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Il 1968 e i cambiamenti di una lunga stagione

9 marzo 2014 • Olympic Graphics

Fig. 481968 Grenoble – Giochi invernaliFig. 50

di Paolo Cagnotto. Per la decima edizione le Olimpiadi invernali in Francia. Una delle novità dell’edizione del 1968 fu la trasmissione televisiva a colori per i paesi che già lo utilizzavano. Ma fu anche l’anno dove venne introdotto il controllo ani-doping, con equipe medica al seguito. Dal punto di vista sportivo, su tutti, emerse il nome del francese Killy che vinse tutti i titoli in palio per lo sci. Per l’Italia il quarantenne Eugenio Monti venne definito “il rosso volante” perché guidò i bob azzurri alla conquista del doppio titolo olimpico, nel due e nel quattro. Fu, il 1968, anche l’anno dell’apparizione della prima mascotte: lo sciatore stilizzato da Aline Lafargue degli Studi film e promozione di Parigi. Schuss, con “capoccione” rosso e corpo saettiforme nel nome di derivazione tedesca che è uno stile di sciata. Il personaggio, in piena era della plastica, non fu realizzato come mascotte in peluche, ma utilizzato in diversi pali indicatori e segnaletici. Venne così inaugurata la tradizione di accompagnare ogni edizione dei giochi con una mascotte portafortuna. Roger Excoffon firmò il logo e il manifesto. Excoffon, per la grafica è il disegnatore di diversi caratteri tipografici (font) che vengono usati ancor oggi per la loro attualità fra cui il Mistral o tutta la famiglia dell’Antique Olive. Disegnò anche una serie di pittogrammi che diedero una nuova impronta nella grafica del ’68 anche per gli anni a venire. Probabilmente influenzarono anche la grafica delle olimpiadi del Mexico. Nel logo, il fiocco di neve sembra quasi un ricamo al tombolo, una tecnica di ricamo comune fra i paesi della Val d’Aosta e della Savoia, nonché nelle Alpi francesi. Nel manifesto, i cinque cerchi si animano per una discesa a rotta di collo sulle piste di neve e il movimento un po’ fumettistico ne rimarca la velocità dei discesisti. Non vengono però rispettati i colori del logo.

 Fig. 521968 Città del MessicoFig. 51

Oltre i duemila metri di quota è il livello di Città del Messico, la città che ospitò i Giochi nel 1968. La città venne scelta per la buona organizzazione messa in campo nella fase della candidatura. Messa in discussione alla vigilia della competizione per il modo in cui il governo di allora, spense alcune sommosse popolari con occupazioni militari dell’università e conseguente sanguinosa strage di studenti. Il 1968 fu un anno importante nella storia occidentale, verrà ricordato per le sommosse, le rivolte, l’omicidio di Martin Luther King… senza dimenticare l’invasione di Praga da parte dell’Unione sovietica e i tumulti contro la guerra in Vietnam e l’ascesa del maoismo. Tutti segnali che il mondo, fuori dalle competizioni sportive, stava cambiando. Ma le Olimpiadi proseguirono imperterrite, anche se fecero il giro del mondo le immagini di contestazione di due atleti di colore che sul podio salutarono con un guanto nero e il pugno chiuso contro il razzismo.

Ma le Olimpiadi del 1968 segnarono anche una svolta importante nel mondo della comunicazione e della grafica legata alle competizioni sportive. Il tema merita qualche riga in più di commento.

In Messico non c’erano infrastrutture adeguate e i forti investimenti economici atti a sostenere progetti di grandi dimensioni architettonica (come alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964). Quindi la grafica giocò un ruolo significativo nello sviluppo dell’immagine e si creò la necessità di realizzare un visual che funzionasse come mezzo efficace di informazione e di riconoscibilità sull’intero pianeta. Fu perciò necessario affidare il compito ad un team multidisciplinare di progettazione che venne coordinato dall’architetto Pedro Ramirez Vazquez che incluse Lance Wyman come direttore del design grafico e Peter Murdoch, designer industriale inglese direttore dei progetti speciali. La sfida principale di quel team di progettazione fu quello di sviluppare un sistema visivo in grado di essere applicato all’interno di una delle più grandi città del mondo, all’interno dell’area urbana e non soltanto come in altre occasioni, in uno spazio appositamente costruito per tale scopo.

Così il designer Lance Wyman stabilì che il sistema doveva riflettere gli aspetti della cultura messicana, piuttosto che seguire i modelli grafici di moda, anche se l’influenza della grafica del francese Excoffon appare evidente. Il risultato fu il frutto di uno studio completo sui manufatti antichi degli elementi popolari aztechi e d’arte messicana, prevalentemente Wyman stabilì l’uso di linee multiple in serie, formando modelli e dinamiche e colori brillanti, da considerarsi come un segno distintivo proprio della cultura messicana, come le idee principali del progetto. Sulla base della combinazione, progettata da Pedro Ramirez Vazquez, dei cinque anelli olimpici e l’anno dei Giochi, Eduardo Terrazas e Lance Wyman disegnarono il logo per Messico ’68, e lo svilupparono per creare il famoso manifesto dei Giochi, che richiama i motivi della Indiani Huichol. Questo emblema servì anche come punto di partenza per l’alfabeto olimpico, uno degli elementi principali del programma di identità olimpica e fu applicato anche per gli abiti indossati dalle hostess della manifestazione. Il logo fu utilizzato in una grossa operazione di merchandising e applicato a matite, oggetti e gadget vari.

Fig. 53I problemi della comprensione delle diverse lingue parlate dai partecipanti e del pubblico, furono risolti in parte nella realizzazione di una serie nuova di simboli e pittogrammi che permisero ai visitatori di sentirsi a casa, pur non parlando messicano. L’identità olimpica fu personalizzata per ogni città ospitante. Ogni scenario, ogni struttura e le arterie principali della viabilità olimpica furono illustrati dal Dipartimento di Progettazione Urbana. La grande piazza dello Stadio Olimpico venne dipinta con il design derivato dal logo, ed evidenziò per la prima volta le aree di accesso. I vari simboli sostituirono veramente le parole sulla stampa dei biglietti olimpici e nelle strade di accesso alle strutture, consentendo ai visitatori provenienti da oltre 120 di trovare il proprio posto in modo agevolato ed efficace attraverso la simbologia.

Il sistema grafico creato per le Olimpiadi del ’68 in Messico venne considerato la proposta di maggior successo per l’innovazione e l’arte. Uno degli aspetti più spettacolari di progettazione urbana furono le decorazioni della città ospitante con migliaia di enormi palloncini pieni di elio. In luoghi e strade principali vennero collocati i palloni personalizzati con il logo Messico 68.

L’Urban Design contribuì efficacemente a risolvere i problemi di traffico dei veicoli durante il periodo olimpico. Le strade principali vennero caratterizzate da fasce colorate su pali della luce con il colore corrispondente alle arterie principali. Una grafica globale, quindi, per la prima volta accomunava gli aspetti identificativi, che venne integrato due anni più tardi in occasione dei campionati del mondo di calcio.

Fig. 54Ci fu anche il timido tentativo di studio della mascotte, un giaguaro rosa, con macchie verdi a forma di fiori geometrici. Il giaguaro fu scelto per richiamare l’attenzione di un’area geografica dove è preponderante la cultura Maya. Nelle rovine di Chichen Itza, c’è una figura di pietra conosciuta come la ‘Red Jaguar’. realizzata in calcare dipinto in rosso con intarsiati dischi turchese e conosciuta come la Maya Jaguar. Non risulta però come mascotte ufficiale delle Olimpiadi perché non inserita nel progetto di comunicazione complessiva, rappresenta ugualmente la prima mascotte delle olimpiadi estive.

 

Fig. 55

1972 Sapporo – Giochi invernaliFig. 56

A prima vista, il logo delle Olimpiadi di Sapporo, solo otto anni dopo quelle di Tokyo, sembra una ripresa del vecchio logo, con l’aggiunta del fiocco di neve e la proposizione dei cinque cerchi a colori. Il design del nipponico Kazumasa Nagai venne scelto come emblema ufficiale dei Giochi Sapporo. Molto più pulito del precedente, con la chiusura degli emblemi olimpici in un quadrato sormontato dal fiocco di neve a sei poli, un ideogramma tratto da uno stemma di un’antica famiglia giapponese simboleggia l’inverno e l’immancabile Sole Rosso, immagine del Giappone.

Venne bandito un concorso e il manifesto vincente fu quello presentato da un mito della grafica e dalla comunicazione giapponese, infatti tutti e tre i manifesti classificati ai primi tre posti comprendono la progettazione di Nagai come una parte essenziale della loro creazione.

Fig. 57Quello vincente di Kazumasa Nagai è una sintesi visiva stilizzata della pista di pattinaggio sul ghiaccio e coperta di neve del Monte Eniwa, Il poster del secondo classificato era un’opera di Yusaku Kamekura che aveva scelto una grafica meno moderna con lo sciatore un po’ troppo “volante”. Anticipatrice di uno stile che prenderà corpo negli anni successivi il poster proposto da Gan Hosoya con il testo sfuggente del testo, che richiama sia la velocità con una zoomata grafica dell’implosione della scritta Sapporo.

Sapporo è l’unica manifestazione moderna che non presenta ufficialmente la propria mascotte ad accompagnare le varie fasi dello svolgimento dei Giochi. Abbiamo però trovato in rete l’immagine di un peluche, un orsacchiotto che venne comunque utilizzato nelle premiazioni e in alcuni eventi.

Fig. 58

1972 Monaco

Oltre settemila atleti e centoventidue nazioni, cifre record per le Fig. 59Olimpiadi che verranno ricordate soprattutto per le gesta criminali dei terroristi arabi del movimento di Settembre Nero che fecero una strage a danno della squadra israeliana. Furono, a loro volta, uccisi tutti dalle teste di cuoio tedesche.

Anche per questa edizione l’impatto grafico e lo studio furono notevoli, peccato che l’innovazione del designer tedesco Otl Aicher (lo stesso che disegnò il simbolo della Lufthansa e della Braun, nonché il tipo di carattere Rotis nel 1988) finì in secondo piano dopo i tragici fatti terroristici e le inevitabili conseguenze. Aicher nel 1953, insieme a Inge Scholl e Max Bill, fondò la Hochschule für Gestaltung di Ulm, che divenne uno dei centri più importanti della Germania per la progettazione negli anni fra il 1950 e il 1960. Aicher e il suo staff crearono una nuova serie di pittogrammi che aprirono la strada alle onnipresenti figure stilizzate attualmente utilizzate nella segnaletica urbana. Infine, la realizzazione dello Strahlenkranz: una ghirlanda che rappresenta il sole, ma anche i cinque anelli olimpici fusi insieme in una spirale. Il designer Von Mannstein rielaborò la grafica originale di Aicher attraverso un calcolo matematico per ottenere il disegno finale. I toni scelti per i disegni furono selezionati in modo da riflettere i colori cromatici delle Alpi. Le montagne in blu e bianco che compongono la tavolozza di colori, comprendeva anche verde, arancione e argento. I colori vennero usati per identificare le destinazioni assegnate per i media, i servizi tecnici, l’ospitalità, le celebrità e le funzioni pubbliche, una serie di colori coordinati per le diverse funzionalità. Una logica utilizzata ancor oggi e ormai di uso comune in ogni evento. Sans Serif è il tipo di carattere utilizzato con la semplicità della sola M maiuscola. Furono progettati 21 manifesti differenti per ogni disciplina olimpica con la tecnica chiamata “posterizzazione” che separa le qualità tonali dalle immagini utilizzando i colori ufficiali di Monaco 72. Il poster che raffigura lo stadio Olimpico divenne il manifesto ufficiale. Vide la luce, sempre ad opera di Aicher, la prima mascotte olimpica ufficiale, un bassotto di nome Waldi.

Fig. 60Waldi elaborato da Elena Winschermann, grafica dello staff di Aicher. era stato scelto per tre caratteristiche comuni con gli atleti, la resistenza, la tenacia e l’agilità. La fisionomia della mascotte si basò su un vero bassotto a pelo lungo di nome Elena Winschermann, che Aicher utilizzò come modello. Il bassotto, pensato in colore blu ha nel corpo tutti i colori degli anelli olimpici: verde, giallo, arancione e verde scuro. Esclusi il nero e il rosso per escludere i colori legati al partito nazionalsocialista. Vennero concesse 50 licenze per il merchandising dello sfruttamento della mascotte a diverse aziende, ad un compenso di c.a. 245.000 marchi tedeschi. Oltre due milioni di gadget raffiguranti Waldi vennero venduti in tutto il mondo. Waldi era disponibile come pupazzo in peluche, come giocattolo di plastica e in legno, e stampato su pulsanti, manifesti e adesivi. Singolare, senza precedenti e mai imitato, il fatto che il percorso della maratona alle Olimpiadi del 1972 venne creato per assomigliare a Waldi. Il percorso fu stabilito in modo che la testa del cane fosse il fronte ovest, con gli atleti che dovevano percorlo in senso antiorario, a partire dalla parte posteriore del collo del cane e continuando intorno alle orecchie. La bocca del cane venne identificata attraverso il parco di Nymphenburg. Il ventre era la principale strada del centro di Monaco di Baviera, e le zampe posteriori con la parte posteriore e la coda erano collocati nel Giardino Inglese, un parco che si estende lungo il fiume Isar. Gli atleti continuarono a correre lungo la parte posteriore del cane prima di entrare allo Stadio Olimpico.

Fig. 61

1976 Innsbruck – Giochi invernali

In sostituzione di Denver in Colorado, che rinunciò all’ultimo Fig. 62momento ad organizzare i Giochi invernali a causa di un diniego della cittadinanza tramite referendum, si optò per Innsbruck che garantiva ottima organizzazione e impianti ancora nuovi. Per gli appassionati dello sport fu l’edizione che consacrò le medaglie dello squadrone azzurro con Gustav Thoeni e Piero Gros, nonché con le medaglie di Plank e Claudia Giordani. Per quanto riguarda la grafica, il manifesto è frutto della scelta di non mostrare una disciplina sportiva in particolare, Wilhelm Jaruska, pittore viennese, illustrò un poster neutrale, mostrando un primo piano di un pattino, caratteristica comune a parecchi degli sport invernali. In questo caso il pattino simboleggia tutte le discipline presenti ai Giochi invernali: una pista da sci, una slitta o bob e la lama di un pattino.Fig. 63Il rettangolo bianco sulla punta rende la “I” di Innsbruck. A destra, sullo sfondo, le cime colorate simboleggiano le montagne tirolesi. Schneemann (in tedesco proprio Pupazzo di neve) era la mascotte dei Giochi: un simpatico pupazzo di neve con copricapo rosso tirolese che simboleggiava la semplicità nei Giochi Olimpici realizzato da Walter Potsch. Il logo fu riproposto da Arthur Zelger, lo stesso autore del logo del 1964, aggiornato per l’occasione dopo dodici anni.

 

Fig. 641976 MontrealFig. 65

Il poster olimpico dei Giochi estivi in Quebec è opera di Ernst Roch e Rolf Harder, semplice, essenziale con i caratteri che ricordano gli stessi di Monaco 72, non per niente si sente l’influenza della scuola del tedesco Harder, divenuto poi uno dei guru della grafica canadese. Il movimento e la riunificazione alla figura centrale è l’idea grafica utilizzato in sintonia con il logo. Nel manifesto, i colori sfumati danno l’impressione del mosso e del movimento dove i cinque cerchi si stabilizzano al centro, quasi in avvicinamento. Lo stesso effetto che si è voluto dare al logo, con un movimento solo del segno, monocolore, dall’alto verso il basso, con una scia che potrebbe essere la M di Montreal. Il logo è opera di Georges Huel, che aveva disegnato la grafica dell’Expo canadese del 1967 e durante le Olimpiadi ricopriva il ruolo di direttore generale della parte artistica. Si occupò dell’identità e della segnaletica olimpica. Huel si circondò dei migliori artisti e designer in grado di influenzare la grafica canadese e dar vita a diverse correnti artistiche.Fig. 66

Per la mascotte olimpica del 1976 venne utilizzato uno dei simboli nazionali del Canada, il castoro che simboleggia anche il duro lavoro richiesto per eccellere nello sport. Venne battezzato Amik. Anche se elegante e preciso, non è fra le mascotte più riuscite perché sembra più un pittogramma che un animaletto.

 

Fig. 671980 Lake Placid – Giochi invernaliFig. 68

In piena guerra fredda fra Usa e Urss, con il presidente americano Jimmy Carter che già minacciava di boicottare i Giochi estivi di Mosca a causa dell’invasione sovietica all’Afghanistan, il momento sportivo più eclatante fu la semifinale di Hockey che i dilettanti americani vinsero (concretizzando poi con la medaglia d’oro) proprio contro la fortissima nazionale russa, vincitrice di 5 titoli in sei anni. Fu’ l’anno di Ingemar Stenmark e della nascita dei Momix, originariamente un quadro di figura nelle rappresentazioni della cerimonia inaugurale. Il manifesto e il logo vanno in coppia. A fine del decennio del 1970, il manifesto non risulta essere molto innovativo. Porta la firma di Robert Whitney e non è altro che la trasposizione colorata del logo che dovrebbe simboleggiare un po’ tante cose: la fiamma olimpica, il dinamismo, il trampolino, le montagne le piste da sci… Non un grande impegno e uno studio a cui si erano dedicati i designer di Città del Messico e di Monaco.Fig. 69

