MENU

Béla Guttmann tra Kafka, Puskás, Eusébio e uno strano incantesimo

23 Maggio 2014 • Bordate d'autore

Guttmann, nel frattempo, ha preso contatti con il Porto. Dal Brasile al Portogallo il passo è brevissimo, nonostante l’oceano che li divide. L’uomo di Budapest diventa il protagonista di una incredibile rimonta – ironia della sorte – sul Benfica, e vince il campionato. A pari punti, per la differenza reti. E poi, se ne va armi e bagagli dalla squadra che ha appena privato del titolo all’ultima giornata: si giustifica con il clima di Porto, troppo umido – a suo avviso – per la sua salute.

Eusébio

Eusébio

E’ ormai alla vigilia dei 60 anni, l’età della pensione per molti lavoratori. Eppure, Lisbona sarà il punto più alto della sua carriera. Guttman costruisce, mattoncino dopo mattoncino, una squadra formidabile. E, oltre che tattico sopraffino, si conferma scopritore di giovani: nel 1960, consigliato da Bauer, che aveva allenato a San Paolo, mette gli occhi su un ragazzino mozambicano – Eusébio da Silva Ferreira – e lo soffia ai rivali dello Sporting. Allunga una mancia molto sostanziosa a sua mamma, che convince la giovanissima promessa – spaventata dalle voci di un possibile rapimento da parte dei biancoverdi – a non tornarsene in Mozambico e a rimanere a Lisbona. Guttmann non ha fretta: i giovani non possono essere bruciati, bisogna farli esordire quando è tempo. E il debutto della “perla nera” avviene il 23 maggio 1961, in amichevole contro l’Atlético Clube de Portugal: il giovane Eusébio si impone e sigla una tripletta. Mentre il ragazzo cresce, Guttmann si porta a casa la prima Coppa dei Campioni, la stessa coppa che gli era stata negata dai cingolati sovietici: trascinato dal bomber José Águas (11 gol, capocannoniere), il Benfica giunge alla finale del Wankdorf contro il Barcellona e vince 3-2 il Benfica. Ironia della sorte, i gol blaugrana vengono messi a segno dai fuoriclasse della Honved riparati in Catalogna: Kocsis e Czibor. Proprio nello stadio, quello di Berna, in cui l’Aranycsapat aveva perso un Mondiale già suo.

Eusébio e Guttmann

Eusébio e Guttmann

La stagione seguente è l’anno del bis. In finale, questa volta ad Amsterdam, il Benfica di Guttmann deve affrontare il Real Madrid. Dall’altra parte della barricata, e un altro suo ex giocatore: Ferenc Puskás l’ungherese – anzi: l’ex ungherese, dato che ormai è naturalizzato spagnolo.
Due fuoriclasse a confronto: il vecchio Ferenc e il giovane Eusébio. Finisce 5-3 per il Benfica: i tre gol del Real sono tutti firmati Puskás, mentre Eusébio ne insacca due (vedi qui)
Ma Guttmann ha già deciso di andarsene: “Il suo stipendio è sufficiente”, gli hanno detto i dirigenti del Benfica ad Amsterdam, alla vigilia della finale. Lui si prende il secondo trofeo europeo e poi se ne va sbattendo la porta. E lasciando, come eredità, la “maledizione”.
L’anno seguente, il Benfica raggiunge ancora la finale, nello scenario maestoso di Wembley. E’ la prima sconfitta di una lunga serie. A vincere è il Milan (2-1, vantaggio di Eusébio e rimonta in doppietta di “Mazzola” Altafini). Ad alzare il trofeo – beffa delle beffe – è il capitano rossonero, Cesare Maldini, il ragazzo di Trieste che fu lanciato proprio da Guttmann. Due anni e il Benfica si ritrova ancora in finale: questa volta a San Siro contro l’Inter di Herrera, uno che su Guttmann si è costruito e ha plasmato la propria carriera di allenatore. Nulla importa che due giocatori del Benfica (Eusébio e José Augusto Torres) vincano, appaiati, la classifica dei cannonieri, con nove gol a testa: la finale va all’Inter, con gol di Jair. Terza finale persa, nel 1967-68, ancora a Wembley: questa volta è il Manchester United di Charlton e Best a portarsi a casa la “coppa dalle grandi orecchie”, con un 4-1 ai supplmentari; magra consolazione, l’ennesima classifica cannonieri vinta da Eusébio.

