con la tecnica della computer graphic: la luce blu e quella arancione sono state mescolate per simboleggiare Corea del Land della quiete del mattino. I cinque cerchi simboleggiano la purezza dello spirito olimpico che illumina il mondo in pace per sempre. L’immagine del corridore con la fiaccola olimpica porta il progresso dell’umanità verso la felicità e la prosperità. Il nome del tigrotto, mascotte di Seul era Hodori. Fu scelto tra 2.295 proposte inviate dal pubblico. Si trattava di una tigre stilizzata disegnata da Kim Hyun, raffigurante le tradizioni amichevoli e ospitali del popolo coreano. Il nome ha un suo significato ed è formato da “Ho”, una parola derivata dal coreano “tigre” (horangi), e “dori”, che è un diminutivo di “ragazzi” in coreano. La compagna di Hodori è una tigre femmina di nome “Hosuni”, usato in poche occasioni. Le temute tigri coreane proponevano così un’immagine simpatica, da cartoon, proprio per la cosiddetta “linea kids”, rivolta ai ragazzi per la realizzazione di souvenir, di peluche e per la successiva commercializzazione dei gadget.

 

Fig. 86 Fig. 87

 

1992 Albertville – Giochi invernali

In un primo tempo la mascotte dei Giochi olimpici invernali del 1992 era una capra: Chamois, una capra di montagna tipica della Savoia francese, poi per ragioni oscure o mai rivelate al pubblico (o forse a causa di sondaggi che non lo videro fra le mascotte più popolari) venne sostituita dallo gnomo Magique. Creato dalla matita di Philippe Mairesse, con il berretto magico rosso tipico degli gnomi, la sua forma ricordava una stella, a simboleggiare l’aspirazione degli atleti a raggiungere i più alti risultati. Quelli di Albertville, in Francia, furono gli ultimi giochi invernali disputatisi nello stesso anno delle Olimpiadi estive. Fig. 88Da quell’edizione successiva, infatti, i giochi invernali si diputano due anni dopo quelli estivi. Il logo, opera del grafico Bruno Quentin riprende i colori della regione francese,la Savoia, con la croce bianca in una fiamma olimpica rossa e rispetto al manifesto stride un po’ con lo stile. Entrambi sono azzeccati ma sembrano ad appartenere a due eventi diversi. Il poster in stile naïve e pennarellato, molto fresco e semplice per l’epoca, è originale nella scelta di colorare i cerchi all’interno sullo sfondo di una montagna di neve e un cielo con una stella a sei punte, che raffigura il sole molto stilizzato. Al manifesto ufficiale venne affiancata una serie di dodici manifesti dell’olimpiade e dei siti sportivi. Destinati, questi ultimi, a promuovere singolarmente, ogni sito. In aggiunta a questi tredici manifesti ufficiali , il COJO pubblicò una serie di altri manifesti tra cui quello dedicato alla mascotte, manifesto e quello con la raccolta dei vari pittogrammi. Per quanto riguarda il ricordo sportivo, anche in questa edizione uno dei protagonisti fu Alberto Tomba e le altre medaglie d’oro arrivarono da Deborah Compagnoni e da Stefania Belmondo. Argento e bronzi per il fondo maschile e femminile che cominciavano la loro ascesa.

 

Fig. 90

Fig. 911992 Barcellona

Fu un’edizione entusiasmante per tanti motivi, quella di Barcellona 92. Record di Nazioni presenti e tante novità politiche: dopo il disfacimento dell’Unione delle repubbliche sovietiche, erano una dozzina le nazioni indipendenti a rappresentare l’ex universo sovietico. Così come la separazioni degli stati della ex Jugoslavia fu determinante per l’aumento del numero degli stati partecipanti ai Giochi. Controtendenza della Germania invece che, dopo la caduta del muro di Berlino, si presentò con un solo paese riunificato. Anche per la Spagna le Olimpiadi del 1992 rappresentarono il primo grande avvenimento per mostrarsi al mondo dopo la fine del franchismo… Insomma si respirava complessivamente un aria di rinnovamento e lo fu anche nell’immagine.

