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Inghilterra-Italia con frittata di cipolle

15 giugno 2014 • Mi mangio i mondiali

Colombia-Grecia 3-0

Uruguay-Costarica 1-3

Inghilterra-Italia 1-2

Giappone-Costa d’Avorio 1-2

 

Ricordate che cosa mi era accaduto ieri notte? La bottiglia di vino cileno in mille pezzi? Bene: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. O almeno ci provano. Quindi? Quindi, sono andato al supermercato e mi sono ricomprato il Sauvignon del Cile. Ho inventato i tempi supplementari a partita finita e, pur senza alterare il risultato finale, ho dato ai cileni la loro chance. Un bicchiere. Due bicchieri. In via amichevole.
Poi è stata la volta dell’acqua. Sì, perché erano le cinque di pomeriggio, e alle sei era prevista Colombia-Grecia. Che avrei aperto – decisione scontata – con un bicchierone generoso di ouzo. Meglio, dunque, separare il vino dall’anice.

E il mangiare? Ve lo dico senza nessun pudore: anche stavolta sono passato in rosticceria, per prendermi una moussakà. Il piatto colombiano, invece, me lo sono fatto in casa: una piramide di buñuelos, le palline fritte al formaggio. Niente Circolino, l’ho deciso: quattro partite, tutte e quattro a casa mia. Con relativi abbinamenti culinari. Sono stato fuori due ore a fare la spesa: avrei il necessario per un anno. Se i condomini mi troveranno ingrassato di botto, problemi loro. Non dovrò mica giustificarmi a sessant’anni, vero?
moussakaE invece sono già imbarazzato, perché agli inni nazionali ho già bevuto l’ouzo e ho già finito i buñuelos. La retsina greca sta andando troppo velocemente, e quando Armero insacca il primo gol colombiano, mi sono già seccato anche la moussakà.
La Colombia vince poi per 3-0. Mi spiace per la Grecia: speravo che facesse risultato, e il rigore che ha reclamato mi è sembrato netto. Ma la Colombia mi ha convinto: finora, insieme all’Olanda, i cafeteros sono il miglior prodotto di inizio Mondiale.

