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Elezioni brasiliane, un “derby rosa” a sinistra?

1 ottobre 2014 • Te lo dò io il Brasile

Sono state compagne di partito, e persino di governo. Ma, per la verità, non si sono mai piaciute troppo. Ora sono le protagoniste di una sfida all’ultimo voto per la presidenza del Brasile. Stiamo, naturalmente, parlando di Dilma Rousseff – inquilina uscente del Palácio do Planalto e pupilla dell’ex presidente Lula – e Marina Silva, che allo stesso Lula sbattè la porta in lacrime, accusandolo di aver tradito l’impegno ecologista. Le due candidate, che sono le favorite per le presidenziali del prossimo 5 ottobre e probabilmente duelleranno anche al ballottaggio del 26, hanno, del resto, una posizione politica molto differente, pur essendo entrambe donne di sinistra. Dilma (Partido dos Trabalhadores), cattolica, socialista “pragmatica”, è favorevole ai grandi eventi, alla “pacificazione” delle favelas (programma di “normalizzazione” delle aree povere attuato anche grazie all’intervento di polizia ed esercito) e all’impegno nell’estrazione del petrolio, convinta che sia una risorsa indispensabile per estendere le ricchezze ai poveri del paese. Marina (Partido Socialista Brasileiro), ecologista, protestante, punta sulla difesa degli “ultimi”, è impegnata strenuamente nella difesa dell’Amazzonia e dell’ambiente (che antepone allo sfruttamento delle risorse), è antiabortista e strenuamente contraria agli sprechi.

Due programmi diversi, due personalità opposte, Dilma e Marina: carattere molto forte e stile decisionista per la prima, che non a caso si è autodefinita “donna dura, circondata da ministri morbidi”; approccio da “ragazza della porta accanto”, nello stesso tempo semplice, diretta e quasi ieratica la seconda.
D’altra parte, non è un mistero che la storia personale e politica delle due sia molto diversa. Opposta, per certi versi. A partire dai primi anni di vita. Figlia di un immigrato bulgaro, Dilma (classe 1947) trascorre un’infanzia agiata, cresce in una casa grande e sceglie studi classici. Marina, ascendenze afroamericane, nasce nel 1958 in una casa di legno all’interno di una piantagione di caucciù, impara a leggere e scrivere a 15 anni e inizia a lavorare come donna di servizio, per poi laurearsi e diventare insegnante. Ancora: in gioventù, l’attuale presidenta abbraccia il marxismo e aderisce alla lotta armata contro il regime militare. La sua rivale, invece, si concentra su temi sindacali ed ecologisti e collabora con Chico Mendes. Entrambe approdano al Partido dos Trabalhadores e nel 2003, quando il suo leader Lula diventa presidente del Brasile, entrano nel governo. Dilma Rousseff viene nominata ministro per le Miniere e per l’Energia, Marina Silva ministro dell’Ambiente. E’ lì che le due si scontrano ripetutamente (e per anni) sui temi ecologici. Dopo un lungo, logorante braccio di ferro, a rimanere in sella è Dilma, nel frattempo divenuta ministro della Casa Civil, in pratica un alter ego del presidente: nel 2008, infatti, Marina se ne va, imputando a Lula di aver tradito la causa dell’ambiente – in particolare sull’Amazzonia e sull’apertura agli Ogm.
Da allora, le strade delle due tornano a dividersi:
Dilma, da “delfina” di Lula, ne diventa erede designata; Marina lascia il partito (“lascio casa”, dichiarerà), e approda ai verdi, per cui si candida alle elezioni del 2010. I risultati sono sorprendenti: la Rousseff, contro tutti i pronostici, fallisce l’elezione al primo turno ed è costretta al ballottaggio (poi vinto) contro José Serra (Partido da Social Democracia Brasileira, centrista). Facile pensare che gran parte dei voti mancanti all’elezione di Dilma alla prima tornata si trovino nel carniere di Marina: accreditata alla vigilia di un 10%, infatti, la Silva porta a casa un sorprendente 19,33%. Lontano dal 46,91% della rivale e dal 32,61% di Serra, ma comunque in grado di scompaginare i pronostici.
Dopo il ballottaggio 2010, dunque, Dilma Rousseff si insedia al Planalto, da cui sarà chiamata a gestire i grandi eventi (Confederations Cup, Giornata Mondiale della Gioventù e Mondiali di calcio) e a fronteggiare, a sorpresa, le inattese proteste popolari contro il carovita e le spese per l’organizzazione della Coppa del mondo. Marina, invece, lascia anche i verdi e si trasferisce nel partito socialista, dove lancia la propria sfida in qualità di candidata vicepresidente, numero due di Eduardo Campos.

La tragedia aerea che, il 13 agosto 2013, costa la vita allo sfidante socialista la sbalza controvoglia alla ribalta. Il suo prestigio personale si somma all’eredità politica dello scomparso candidato socialista. Risultato: una rapida scalata nei sondaggi, dove Marina arriva a minacciare da vicino la riconferma della presidenta uscente. Gli ultimi dati del borsino elettorale continuano a dare Dilma nettamente in testa per il primo turno (40% a 27%); tuttavia, sull’eventuale ballottaggio, il margine è molto risicato (47% contro 43%). Una cosa sembra certa: che il Brasile avrà uno “spareggio in rosa”. Un po’ distante il “terzo incomodo”, Aécio Neves (nipote di Tancredo, primo presidente brasiliano dopo la caduta della dittatura, che morì senza insediarsi). Il candidato del Partido da Social Democracia Brasileira è infatti accreditato, al primo turno, di un 15%, troppo lontano dal 27% di Marina. Percentuali più basse, infine, per gli altri candidati: Levy Fidelix (Partido Renovador Trabalhista Brasileiro, destra getulista, che si ispira cioè al decisionismo dell’ex presidente Getulio Vargas); “Pastor” Everaldo (Partido Social Cristão, cristiano conservatore); Eymael (Partido Social Democrata Cristão, cristiano, centro-destra), Eduardo Jorge (Partido Verde, l’ex movimento di Marina Silva), Luciana Genro (Partido Socialismo e Liberdade, sinistra radicale), Mauro Iasi (Partido Comunista Brasileiro, marxista-leninista), Zé Maria (Partido Socialista dos Trabalhadores Unificado, comunista, trotzkista) e Rui Costa (Partido da Causa Operária, trotzkista).

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