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L’ultima sgroppata del “lateral eterno”

2 agosto 2013 • Cinque cerchi e un pallone, Maracanà

 

Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos. Come una poesia, una filastrocca. Una ninna nanna che dà l’idea di qualcosa di grandioso, di imponente. Una storia dove gli eroi arrivano sempre in tempo e si piazzano davanti alla tua cameretta da bambino. Ti proteggono, come fossero una muraglia: piccolo, dormi tranquillo: nessuno ti farà gol stanotte.

Sembrava che il destino li avesse voluti insieme, Djalma e Nilton: nessuna parentela, ma stesso cognome (dos Santos), stessa “scorciatoia”, che li aveva entrambi trasformati in Santos, uno a destra e l’altro a sinistra, come fossero due Immortali persiani a protezione del Gran Re. Forse non è un caso, che Djalma fosse stato soprannominato O lateral eterno – immortale, appunto, come i soldati scelti del sovrano di Persia – e Nilton A enciclopédia do futebol – come un uomo che viene da un pezzo lontano di storia e va lontano, destreggiandosi tra gli ostacoli di un futuro arcano e affascinante.

 

 

Dejalma Pereira Dias dos Santos, conosciuto come Djalma Santos, è nato a San Paolo il 27 febbraio 1929, ed è Uberaba il 23 luglio 2013.

Dejalma Pereira Dias dos Santos, conosciuto come Djalma Santos, è nato a San Paolo il 27 febbraio 1929, ed è Uberaba il 23 luglio 2013

 

 

Djalma Santos e Nilton Santos, una coppia che sembrava esserci da sempre e per sempre, a protezione del verdeoro, del primo campionato del mondo vinto dal Brasile. Eppure, fino alla finale del 1958, Djalma non aveva neppure giocato una partita di quel mondiale: gli era stato preferito Nilton De Sordi, A muralha do Morumbi. Un Nilton e un Nilton. Ma il medico aveva fermato il terzino titolare, giusto prima della finale: spazio a Djalma. Signori, si cambia. Un Santos e un Santos, per affrontare la finale. Al mitico Råsundastadion – oggi tristemente abbattuto – si erano presentati due schieramenti fortissimi. Da una parte Gilmar, Dialma Santos, Nilton Santos; Orlando, Bellini, Zito; Didì, Vavà, Pelè, Zagalo, Garrincha. Dall’altra, Svensson, Bergmark, Axbom; Liedholm, Parling, Gustavsson, Börjesson; Hamrin, Gren, Simonsson, Skoglund.

Finì con un secco 5-2 per i verdeoro sulla Svezia padrona di casa, la cui unica sfortuna era stata incontrare il miglior Brasile di sempre.

E nel miglior Brasile di sempre, Djalma offre agli spettatori la sua classe, la sua potenza, il suo azzardo. Dribbla nella sua area, sfidando il pericolo. Difende, ma non solo. Imposta, anche. Si impone in sortite poderose e veloci all’attacco – fluidifica, si direbbe oggi – pungendo la difesa svedese e martellandola come uno stantuffo. E alla fine, per il lateral eterno, doppia soddisfazione: il primo titolo del Brasile e l’inserimento nell’undici ideale del campionato del mondo. Lui, che di quel mondiale ha giocato solo una partita. Quella partita.

Quattro anni dopo, in Cile, un altro titolo, contro la Cecoslovacchia di Scherer e Masopust. E altri anni di corse sulle fasce, avanti e indietro, fino al ritiro. Con un singolare primato: nessuna espulsione in carriera. Un’idea dello sport come oasi di correttezza, di rispetto e di gioia che Djalma aveva voluto trasferire ai giovani, quando – insieme a Cinesinho – aveva aperto una scuola calcio a Bassano del Grappa. Per ricordare ai ragazzi che il futebol è soprattutto un gioco: se non ti diverti, che cosa giochi a fare?

Djalma Santos e Nilton Santos si sono separati il 23 luglio 2013, quando Djalma è volato via. Caro, vecchio Djalma: non ha fatto neppure in tempo ad arrivare ai mondiali del 2014, che il Brasile sta preparando in modo quasi maniacale, per sanare la ferita – ancora aperta – del Maracanaço, anno Domini 1950. Non ha fatto neppure in tempo a vedere il Papa argentino, il Papa tifoso, riempire Copacabana e trasformarla nel più grande stadio del Brasile.

O meglio: se vogliamo ce l’ha fatta, il caro, vecchio Djalma. Sì, perché c’era anche lui, invisibile, fra i tre milioni di Copa. C’era, e volava tra un capo e l’altro della praia. Felice e leggero. Proprio come fece quel lontano giorno del 1958 quando, allo stadio Råsunda, si impose come monarca assoluto di quella fascia, mostrando al mondo come era fatto un lateral eterno.

Guido Berger

 

 

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