Fig. 92Per l’iconografia ufficiale venne sviluppato un progetto molto ambizioso che comprendeva cinquantotto diversi manifesti raggruppati in quattro collezioni a seconda delle tecniche utilizzate: i manifesti ufficiali olimpici, i poster, i progetti dei pittori per i poster e le fotografie sportive. Per i quattro poster ufficiali sportivi vennero scelte le opere di Josep M. Trias, Javier Mariscal, Enric Satué e Antoni Tàpies. Mentre per i poster, gli otto pittori individuati furono Eduardo Arroyo, Antoni Clave, Eduardo Chillida, Jean-Michel Folon, Josep Guinovart, Robert Llimós, Guillermo Pérez Villalta e Antonio Saura. Infine, la produzione dei manifesti fotografici delle venticinque discipline olimpiche e dei tre sport dimostrativi fu affidata ad uno studio di design, che propose l’integrazione di fotografie sportive d’archivio con le immagini del pianeta Terra per sottolineare il carattere universale della manifestazione. Telefónica, la compagnia dei telefoni iberici sostenne e sponsorizzò tutta la parte culturale di mostre e pubblicazioni della parte iconografica. Il segno grafico principale è quello del pittore iperrealista Josep Maria Tiras, molto noto in tutto il mondo. Autore anche del sistema di segnaletica della metropolitana di Barcelona. Cobi è il nome della mascotte, con segno grafico irriverente, fresco e innovativo che finalmente si discosta dalla grafica delle ultime edizioni: un cane pastore catalano disegnato dal valenciano Javier Mariscal in stile cubista ispirato alle “Interpretazioni di Picasso (Las Meninas)”. Presentato al pubblico nel 1987 Cobi fu protagonista di una serie di pubblicità per gli sponsor olimpici. Ha avuto anche la propria Serie TV. Il suo nome è derivato dalle iniziali di “Comitato Organizzatore Olimpico di Barcellona”.

 

Fig. 93

Fig. 941994 Lillehammer – Giochi invernali

I Giochi invernali di Lillehammer nel 1994 furono i primi a non essere svolti nello stesso anno delle Olimpiadi estive. Per la prima volta, come simboli dei giochi non furono scelti dei personaggi fantastici né degli animali, bensì due bambini: Haakon e Kristin, un fratellino e una sorellina biondi, protagonisti delle favole. Si vendettero milioni di pupazzetti con le loro fattezze, ma in tutte le cerimonie ufficiali la parte delle mascotte venne interpretata da due bambini in carne e ossa, vestiti con i costumi tradizionali. Due ragazzi vestiti in abiti tipici norvegesi furono le prime mascotte “umanizzate” nella storia dei Giochi. Haakon e Kristin, prodotti del folclore norvegese apparvero su poster, spille, peluche, oggetti intagliati in legno o plastica, peltro e anche applicate ai souvenir tipici in diversi materiali.I due ragazzi/mascotte avrebbero potuto facilmente chiamati Hansel e Gretel, Haakon e Kristin portato la loro innocenza infantile ai Giochi. Creati da Kari Werner e Grossman, su un’idea di Javier Ramirez Campuzano.

Fig. 95Le olimpiadi invernali rappresentarono per Lillehammer un lancio internazionale senza precedenti e dal punto di vista turistico la cittadina vive ancora di rendita per gli investimenti fatti nel 1994. Gli impianti innovativi vengono ancora utilizzati e sono fone di visita da parte dei visitatori. Cìè anche un museo che ripercorre la storia delel olimpiadi. Il logo richiama la voglia di neve, il blu dei cieli norvegesi e I fiocchi sollevati che staccano il cielo dal manto bianco sono chiaramente suggestivi. L’elemento gira vorticosamente identifica la velocità, il turbine del vento sulal neve e una stilizzazione della fiamma olimpica. Il manifesto che lo richiama si ispira ai graffiti vichinghi che con un po’ di fantasia vedono uomini primitivi portare la torcia, così come nei pittogrammi e in altre indicazioni grafiche praticano i diversi sport, coi pattini o con le mazze da hochey. Il riferimento alle origini vichinghe è chiaramente più immediato nella stilizzazione delle mascotte. Dal lato sportivo come non ricordare le cinque medaglie di Emanuela di Centa, due ori, due argenti e un bronzo e loro della staffetta di fondo con De Zolt, Vanzetta, Albarello e Fauner…

 