Bobby Charlton e Eusébio prima della finale di Coppa dei Campioni

Bobby Charlton e Eusébio prima della finale di Coppa dei Campioni

Passano gli anni Sessanta, si sciolgono i Beatles, si ritira Eusébio e il calcio totale olandese conquista il mondo, ed esplode il Bayern di Beckenbauer. Il Benfica ritrova una finale solo nel 1982-83, questa volta di Coppa Uefa. Fuori, in teoria, dall’ambito della fantomatica “maledizione di Guttmann”. Che, però, non è altro che un blocco psicologico, lo si è detto: e così i portoghesi soccombono ancora, questa volta contro l’Anderlecht, nella classica partita di andata e ritorno che allora caratterizzava le finali di Uefa. Sconfitta numero quattro.
Torna la gloria in Coppa dei Campioni: stagione 1987-88, a Stoccarda. Avversario è il Psv Eindhoven, mentre campioni in carica sono gli avversari storici del Porto. Pareggio a reti bianche, prolungato ai supplementari; la prima serie di rigori si chiude con un en plein. Si va a oltranza, e lì il dramma: l’olandese Janssen (entrato nei supplementari) insacca, il benfiquista António Veloso sbaglia. 6-5 per il Psv dopo i calci di rigore. Quinta finale persa.
Il Benfica ci riprova nel 1989-90 al Prater di Vienna contro il Milan di Sacchi, campione in carica. E fallisce nuovamente, per mano di Frank Rijkaard. Sesta finale persa, di cui cinque in Coppa dei campioni.
Il resto è cronaca: la sconfitta in Europa League contro il Chelsea di Benitez, nel 2013, con il 2-1 definitivo siglato da  Ivanović nel recupero, a pochi secondi dai supplementari svaniti. E l’ottava finale, sempre nell’ex Uefa, persa ai rigori pochi giorni fa contro il Siviglia.

Naturalmente, a ogni sconfitta del Benfica  in finale, il nome di Guttmann torna su tutti i giornali del mondo. Ma che cosa aveva combinato “mago di Budapest” dopo il burrascoso addio al Benfica? Ciò che ha sempre fatto: il girovago del football. Prima al Peñarol, poi un passaggio da supervisore della nazionale austriaca, affiancando Josef Walter; ancora al Benfica, nel 1965-1966, con una traumatica eliminazione nei quarti di Coppa dei Campioni contro il Manchester United: addio Lisbona. Poi ancora un’esperienza nel campionato svizzero, al Servette, dove sostituisce l’ex attaccante di Inter e Alessandria Roger Vonlanthen. Infine, Panathinaikos, Austria Vienna e un tragico epilogo al Porto. Dove assiste alla morte del centrocampista Fernando Pascoal das Neves “Pavão”, 26 anni, durante al 13′ della 13esima giornata di campionato (contro il Vitoria Setúbal). Una morte che non troverà una spiegazione, lasciando spazio a bruttissime voci, secondo cui Guttmann somministra doping ai giocatori. Un’accusa mai provata: nessuno saprà mai se è vera o falsa. Fatto sta che Guttmann decide che è ora di smettere e si ritira a vita privata. A casa, a Vienna: ormai ha la cittadinanza austriaca, e se sente una delle sue mille città come sua, questa è la città del valzer e del vino novello sorseggiato nell’atmosfera familiare degli Heuriger. Ma parlare di questo non ha molto senso. Béla Guttmann era Béla Guttmann, il “mago di Budapest”, l’austro-ungarico giramondo, il nomade del calcio, sempre sulla pendola tra le due vecchie capitali dell’Impero e il mondo. Dal 1981 riposa nel cimitero ebraico di Vienna. E un giorno, quando il Benfica farà finalmente sua una finale, potremo dire che sono la sua fama e i suoi successi – e non quello strano “incantesimo” pronunciato ad Amsterdam in un momento di rabbia – a sopravvivergli, tra i campi di tutto il mondo.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »