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Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 maggio 2014 • Bordate d'autore

Nessuno ci crede veramente, alla “maledizione di Béla Guttmann”. Ma, sotto sotto, quella sinistra previsione condiziona l’inconscio dei giocatori del Benfica. Le finali perse si ammonticchiano, quasi fossero vecchie monetine messe lì, storte e sghembe, che per una strana deroga alle leggi fisiche se ne stanno in piedi, in colonna. E non c’è verso che cadano, quelle monetine: sono già otto, e otto son tante.
Quella previsione condiziona l’inconscio dei benfiquistas, si diceva. Non perché qualcuno ci creda davvero. Ma perché, finale persa dopo finale persa, l’autostima cala, le insicurezze si ingrossano. Il sortilegio, o presunto tale, è solo un alibi. C’entra quel campo senza illuminazione e senza tifosi, senza schemi né arbitro che è la psiche umana.
GuttmannAnche perché le parole che Guttmann pronunciò dopo che il Benfica gli aveva negato un aumento sono molto diverse da quanto comunemente si creda. Quando sbattè la porta e se ne andò da Lisbona, infatti, il tecnico esclamò infuriato: “Di qui a cent’anni nessuna squadra portoghese sarà bicampione europea, e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni”. Una previsione smentita dalle due vittorie del Porto (1986-87, contro il Bayern, e 2003-04, contro il Monaco). Un incantesimo sghembo, che – se si vuole essere precisi – non comprendeva altre manifestazioni se non il massimo torneo europeo. Ma si sa: quando c’è di mezzo la psiche umana, i confini si sciolgono e i tratti si fanno indistinti, grigi.
Ma chi era davvero Béla Guttmann? Chi era questo globetrotter del football, un po’ Herrera e un po’ Rocco, che faceva convivere un mesmerismo ipnotico a una cura scientifica del dettaglio? E che, anticipando il “mago interista” riempiva i giocatori di massime e aforismi? Chi era questo allenatore enigmatico, protagonista di una vita mai banale, fatta di luci e di ombre – alcune molto, molto buie, brutte e profonde?

Una vecchia stampa di Budapest

Una vecchia stampa di Budapest

Prima di tutto, Béla Guttman (anzi: Guttman Béla – in magiaro, il cognome viene prima del nome) era un austro-ungarico. E non solo di nascita, dato che – anche dopo che l’Impero cadde, sopravvivendo solo nei cuori di molti europei, e non solo – lui da austro-ungarico continuò a vivere, nei suoi continui spostamenti fra Budapest e Vienna, e dalle due capitali del vecchio Franz Josef al resto del mondo. Lui, nato a Budapest nel 1900 (almeno, così pare), figlio di due ballerini della comunità ebraica ungherese, era destinato a seguire le orme dei genitori. A volteggiare in aria, sfidando la legge di gravità, sbeffeggiandola come un moderno titano, prima che un perfetto atterraggio salvasse in extremis le leggi di Sir Isaac Newton. Non era ancora maggiorenne, Guttmann, e aveva già i binari della vita tracciati: in tasca una qualifica di istruttore di danza classica, l’esistenza programmata, il futuro certo. Ma Béla non era un treno che partiva e arrivava alla destinazione prevista. Béla era un cavallo di razza senza un fantino, che correva inquieto e cambiava velocemente percorso. Una nave spaziale alla scoperta di nuovi mondi, che ascoltava assorta le arcane melodie prodotte dalla gravitazione dei pianeti.
E così, non dà retta alla sicurezza, ma all’amore. E l’amore è il calcio. 

 

(continua a pag. 2)

 

 

 

 

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