Fig. 96Fig. 971996 Atlanta

Le olimpiadi del “centenario”, celebrate esattamente cento anni dopo la prima edizione di Atene, avrebbero dovuto svolgersi in Grecia, dove nacquero nell’antichità e dove vennero riproposte da De Coubertin nella prima edizione moderna. Però il professionismo, il denaro, lo sfruttamento commerciale presero il sopravvento sullo spirito dilettantistico iniziale, così lo “sponsor” maggiore di tutte le Olimpiadi moderne, il colosso Coca Cola, la ebbe vinta sulla decisione del Comitato Olimpico e i Giochi del Centenario si svolsero ad Atlanta, la città sede dell’azienda produttrice della bevanda più famosa del mondo. I Giochi di Atlanta segnarono un nuovo record di partecipazione, di presenze di atleti (oltre diecimila). Fu Muhammad Alì (Cassius Clay) ad accendere il braciere olimpico e dal punto di vista agonistico, accanto ai nomi dei campioni più glorificati come Carl Lewis e Michael Johnson, per l’Italia si ricorda un buon sesto posto finale con una serie di brillanti vittorie in varie discipline, fra tutti l’ascesa di Yuri Chechi e Antonio Rossi che vinsero medaglie anche nelle edizioni successive.

Fig. 98Ma rimanendo in campo grafico, lo studio e realizzazione del logo dell’intera manifestazione, fu affidato all’agenzia Landor Associates, una delle mitiche agenzie pubblicitarie che hanno fatto la storia della comunicazione e il successo di alcuni brand in Usa (fra i clienti da citare i Jeans Levis, la stessa Coca Cola). Infatti dal punto di vista grafico il logo non delude. Il modo di utilizzare il numero 100 all’interno della grafica ispirò moltissimi altri avvenimenti negli anni successivi. Il segno è semplice, il capitello di una colonna dorica è formato dal numero 100, dai cinque cerchi e sorregge, come fosse un braciere o una torcia, la fiamma olimpica, le cui lingue di fuoco viaggiano verso l’alto e man mano si trasformano in stelle… le stelle della bandiera americana: perfetto. Il poster invece fu realizzato da un artista di origine italiana, Primo Angeli, noto anch’egli nel branding e nel packaging. Aveva al suo attivo la collaborazione con il presidente dei Giochi Olimpici Samaranch per la consulenza sui poster ufficiali di Salt Lake City, lavorerà poi per la squadra olimpica americana nelle spedizioni di Nagano e Sidney. Il poster ufficiale, primo di una grande serie dedicata alle diverse discipline sportive coinvolse decine di artisti e diede vita a numerose esposizioni, con segno grafico molto moderno nonostante la classicità della figura di fondo, che ricorda la Vittoria alata, piuttosto che il mito di Atlanta. In dissolvenza la fiamma della torcia del logo e la scritta, nuova, dove il lettering specifico mette in risalto le tre A contenute nel nome Atlanta e le enfatizza togliendole un elemento grafico e lasciandole riconoscibilissime. La mascotte, in una città altamente propensa al commercio e al consumismo, riscosse un notevole successo, anche se molti critici si chiedono ancora adesso che tipo di animale rappresentasse… In realtà Izzi, nato come una goccia blu, creato da Jhon Ryan si chiamò Whatizit (dall’inglese “Cos’è questo?”). Nell’intento degli autori c’era anche quello di creare attorno alla mascotte curiosità sull’identità per avere un po’ di notorietà supplementare… Presentato ufficialmente alla chiusura dei Giochi precedenti, venne modificato e “aggiustato” dai tecnici di un centro di animazione che ne crearono al computer tutte le animazioni per una serie di prodotti televisivi. Sparirono così una fila di denti e si affusolarono le gambe. In realtà si trattava di una torcia… ornata dai cinque cerchi olimpici con scarpe da ginnastica. La sua destinazione finale, oltre che su gadget, peluche, palloncini e merchandising vario è stata quella di diventare un video gioco. La prima mascotte videogioco della storia. I diritti furono acquistati da Super Nintendo e da Sega Gneiss.

 

Fig. 99Fig. 1001998 Nagano – Giochi invernali

Un’edizione in bilico tra tecnologia ed ecologia, quella di Nagano. Con milleottocento atleti, seimila agenti e un milione di visitatori. Tra le novità ci fu l’ingresso nei Giochi della disciplina del Curling e dello Snowboard. Per gli azzurri Nagano fu l’ultima Olimpiade che vide gareggiare fra gli atleti Alberto Tomba. Il fiore rappresentato nel logo, trova questa giustificazione nella relazione del Comitato Olimpico: “Ogni petalo del fiore rappresenta un atleta che pratica uno sport invernale, e che può anche essere visto come un fiocco di neve simbolo dei Giochi Olimpici Invernali. L’emblema è anche evocativo di un fiore di montagna, sottolineando l’impegno di Nagano per l’ambiente, ed è stato così chiamato Snowflower… (fiore della neve)”. Furono cinque i tipi di manifesti ufficiali selezionati e sette sport-specifici stampati per questi giochi. Per la prima volta ai Giochi Olimpici Invernali, un poster speciale venne realizzato per la cerimonia di apertura.

Fig. 101Il manifesto designato come poster ufficiale per i Giochi Olimpici Invernali XVIII rappresentava un tordo appollaiato su un palo da sci con le montagne alla luce dell’alba, evocando il concetto di armonia con la natura. Fu progettato da Masuteru Aoba, un designer giapponese noto in tutto il mondo, che dedicò molta della sua arte per l’attivismo ambientalista. Sukki, Nokki, Lekki e Tsukki erano le quattro civette della neve scelte come mascotte dei Giochi Olimpici di Nagano 1998 in Giappone. Originariamente, la mascotte Nagano doveva essere una donnola chiamata “Snowple”, ma è stata poi sostituito dalle quattro civette, che inizialmente non ebbero un grande successo, passarono un po’ inosservate, ma con il trascorrere del tempo riuscirono ad imporre la loro simpatia e mezzo Giappone si innammorò di loro. Ancora oggi parecchi giapponesi conservano una mascotte dei giochi, dal portachiavi al peluche nelle loro case.

 

Fig. 102Fig. 1032000 Sidney  

Sette anni prima Sidney venne eletta città organizzatrice dei Giochi della XXVI olimpiade, superando di soli tre voti la concorrenza di Pechino, Berlino, Istambul e Manchester. Per la prima volta l’evento si spostò “al di là del mondo” in Australia e grazie al satellite e alle dirette televisive il “quinto continente” era a portata di tutti. Quello che più rimase nella memoria collettiva fu la festa di chiusura dei giochi, non solo per la suggestione delle immagini dei fuochi d’artificio spettacolari sulla città di Sidney, sui suoi monumenti più famosi, ma la partecipazione di tutti gli atleti e delle varie delegazioni alla festa finale. Al termine della parte ufficiale, tutti si scatenarono in un abbraccio e in un divertimento unico, Quasi centocinquantamila persone di ben duecento diverse nazioni formavano un’unica umanità. Tutti i buoni propositi del messaggio olimpico originale, fra cui la fratellanza fra i popoli, sembrava aver preso il sopravvento. Forse anche grazie al clima di euforia che portava alla fine del secolo e all’entrata, da lì a pochi mesi, nel nuovo millennio. Non per niente i nomi delle tre mascotte, Olly, Syd e Mille sono rispettivamente il diminutivo di Olimpiade, Sydney e Millennio.

Fig. 104Graficamente non molto innovativi, anche se simpatici, ricordano un po’ i primi comics degli anni Trenta e Quaranta negli Stati Uniti, realizzati dal grafico Matthew Hatton. Olly era un kookaburra, un uccello simile al martin pescatore, Syd un ornitorinco e Mille un’echidna (istrice) e simboleggiavano la terra, l’aria e l’acqua. Si decise di scegliere tre animali non troppo conosciuti, per non utilizzare koala o canguri, giudicati troppo banali. Per il logo ed il manifesto il comitato australiano si affidò ad una agenzia di comunicazione specializzata negli eventi sportivi, la FHA Image Design, il direttore creativo era Richard Henderson, che curò l’identity design per Sidney e in seguito fu coinvolto come consulente per il visual per i Giochi del Commonwealth del 2006 e per il design delle Olimpiadi di Pechino. Il logo vede una stilizzazione moderna fatta con dei semplici segni, sono richiamati tutti i colori dei cinque cerchi e una figura di un atleta mezzo boomerang e mezzo aborigeno, corre con il fumo della fiamma della torcia olimpica a creare sopra la testa il movimento. Anche la parte superiore del corpo della figura umana (più un graffito che un disegno) forma le due braccia con altri due piccoli boomerang, elemento tipico del continente. Anche il lettering che richiama una scritta fatta a mano, richiama un incisione rupestre e non lascia spazio al facile gioco dei tre zeri dell’anno 2000 e lascia che l’attenzione si concentri sull’assieme organico della figura che corre, della scritta e dei cinque cerchi. Stesso tema ripreso e ingigantito al centro del manifesto ufficiale con le scritte e i cerchi scavati in negativo su un fondo blu che si perdono nel mistero e nel fascino australiano, lasciando intravedere una figura che va di pari passo con la figura del marchio, quasi la sua ombra, ma che si svela essere un aborigeno… un rimando suggestivo al passato ancestrale del continente.

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One Response to Dagli anni ottanta alla fine del secolo

  1. Mioblog ha detto:

    Davvero grazie per questo articolo, molto interessante, bye

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