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Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 maggio 2014 • Bordate d'autore

Kafka

Franz Kafka

Béla inizia, così, a correre dietro al pallone mentre il conflitto che distruggerà un mondo sta massacrando la gioventù di mezza Europa – ma in Austria-Ungheria, neppure la guerra ferma il calcio. Béla esordisce al Törekvés, squadra di seconda divisione ungherese. Poi, a conflitto ampiamente finito, passa all’Mtk Budapest, nel ruolo di centromediano metodista. E in seguito, da campione ungherese (siamo nel 1921), si trasferisce a Vienna per giocare nell’Hakoah. Una squadra che nasce in ambito sionista, per rappresentare gli ebrei della capitale austriaca – tra i suoi tifosi, annovera nientemeno che Franz Kafka.

In ebraico, Hakoah significa “forza”. Ma per Guttmann è un po’ come una piccola Heimat: ci resta, se ne va in cerca di nuove avventure, ci ritorna come in cerca della mamma dopo aver perso la strada della vita. Con la squadra viennese si toglie delle gran soddisfazioni. Va a vincere a Londra, 5-0 contro il West Ham. L’undici di Upton Park è ridimensionato dalle assenze, ma sugli annali questo non compare: il libro dei record evidenzia, invece, che per la prima volta una squadra inglese le prende in casa propria contro una compagine del

La formazione dell'Hakoah nel 1925

La formazione dell’Hakoah nel 1925

continente. Per la cronaca, l’Hakoah vincerà, poi, anche contro il Wolverhampton. Béla va a Parigi, ai Giochi Olimpici – che, in quel periodo, valgono anche come campionati del mondo. L’hotel dove la sua Ungheria viene alloggiata non è certo un grande albergo, anzi, è una bettola precaria di Montmartre. A nulla valgono le proteste. Così i giocatori – guidati proprio da Guttmann – inscenano una protesta singolare: piazzano dei topi morti all’ingresso delle porte. Risultato, Béla deve dire addio (da calciatore) alla nazionale. Che, intanto, è già fuori dai Giochi: dopo aver strapazzato per 5-0 la Polonia, è uscita agli ottavi con l’Egitto, con un rotondo 3-0. Mentre si apre l’era dell’Uruguay – campione olimpico e mondiale dopo aver regolato la Svizzera in finale – i magiari sono già mestamente a casa. Ma Guttmann è comunque considerato uno dei maggiori talenti del calcio danubiano e trascina l’Hakoah alla conquista del suo primo (e unico) campionato. Poi se ne va in America, in tournée con la sua squadra. L’ambiente di oltreoceano – diverso da quello austro-ungarico, ma comunque cosmopolita – gli piace. E decide di restarci, come emigrante di lusso: prima si trasferisce ai New York Giants, poi fonda l’Hakoah All-Stars, una specie di filiazione export della sua squadra. Poi, dopo una parentesi al New York soccer club, decide di tornare a casa. A Vienna. ritto alla sua Heimat, l’Hakoah. La mamma, che si riscopre dopo aver perso la strada della vita, senza averla mai del tutto dimenticata.
1929Perché l’America, per Guttmann, era stata prima opportunità, poi disperazione. Oltre a tirare calci al pallone, Béla investiva in Borsa. Bene, all’inizio. Ma poi era arrivato il 1929, che aveva distrutto tutto come un castello di carte. E gli aveva portato la triste ombra della povertà.
Quando torna a casa, sa di aver sprecato il suo grande talento in un campionato – come quello Usa – provinciale e tecnicamente poco evoluto (anche se, occorre ricordarlo, la nazionale americana ha poi conquistato la semifinale nei Mondiali del 1930, in Uruguay). Un aneddoto raccontato da Guttmann farà comprendere come era percepito il calcio negli Stati Uniti in quell’epoca:
“Durante la prima partita, nonostante un ampio vantaggio della nostra squadra, notammo un particolare. I tifosi americani non esultavano ai gol bensì a tiri alti e fuori dallo specchio della porta.
Probabilmente confondevano il calcio con il loro football. Bastò uno sguardo per capirci tra compagni. Così, iniziammo a tirare bordate, esaltando i tifosi che a fine partita mi portarono in trionfo”.

 

(continua a pag. 3)

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