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Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 Maggio 2014 • Bordate d'autore

Torna da dove era venuto: alla Honvéd, nel frattempo diventata uno squadrone. E’ il 1956: la squadra di Budapest ha incantato il mondo con Puskás e altri fuoriclasse come l’ala Zoltán Czibor, il mediano József Bozsik, e l’attaccante

Guttmann (a sinistra) con Puskás (a destra)

Guttmann (a sinistra) con Puskás (a destra)

Sándor Kocsis, “testina d’oro”. I quattro hanno divertito il mondo due anni prima con l’Aranycsapat ai Mondiali di Svizzera. Ma il 1956 è anche l’anno della rivoluzione ungherese e della sua drammatica conclusione. E’ l’anno in cui il mito-Honvéd si infrange contro i cingoli dei carri armati sovietici, che spengono le speranze magiare di libertà – e anche il grande calcio – in quell’alba in cui morirono i sogni. La squadra si trova all’estero e i giocatori, in Ungheria, non ci vogliono rientrare. Anzi, alcuni riescono a far scappare le famiglie. Giocano la partita di Coppa dei Campioni, contro l’Athletic Bilbao, in campo neutro, all’Heysel di Bruxelles: i baschi li eliminano in una partita rocambolesca – chissà come sarebbe andata, davanti al pubblico amico.

Puskás con Evaristo a margine dell'amichevole tra Flamengo e Honved

Puskás con Evaristo a margine dell’amichevole tra Flamengo e Honvéd

Guttmann organizza una tournée europea, e poi un’altra a Rio de Janeiro, dove la vecchia Honvéd dà spettacolo contro Flamengo e Botafogo. E’ il canto del cigno di una squadra stupefacente. La Fifa spalleggia incredibilmente la federazione calcio ungherese, burattino degli occupanti sovietici, e vieta all’undici di Guttman di utilizzare il suo nome. La tournée brasiliana segna, quindi, la fine della Grande Honvéd. Al loro ritorno, i giocatori prendono strade opposte: Bozsik, Lóránt e Grosics scelgono di tornare in Ungheria, mentre Kocsis, Czibor e Puskás se ne restano fuori: i primi due se ne vanno al Barcellona, il secondo al Real Madrid, dove contribuirà alla nascita di un nuovo mito del calcio.
E Guttmann? Guttmann se ne resta in Brasile, dove il calcio è musica. E in Brasile si porta dietro il suo fedele amico, il 4-2-4, con cui – anche grazie all’acquisto di Zizinho – guida il San Paolo al trionfo in campionato. Dino Sani, centrocampista della squadra paulista e futuro milanista, lo avrebbe detto chiaro e tondo: “il San Paolo di Béla Guttmann era il volto dell’Ungheria”. La stagione successiva, come da copione, Guttmann lascia la squadra a campionato in corso. Ma, probabilmente, neppure si immagina la strada che ha aperto. Vicente Feola, commissario tecnico della nazionale brasiliana, prende pari pari la lezione dell’austro-ungarico Brasile 1958e la applica alla Seleção. Risultato? Il Brasile è campione del mondo. Merito, naturalmente, dei suoi grandi campioni: Pelé, Garrincha,il portiere Gilmar, Djalma e Nilton Santos, Didì, Zagalo, Vavà, il capitano Bellini, Zito, Orlando. Ma anche di quel modulo devastante, il 4-2-4. Si può dire che, nel 1958 in Svezia, sono due squadre a conquistare il loro primo mondiale: il Brasile e – per interposta “persona” – l’Ungheria, anche se nessun albo d’oro riconoscerà mai questo titolo all’Aranycsapat.

 

(continua a pag. 6)

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