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Il Dopoguerra

25 febbraio 2014 • Olympic Graphics

Fig. 24

 

1948 St. Moritz – Giochi invernaliFig. 25a

di Paolo Cagnotto. Non colpita dalle vicende belliche, la Svizzera poteva offrire la necessaria competenza e attrezzature per la disputa dei giochi invernali. Il manifesto ufficiale è opera del pittore svizzero Fritz Hellinger, autore del dipinto Vacance en Suisse adattato ai Giochi Invernali (fig. a destra) e preferito ad altre opere fra cui quella più suggestiva del pittore e illustratore Alois Carigiet, autore engadinese conosciuto per le sue storie illustrate per l’infanzia. Entrambi i poster proposti, figurano un po’ in antitesi con il grigiore del logo: da una parte colori a iosa, voglia di allegria con una coppia di sciatori turisti più che atleti, visto che il dipinto era nato con intenzioni turistiche più che olimpiche, nell’angolo a destra e sullo sfondo un turbinio di fuochi d’artificio in una “cartolina” invernale di una delle località mondane che non hanno mai perso il proprio fascino, uscita indenne dalla guerra. Più azzeccato l’impatto emotivo del poster di Carigiet, mentre l’immagine di Hellinger può vantare delle ottime quotazioni alle aste del settore ed è compreso nel catalogo della casa d’aste Christie’s. Con il sole, caratteristica icona dell’Engadina, il logo dei giochi invernali sembra più adatto per un’etichetta da impermeabile, con l’irradiamento di alcuni raggi sullo sfondo grigio e la firma storica che è il logo della cittadina di St. Moritz: “Una firma che è una garanzia”, come recitavano alcuni motti pubblicitari degli anni cinquanta. Un lettering che dura da settantacinque anni inalterato fino ai giorni nostri, anche se con l’aggiunta di un po’ di colore.

Fig. 26

Fig. 27 Fig. 28

1948 Londra  

A tre anni dalla fine del conflitto i giochi tornarono a Londra dopo che erano stati cancellati nel 1940 e nel 1944. C’è un po’ di contrasto fra l’edizione invernale svizzera e quella estiva britannica. Ricca la prima e da decisamente da “dopoguerra” quella di Londra. Vennero utilizzati gli tessi impianti utilizzati per le olimpiadi del 1908. Si disputarono in un clima di speranza e festoso dopo le rovine della guerra. Con una sessantina di nazioni partecipanti furono i primi giochi che non videro la presenza del Barone De Coubertin (deceduto nel 1937). Gli atleti vennero ospitati in baracche di fortuna, mentre i partecipanti si dovevano portare i viveri da casa… Le cronache raccontano che per ristrettezze di fondi anche le medaglie vennero coniate in leghe economiche. In compenso, quelle di Londra, furono le prime Olimpiadi trasmesse dalla televisione. Quindi un nuovo mezzo, anche se primordiale, cominciò a farsi strada nella comunicazione della manifestazione affiancando i tradizionali manifesti. Iconografia classica quella scelta per il manifesto progettato da Walter Herz, artista ebreo che fuggì a Londra dalla Cecoslovacchia, suo paese natale, nel 1939. Con lo sfondo bianco e azzurro, per la leggibilità delle scritte. In primo piano una statua del discobolo impastata nei cerchi olimpici. Fa da sfondo per unire l’insieme un disegno quasi fotografico di un altro simbolo classico di Londra, il Parlamento con la Torre dell’orologio. Riprende lo stesso tema il logo, anche se non si può parlare di immagine coordinata. Il manifesto fu realizzato in tre formati: grande (cm 74×104), medio (cm. 50×64) e locandina (cm 37×47).

Fig. 29

1952 Oslo – Giochi invernali  Fig. 30

Superata la boa del ventesimo secolo, le Olimpiadi invernali si spostano in Norvegia. La grafica del poster risente dell’influenza del primo periodo della cartellonistica europea e alle illustrazioni pittoriche. L’idea è quella di far sventolare le due bandiere, quella olimpica e quella del paese ospitante su due aste che si rivelano essere le racchette degli sci. Lo stile è pastoso e richiama un po’ le illustrazioni dei libri di fiabe per bambini. E’ un po’ una scopiazzatura del poster dei giochi di St. Moritz del 1928 con la variante delle “racchette” invece dei pennoni. Il logo invece, opera del designer Gunnar Furuholmen è poco più di un timbro filatelico dove i cinque cerchi sovrastano una stilizzazione dello stadio olimpico. E’ ancora presto per vedere sui manifesti anche il logo della manifestazione: niente di coordinato, ogni espressione artistica viaggiava per conto proprio.

Fig. 31

1952 Helsinki  Fig. 32

Il giro di boa del secolo, per quanto riguarda le olimpiadi estive, fa tappa a Helsinki. Quasi cinquemila atleti, impianti nuovi e un clima festoso e competente quello finlandese. Si registrò il ritorno degli atleti russi che, a causa della guerra fredda, vennero ospitati in un villaggio olimpico separato. Brutto anche per l’epoca il manifesto che è difficile collocare in uno stile. Opera di Ilmary Sysimetsa raffigura un atleta nudo, dedicato al corridore finlandese Paavo Nurmi, uno dei più fenomenali atleti di tutti i tempi, a cui venne dedicata anche una statua. Era in pratica il bozzetto presentato nell’edizione saltata a causa della guerra. Quindi è proprio quello il richiamo grafico. Valore cromatico buono e lettering troppo serioso anche se leggibile. Il bando emanato per il concorso, vide partecipare ben 270 bozzetti che vennero però tutti scartati. Molto più moderno il logo, anche se tende ad assomigliare ad un marchio aziendale, che riporta in estrema sintesi, la stilizzazione delle strutture olimpiche, dello stadio e i cinque cerchi su fondo blu.

Fig. 33

1956 Cortina – Giochi invernali  Fig. 34

Arrivò anche il momento dell’Italia, anche se solo per i giochi invernali. Fu Cortina d’Ampezzo ad aggiudicarsi il ballottaggio fra Lake Placid, Montreal e Colorado Springs. Era la terza volta che Cortina aveva proposto la propria candidatura, nel 1939 venne scelta per l’edizione del 1944, ma lo scoppio della guerra frenò tutto, Per l’edizione del 1952 venne battuta da Oslo per un paio di voti. Artefice della presentazione fu il conte Alberto Bonacossa. Un’edizione che viene ricordata per la buona organizzazione e l’entusiasmo della località ampezzana che, al pari dei paesi dell’Engadina, lanciava il messaggio del proprio turismo d’elite al mondo. La fiaccola partì da Roma benedetta dal Papa. A contribuire al successo dell’evento la mondanità di allora con la prima diretta televisiva dei giochi invernali e le presenze dei divi e delle star televisive come Sofia Loren, Raf Vallone e Mike Bongiorno. Il marchio della manifestazione, realizzato da Franco Rondinelli, è semplice e classico, contiene una vista delle Tofane come si vedono dalla conca ampezzana, un fondo blu con i cinque cerchi e una corona aurea con una stilizzazione dell’alloro olimpico. Uno stemma nobiliare, più che un marchio, che contribuì allo status della località ampezzana. Il manifesto riprende lo stemma (finalmente) in un fondo azzurro che ricorda il colore sportivo italiano e il cielo limpido sopra le Dolomiti. Vennero stampati 11.000 manifesti e 100.000 cartoline.

Fig. 35

1956 Melbourne  Fig. 36

Fino all’edizione del 1956, i giochi olimpici si svolsero quasi esclusivamente in Europa, con due puntate negli Stati Uniti. Quindi la novità fu proprio l’esportazione dei giochi dall’altra parte del mondo: l’Australia. Per ragioni climatiche si svolsero in dicembre, quando a Melbourne è estate e furono parecchi gli atleti che subirono la differenza di preparazione. Addirittura le gare di equitazione si svolsero in Svezia per la difficoltà di portare i cavalli in una trasferta così lunga. Con la televisione che si imponeva in ogni continente e le diverse forme di espressione, anche il mondo della comunicazione cominciò a diventare più maturo e fece il salto di qualità. Mentre il logo, risente di una certo vecchiume di grafica anni trenta… il manifesto vede una svolta grafica notevole, Dinamico ed essenziale, frutto del lavoro di Richard Beck, un designer industriale inglese che si era stabilito a Melbourne. Elegante e sinergico, con i giusti pesi e le giuste misure, In un fondo blu intenso, una sequenza di biglietti d’invito stilizzate portano al centro visivo i cinque cerchi colorati e nella parte più nascosta è visibile lo stemma australiano. La scritta con un lettering agevole e leggibile, finalmente moderno è semplice e supporta tutta l’immagine.

Fig. 37 Il manifesto dei giochi Equestri . Il progettista del poster era l’artista svedese John Sjösvörd di Stoccolma.