Semplice anche la mascotte, riuscita più nel disegno bidimensionale a praticare le varie discipline che nella versione pupazzo. Per molti è la più brutta mascotte di tutte le olimpiadi. Ma è tutta la ricerca grafica che appare “svogliata”. Roni, il nome della mascotte, è l’abbreviazione del nome del procione degli indiani irochesi. nativi di New York e Lake Placid.

 

Fig. 701980 MoscaFig. 71

Si chiude il decennio degli anni settanta con lo scontro frontale fra i poli politico-economici della Guerra fredda. Un duello, quello fra Usa e Urss, combattuto con armi non convenzionali. Cominciata alla fine degli anni sessanta con la corsa alla conquista della Luna, vide vincere gli americani con lo sbarco dell’Apollo 11. Dopo un decennio agli Stati Uniti toccò organizzare le olimpiadi invernali e sfuggì loro la possibilità di bissare l’evento con le olimpiadi estive a Los Angeles, perché cinque anni prima il Comitato Olimpico scelse la candidatura di Mosca. L’intervento bellico di Breznev in Afghanistan fu il pretesto perché Carter decise di non partecipare, di fatto, alla ventiduesima edizione delle Olimpiadi. Con gli Stati Uniti, altre sessantacinque nazioni non presero parte ai Giochi: il Canada, la Germania Ovest, la Norvegia, il Kenya, il Giappone e la Cina oltre al blocco delle nazioni arabe. Quindi Olimpiadi dimezzate, con conseguente distribuzione di medaglie ad altri paesi che ottennero maggiori risultati mancando nazioni come gli Stati Uniti che, solitamente facevano man bassa di ori in quasi tutte le discipline. Grottesca come al solito la decisione italiana, che partecipò senza far gareggiare gli atleti militari e utilizzò l’inno olimpico invece dell’inno nazionale. Ad eseguire il manifesto di Mosca 2008 fu chiamato Vladimir Arsentyev un designer di grande qualità i cui lavori nel settore del design, soprattutto di arredamento d’interni vennero valorizzati negli anni successivi con esposizioni in diversi musei. Fig. 72Fig. 73La grafica, pensata cinque anni prima, non aveva niente di tradizionalmente russo o derivante dalla cartellonistica e dalla grafica del Pcus e dei paesi del blocco dell’Est. Abbastanza lineare, anche se non originale ed innovativa vede convergere diverse linee verso l’alto, come fossero settori di una stilizzata pista d’atletica, fondersi nell’ascesa verso l’alto e con stile più occidentale (sembra una stilizzazione di alcune parti in acciaio della facciata delle torri gemelli di New York…) culminano in una punta che come una fiaccola olimpica invece della fiamma regge la Stella rossa sovietica. Monocolore, rosso Pcus su fondo giallo il semplice manifesto, monocromo come quello delle olimpiadi invernali. Anche i cinque cerchi perdono il colore e si uniformano alla cromia predominante. L’inserimento con carattere cirillico della scritta Mosca definisce l’impronta del luogo dove si svolgeranno i Giochi, l’altro elemento è il numero progressivo dell’edizione. L’orsetto Misha fu invece la mascotte commissionata dal Partito ad uno dei più importanti illustratori sovietici di libri per bambini Viktor Cizhikov, Infatti l’orsetto, animale simbolo dell’Unione Sovietica risulta molto simpatico, di grafica tradizionale, in stile europeo e trova subito il consenso del pubblico. Verrà prodotto anche un cartoon che fu popolare per un breve periodo. Il pupazzo gigante, in stile americano, aprì e chiuse le cerimonie olimpiche in mezzo alo stadio. Si venne a sapere solo trent’anni dopo che Cizhikov fu tenuto all’oscuro della destinazione del progetto e costretto già nel 1977 a cedere tutti i diritti e sottopagato. Per il Partito l’autore non era lui, «ma il popolo sovietico». Una seconda, meno conosciuta mascotte, era presente anche durante i Giochi di Mosca. La mascotte era un sigillo chiamato “Vigri”, che rappresentò gli eventi velici a Tallin.

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