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Discesa libera: una gara, due vincitrici

12 febbraio 2014 • Sport news

Quattro anni fa, a Vancouver, c’erano problemi di neve e di temperatura. E ci sono anche ora, a Sochi. Le gare di slittino si disputano sul tardi, quando è più facile che la temperatura sia sotto lo zero. E per gli sciatori la neve soffice non è il massimo della vita. Non lo sarebbe per i vacanzieri del week end: figurarsi per gli uomini (e le donne) jet. Il mare, vicino sia a Vancouver sia a Sochi, può avere le sue responsabilità. Ma ora c’è di più. Non è un mistero che questo inverno, in gran parte dell’Europa, sia stato mite, autunnale. In buona parte della Scandinavia, le nevicate “serie” sono arrivate a gennaio inoltrato: non c’è stato un “bianco Natale”, ma un “inverno scuro”. Piogge, piogge, piogge invece delle candide distese. Persino a Mosca si è passato un Natale senza neve: non succedeva dal 1910. C’erano ancora gli zar, la belle époque imperava e la prima guerra mondiale (come la rivoluzione d’Ottobre) era ancora di là da venire.

Chiamatelo lungo autunno o primavera anticipata: a Sochi le temperature sono ben al di sopra della media. Per i prossimi tre giorni sono previste massime di 16-17 gradi: quasi verrebbe voglia di lasciare la neve di Krasnaja Poljana e scendere sulle rive del mar Nero, mettersi in costume e farsi un bel bagno.

Se non che, per i Giochi Olimpici invernali neve e ghiaccio servono come il pane. Gli organizzatori lo sapevano, e prevedendo una possibile défaillance meteorologica hanno pensato di immagazzinare 700.000 metri cubici di neve. E hanno fatto bene: le scorte si sono rivelate davvero efficaci. Tuttavia, stamattina (12 febbraio), le condizioni sulla pista di discesa libera non erano le migliori possibili. Si pensava che le atlete sorteggiate con i numeri bassi potessero avere chance in più: ogni discesa – il coro era unanime – rischiava di peggiorare ulteriormente la neve, soprattutto a valle, dove le sue condizioni erano ben peggiori. Per un po’, questa teoria si è dimostrata esatta: la prima a partire, la svizzera Fabienne Suter, è stata a lungo in testa alla gara. Finché non è scesa la connazionale Dominique Gisin, che l’ha superata. Di lì in avanti, le superfavorite non hanno fatto un granché bene: l’americana Julia Mancuso è finita a 99 centesimi, e la ticinese Lara Gut, dopo essere stata davanti per buona parte della gara, ha (forse) sofferto la neve soffice del rettilineo finale ed è finita seconda provvisoria a 10 centesimi. Finché è scesa Tina Maze. La slovena, mai oro ai Giochi, è spesso stata davanti alla Gisin, ma ha tagliato il traguardo con il suo stesso tempo (anche lei rallentando in fondo). Un primo posto ex aequo, prima volta ai Giochi Olimpici invernali. Il terzo oro per la Svizzera a Sochi, il primo per la Slovenia da sempre. Bronzo per la Gut, visibilmente contrariata al traguardo. E anche in conferenza stampa, dove aveva dichiarato: “Sono delusa perché come atleta voglio dare sempre il meglio e so di non aver fatto la mia miglior prestazione. Stasera andrò a dormire, non a festeggiare”. Salvo poi fare un passo indietro su Facebook: “E’ una medaglia! Sono davvero dispiaciuta per le mie lacrime e per non aver avuto un aspetto molto felice al traguardo, è la prima volta che ho visto che la medaglia d’oro così vicina e mi dispiace per il mio errore… Ma essere sul podio in discesa alle Olimpiadi con grandi atlete come Tina e Dominique mi rende orgogliosa. Quindi siate felici con me e fra tre giorni c’è un’altra possibilità da raccogliere”. Il supergigante, cioè la “sua” gara.

Se la discesa ci ha regalato due vincitrici, c’è almeno un altro oro “morale”: quello di Daniela “Dada” Merighetti. La bresciana, caduta in prova, aveva il ginocchio gonfio fino a due giorni fa. Ma è partita e ha fatto una grande gara. Fino alla discesa della Maze era terza, ed è scesa dal podio per 27 centesimi. Fatale una spigolata su un salto: senza quella sbavatura, probabilmente sarebbe andata a medaglia. Magari, chissà, avrebbe conquistato un bronzo ex aequo con Lara Gut. Naturalmente delusa, la discesista bresciana, ma anche orgogliosa. “Forse avrei potuto affrontare l’ultima parte della pista in maniera diversa se avessi avuto modo di provarla un’altra volta e se fossi stata meglio negli ultimi giorni”, ha dichiarato la Merighetti a Fisi.org. “Ho sfruttato bene il pettorale, ho cercato di sciare aggressiva con buoni appoggi fino all’ultima parte, quando sono entrata senza una linea perfetta e mi è costato tanto. Mi sento comunque fortunata perché nella vita ho la possibilità di fare ciò che mi piace, mi piacerebbe avere la medaglia al collo ma purtroppo non è così. Questo piazzamento fa parte del gioco ma devo andarne comunque orgogliosa. L’altro giorno ho letto un tweet di Maze che diceva che qualcuna doveva arrivare quarta: è toccato a me, sembrava destino. Alle Olimpiadi o Mondiali ho sempre fatto brutte gare, quest’anno ho più consapevolezza nei miei mezzi, rischio forse un po’ meno rispetto agli anni scorsi”.

Dada non è l’unica ad aver meritato un “oro virtuale”, sebbene non sia neppure salita sul podio. La 32enne inglese Chemmy Alcott, questa medaglia ad honorem se le addirittura autoattribuita. La bionda londinese di Twickenham si è detta fiera di essere giunta 19esima, soltanto a 1’86” dal tandem Gisin-Maze “nella discesa più dura che abbia mai sciato”, ha affermato. Morale: questo piazzamento, che arriva alla sua quarta edizione dei Giochi Olimpici, è “come un oro”, ha detto Chemmy. Grandissimo risultato anche per la norvegese Lotte Sejersted (sesta, alle spalle di Fabienne Suter) e soprattutto dell’outsider ungherese Edit Miklos, clamorosamente settima, proprio davanti alla Mancuso.

Se la discesa libera ha regalato la grande sorpresa di due atlete al primo posto, lo slittino continua ad andare secondo pronostico. E si conferma “protettorato” tedesco: il doppio viene vinto dal duo Tobias Wendl – Tobias Arlt. Stesso discorso per il pattinaggio di velocità – ma stavolta il monopolio è olandese: nella 1.000 km maschile prevale Stefan Groothuis, sul canadese  Denny Morrison e l’altro arancione Michel Mulders (campione olimpico della 500 due giorni fa). En plein di ori per gli orange. Delusissimo Shani Davis, dominatore dei 1.000 a Torino e a Vancouver: l’americano non è andato oltre l’ottavo posto.

Per gli azzurri, invece, è stata la giornata dei quarti posti: dopo Dada Mereghetti è stata la volta di Alessandro Pittin nella combinata nordica, gara vinta dal tedesco Eric Frenzel. ”Continuavo a ripetermi ‘quarto no, quarto no’”, ha dichiarato. “Ho provato a superare il norvegese Krog nel finale (poi giunto terzo, ndr) ma non avevo più energia. Più di così non potevo fare, ci vuole anche la fortuna”.

Il medagliere vede ora in testa la Germania con sei ori, quattro per Canada, Norvegia e Olanda, tre per Stati Uniti e Svizzera, solo due per la Russia padrona di casa. La squadra azzurra è mestamente ferma a un argento e un bronzo. Ma i Giochi sono cominciato da poco, tutti hanno tempo di recuperare. A proposito: solo oggi è iniziato il torneo di hockey su ghiaccio maschile. La Svizzera ha battuto la Lettonia per 1-0, mentre la Svezia ha superato la Cechia per 4-2. Tra le donne, la Finlandia ha superato le rossocrociate per 4-3 all’overtime, mentre le canadesi hanno battuto le statunitensi in una finale anticipata: 3-2 il punteggio finale.

Clemente Isola

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