 

 

 

 

 

Fig. 38Fig. 39

1960 Squaw Valley

Giochi invernali 

Negli anni sessanta l’advertising prese il sopravvento sulla cartellonistica, sull’arte pittorica e sulla grafica delle varie correnti che hanno segnato i primi cinquant’anni del ventesimo secolo. Le nuove tecniche, lo sviluppo della fotografia e la sua imitazione grafica cominciarono ad esplodere. Le tecniche pubblicitarie si diedero dei codici, una nuova arte di comunicazione esplose e anche la grafica dei manifesti si assoggetta. Un fondo iperrealista, quasi uno still-life di un particolare di campo innevato ospita una stella dinamica irregolare a sei punte, che dà un senso di rotazione e allo stesso tempo simula il movimento acrobatico degli atleti. Da quella olimpiade, Squaw Valley, in California, al confine con il Nevada divenne da piccola cittadina una delle più rinomate stazioni sciistiche mondiali. In quell’edizione l’Italia finì ultima con una sola medaglia di bronzo nel proprio medagliere. Per la prima volta venne affidato il compito ad un’agenzia pubblicitaria, la Knolling Advertising.

Fig. 40

1960 Roma    Fig. 41

Venne il turno dell’Italia anche per i giochi estivi. Proprio la capitale, Roma, fu la città scelta, dopo varie candidature. Per l’Italia si trattò di un trampolino di lancio incredibile. Il binomio antico/moderno era sotto gli occhi di tutti. Da una parte le strutture e la città che offriva angoli suggestivi e storici ancora agibili, Colosseo a parte, dall’altra la tecnologia all’avanguardia che permise alla Rai, nata da pochi anni, di trasmettere dirette in Eurovisione per cento ore di trasmissioni. Anche il logo e manifesto segnarono un passaggio importante dell’arte grafica: un giovane pittore italiano, molto intraprendente, vinse il concorso per realizzare il manifesto nel 1958. Si trattò di un’intuizione grafica che contrappone nell’oro e marrone della capitello romano e del bassorilievo delle figure di atleti un “chiaroscuro” che ricorda visivamente la sagoma della torcia olimpica. Nella parte alta la scritta ROMA MCMLX, finalmente la storia romana, la sua cultura possono esprimere nel lettering, anche i famosi numeri romani, Quale occasione migliore? Sopra, in dimensioni ridotte rispetto alla colonna, la “Lupa” che allatta Romolo e Remo bambini. E sopra i cinque cerchi, Anche la data riprende i numeri romani. Un’insieme armonioso e decisamente d’impatto. Anche in questo contesto un bravo pittore-cartellonista si trasformava nel più abile pubblicitario italiano del periodo, il vincitore del concorso era infatti Armando Testa, che nel 1960 realizzò anche il memorabile manifesto del Punt e Mes. Una caratteristica comune, la semplicità del segno, il forte impatto e l’uso di due soli colori su un fondo rigorosamente bianco.

Fig. 42

1964 Innsbruck Fig. 43

Giochi invernali 

E’ in Tirolo che si svolsero i noni giochi olimpici invernali. L’austriaco Arthur Zelger fu il designer che realizzò in puro stile svizzero, quasi uno stemma comunale, il logo dell’edizione. Logo che però si discosta dal manifesto, nel quale non appare neppure. Un bel manifesto invece, che coglie un macroparticolare del fiocco di neve, ingrandito e stilizzato a dovere e l’inserimento dei cinque cerchi nel cristallo di neve. Un po’ da titoli di coda cinematografici le indicazioni e il lettering che identifica il periodo. Con Innsbruck le olimpiadi invernali fecero il salto di qualità rispetto all’edizione precedente, sia per la qualità dell’organizzazione, sia per il numero di atleti partecipanti: oltre mille.

Fig. 44

  Fig. 45

 

 

Fig. 471964 Tokyo  Fig. 46

Primi giochi trasmessi grazie al satellite in tutto il mondo. Il creatore del logo del 1964 è stato il designer nipponico Yusaku Kamekura. Nella città in piena rincorsa commerciale, dall’economia emergente, arriva in grafica l’estrema sintesi. Più ancora del manifesto di Armando Testa di quattro anni prima, ma che prende spunto più dal Punt e mes, per glorificare il sole rosso della bandiera simbolo del Giappone, poi i cinque cerchi, e sotto la scritta in bold, bella rimarcata “Tokyo 1964” su fondo bianco. Anche il manifesto, in quattro versioni, porta l’innovazione di grandi scatti (ce ne furono per diverse discipline) su fondo scuro con gli atleti di una corsa o di un nuotatore colti in linea nello sforzo olimpico. Il logo e lo stesso lettering appaiono in modo pulito all’esterno del grande fotogramma. C’è anche un tentativo di educazione all’occhio dello spettatore, con l’utilizzo quasi didascalico dei testi. Il poster finale (quelli precedenti erano per le prime affissioni di promozione dei Giochi) rappresenta invece il tedoforo con una vista quasi a livello terra per lasciare alla base il fondo nero necessario a visualizzare scritta e logo.

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