All’intervallo riporto in cucina vino e ouzo e mi do all’acqua: mi devo un po’ riprendere, in vista di Uruguay-Costa Rica. Protagonista atteso, al di là di Forlan, Cavani, Lodeiro e Campbell, un campione evergreen: il sandwich chivito. Che, a dispetto del nome, è un panino con una bistecca di manzo bella succosa , pomodoro fresco, mozzarella fusa, lattuga, pancetta, prosciutto cotto, peperone alla griglia e un uovo all’occhio di bue appena appena indurito. Patate fritte di contorno. Un panino inventato in un ristorante uruguagio nel 1946, in modo assolutamente estemporaneo: si dice che tutto nacque dalla strana ordinazione di un’avventrice argentina, che ordinò un capretto alla griglia, a cui evidentemente i cuochi del ristorante erano poco avvezzi. Così, “imbrogliarono” un po’ le carte. Il mix che ne scaturì fu esplosivo, e la cliente lasciò un megamancione clamoroso. Nacque un mito, e quel mito me lo cucino io.chivito
Mi è stato un po’ difficile inventarmi il piatto da abbinare al Costarica. Ho scelto il picadillo di patate e zucchine con carne, ricetta comune un po’ a tutto il Centroamerica. 700 grammi di carne di manzo macinata. Tre patate, mezza cipolla, due zucchine a cubetti. Uno spicchio d’aglio. Due carote. Olio, sale, peperoncino. Tre cucchiai di sherry secco (io non l’avevo, ho usato un cucchiaio abbondante di tequila). La ricetta è d’obbligo, questa volta. Riscaldare l’olio in una pentola molto grande e soffriggere cipolla e aglio per cinque minuti circa. Poi aggiungere la carne macinata. Alzare la fiamma e cuocere dieci minuti – se volete, potete aggiungere un po’ di sherry, o di tequila. Altri cinque minuti di cottura, poi coprite e fate scaldare ancora per la stessa quantità di tempo. Riscaldare l’olio in una padella e far saltare patate e zucchine con il cumino. In questo caso, dieci minuti di cottura sono sufficienti. Versare le patate nel macinato e far addensare per cinque minuti. E voila: il picadillo è pronto.
Tra Colombia-Grecia e Uruguay-Costarica c’è più di un’ora: di tempo per farmi il picadillo c’è appena appena. Il sandwichone me lo cucino durante la partita. Sì, perché non ve l’avevo detto: ho spostato il televisore in cucina. Non ce l’avrei fatta, altrimenti.
Al rigore dell’Uruguay ho appena appena iniziato a mangiare il sandwich: il picadillo è coperto da una scodella, così si mantiene caldo. Strano a dirsi ma è così: quando Campbell impatta, nel secondo tempo, l’ho appena finito. Mi sento un po’ strano: da molti mesi non mi facevo una mangiata così. E non sono neanche a metà del programma.
picadilloMa a preoccuparmi è l’alcool: sto un po’ esagerando. Vini uruguagi non ne ho trovati e birre costaricensi neanche. E allora ho optato per una bonarda Oltrepò: sapete quanti sono partiti oltre oceano, da quelle zone?
Bevo un bicchiere quando Campbell si mette il pollicione in bocca dopo il gol, ne bevo un altro mentre, dopo 180 secondi, Duarte porta in vantaggio il Costarica, che poi chiude la partita sul 3-1 a proprio favore. Risultato incredibile, ma vista la partita ci sta alla grande: Uruguay appannato, centroamericani tonici.
E io? Più appannato della Celeste. E fra poco c’è Italia-Inghilterra. L’abbinamento l’ho già scelto, e questa volta è un omaggio a Fantozzi. Frittata di cipolle con birrozzo (ho scelto una Real Ale inglese), con l’aggiunta di un fish and chips. Mentre suona l’inno inglese non può che tornarmi alla mente la scena in cui un ragionier Filini (che tutti immaginano costernato) telefona al suo migliore amico e collega, tramite la mitica Pina, e gli comunica che quella sera gli impiegati saranno obbligati a saltare il match, per vedere un film “cecoslovacco con sottotitoli in tedesco”. E qui il capolavoro: i “no” cadenzati e disperati del ragionier Fantozzi, mentre sullo sfondo, solenne, risuona l’inno inglese.
FantozziIl 21-0 che gli impiegati – in preda a sindrome da rumours impazziti – si rimpallano durante la visione della Corazzata Kotëmkin (parodia del vero capolavoro di Eisenstein, la Corazzata Potëmkin) è naturalmente un risultato impossibile. Però gli azzurri vincono lo stesso, anche se 2-1. Mentre la frittata di cipolle e il fish and chips giocano la loro partita nel mio stomaco, Balotelli isacca la rete del definitivo vantaggio. E a me, come un lampo in una notte scura, viene un’idea folle: perché non preparare anche i piatti tipici delle città in cui hanno sede le squadre in cui militano i giocatori in campo? Esempio: Balotelli, Milan = ossobuco con intorno il risotto alla milanese. Sirigu, Paris-Saint-Germain = escargot. E via andare. Naturalmente scarto questa opportunità, prima di tutto per motivi di tempo, e poi perché il mio stomaco organizzerebbe una marcia di protesta. Tuttavia, l’idea folle mi torna in mente più tardi, quando sto assistendo a Costa d’Avorio-Giappone. Al 16′ segna il milanista Honda portando in vantaggio i nipponici – e io penso a una bella “orecchia da elefante”, con patatine e insalata. Al 64′ pareggia Bony, dello Swansea City, e io penso al laverbread (o bata lafwr), piatto tipico gallese, che è in pratica un puré di alghe avvolto in farina d’avena e poi fritto (è vero, lo si mangia a colazione al breakfast insieme a uova, pancetta e molluschi – ma sono le quattro passate e, in teoria, sarebbe quasi ora di colazione). Appena due minuti dopo, cioè al 66′, a fissare il risultato sul 2-1 per gli ivoriani è Gervinho, della Roma: il collegamento all’abbacchio è chiaro. Ma pensate voi che indigestione che mi prenderei se, oltre a tutto quello che mi sono mangiato tra le 18 e le 5 del mattino, aggiungessi sul piatto della bilancia anche un abbacchio.
No, no, lasciamo perdere. Accontentiamoci del match a tavola fra nipponici e ivoriani: da una parte il sushi, comprato dal giapponesesushi d’asporto; dall’altra un dolce, tanto per digerire: le banane fritte (il nome del piatto ivoriano è alloco). Che in realtà non fanno proprio così digerire, ma sono buonissime, e tolgono il gusto del salato. Ci vorrebbero le bananine adatte, le plantain, ma io me la sono cavata con le banane normali: dopo averle sbucciate, le ho innaffiate con un po’ di zenzero tritato; poi ho scaldato un po’ di olio di semi e lì ho fritto il tutto. Dopo ho poggiato il tutto sulla carta da cucina, per smaltire tutto l’olio che si era accumulato. E lì, il colpo di genio, che mi ha permesso di trasformare un contorno (come l’alloco) in un dolce. Invece di metterci sale, come nella ricetta originale, ho optato per lo zucchero. Et voila!

Da bere, birra giapponese.
Alla fine, un “intruso”, né nipponico, né ivoriano: un torinesissimo digestivo Antonetto. Sarà dura, stamattina, addormentarmi dopo quattro partite giocate nel mio stomaco, a breve distanza l’una dall’altra. Che proseguono ancora, ben oltre il novantesimo.

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