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Domani sera a Sfide di Rai 3 anteprima di Italia-Brasile

8 maggio 2014 • Bordate d'autore

Raramente nella storia della Rai un programma ha saputo conquistare sia il pubblico che critica come “Sfide“, nato nel 1999 dal lavoro dell’autrice e regista Simona Ercolani. La chiave del successo di questo format sta in parte nello sconfinato archivio della Tv di Stato e molto nell’azzeccata scelta di affidarsi a persone che solitamente non si occupano di sport, per puntare tutto sull’aspetto umano ed emozionale, tralasciando i fattori meramente tecnici che sarebbero stati ridondanti.
Dal 2012 alla conduzione del programma c’è Alex Zanardi, che in quanto agli aspetti epici dello sport non ha davvero nulla da imparare. In vista di Rio 2014, è partita su Rai 3 una nuova serie, “Sfide Mondiali“, che rievoca le precedenti edizioni del torneo. Dopo l’entusiasmante prima puntata, dedicata alla sentitissima rivalità tra Italia e Francia, venerdì 9 maggio alle 21.00 il menù riserva un piatto ancora più ghiotto: il confronto storico tra i nostri azzurri e il Brasile.
Non è certo enfatico definire Italia-Brasile “il derby del mondo”, visto che le due squadre sono nettamente in testa alla classifica dei mondiali vinti. La Seleçao ne ha conquistati cinque e noi quattro, per un totale di nove, che rappresenta praticamente la metà delle 19 edizioni fin qui disputate. Dietro di noi ci sono la Germania con tre successi, Uruguay e Argentina a due ed il terzetto composto da Francia, Spagna e Inghilterra, che si è dovuto accontentare di un solo squillo iridato. Tutti gli altri, stanno ancora sognando.
Da Pelè a Paolo Rossi, da Romario a Cannavaro, Italia e Brasile rappresentano il top del calcio planetario e, non casualmente, incarnano due filosofie sportive completamente diverse. In un’evidente continuità con le loro caratteristiche socioculturali, i brasiliani fanno un vanto del “fùtbol bailado” tutto attacco ed estetica, mentre l’arte di arrangiarsi tipicamente italiana si è spesso tradotta in un modo di giocare basato su catenaccio e contropiede. L’esempio più fulgido e felice di questo dualismo risale al mitico mundial del 1982. Nonostante l’inattesa vittoria sull’Argentina di Maradona, campione uscente, gli azzurri di Bearzot sembravano davvero spacciati al confronto con la Seleçao che molti tuttora considerano la più forte di ogni tempo, grazie a fenomeni come Zico, Socrates, Junior e Falcao. 
Il 5 luglio 1982, a Barcellona, andò però in scena l’imponderabile: Rossi, contestatissimo dalla stampa per il suo torneo fin lì anonimo, sbloccò il risultato, dando ragione al c.t. che si era ostinato a tenerlo in campo. Un diagonale di Socrates trafisse Zoff, riportando il punteggio in parità. Al Brasile sarebbe bastato il pari per andare in semifinale, ma accontentarsi non fa parte della mentalità verdeoro e così il pallone riprese a danzare sulla trequarti. Rossi, come un rapace, si avventò su una palla vagante e la fece sua, riportando gli azzurri in vantaggio. Fu il romanista Falcao a firmare il 2-2 con una bordata, ma ad un quarto d’ora dal termine Rossi segnò il terzo gol della partita, entrando nella storia del calcio come “Pablito”. Dopo il quarto gol, ingiustamente annullato ad Antognoni, e una parata miracolosa di Zoff, Rossi e compagni si involarono verso la conquista del titolo iridato.
Nelle due finali contro i brasiliani, però, abbiamo sempre avuto la peggio. La prima è stata a Messico ’70, quando la squadra di Gigi Riva arrivò all’ultimo atto stremata dalla storica semifinale vinta 4-3 ai supplementari contro la Germania. Il punteggio di 4-1 a favore del Brasile la dice lunga sul divario di valori in campo. Giusto che la coppa Rimet (allora si chiamava così) finisse alla squadra di Pelè, Gerson e Carlos Alberto, ma quella sfida resta nella storia anche per il rimpianto determinato dall’infelice scelta del c.t. Valcareggi di alternare le due stelle della nostra squadra: dal primo minuto giocò Sandro Mazzola, mentre Gianni Rivera (protagonista della vittoria sui tedeschi) entrò soltanto a sei minuti dalla fine, quando ormai non c’era più niente da fare. E’ quella che ricordiamo come la celebre “staffetta”, espressione talmente radicata nella storia d’Italia da essere usata anche quando cambiano i governi o i vertici di un’importante azienda.
A USA 1994 Arrigo Sacchi sognava una rivincita epocale, ma la sfiorò solamente. Il titolo iridato sfuggì nel modo più doloroso, ai calci di rigore. Per una clamorosa beffa del destino, a sbagliare dal dischetto furono i tre azzurri che più avevano contribuito all’approdo in finale. Daniele Massaro aveva salvato gli azzurri da una clamorosa eliminazione al primo turno, segnando in extremis al Messico. Franco Baresi era tornato in campo a tempo di record dopo l’operazione al menisco, per guidare i compagni verso il trionfo. Roby Baggio era stato l’autentico trascinatore della squadra, con le decisive doppiette contro Nigeria e Bulgaria e il magico assist contro la Spagna. A rendere ancora più beffarda la sconfitta c’era la considerazione che quel Brasile fosse per una buona metà formato da giocatori che nel campionato italiano non erano considerati delle primissime scelte: da Taffarel a Marcio Santos, da Branco a Mazinho.
E’ ben più lungo ed esaltante l’elenco dei fuoriclasse brasiliani che nella nostra Serie A hanno fatto faville: Ronaldo, Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Falcao, Zico, Socrates, Junior, Maicon, Cerezo, risalendo fino a Josè Altafini. L’ex bomber di Juventus e Napoli ha vestito sia la maglia azzurra che quella verdeoro, essendo uno degli “oriundi” nati in Brasile e poi naturalizzati italiani. Tra questi, vanno citati anche l’attaccante Amauri, ormai da tempo escluso dal giro azzurro, e soprattutto Thiago Motta: il centrocampista del Paris Saint Germain è uno dei punti fermi di Prandelli per il mondiale 2014.
Il conto alla rovescia prosegue. Il Brasile è sempre più vicino e le grandi emozioni sono dietro l’angolo. Con Alex Zanardi e “Sfide Mondiali”, Rai 3 ce ne offre un succosissimo antipasto.
L.Z.

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