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Mi si è infortunato il vino cileno

14 giugno 2014 • Mi mangio i mondiali

Messico-Camerun 1-0

Spagna-Olanda 1-5

Cile-Australia  3-1

 

 

Ieri, le prime due partite le ho viste al Circolino. Lo avevo già deciso da tempo. Mi sono piazzato al mio solito tavolino alle sei meno un quarto e mi son guardato, con tutta la banda dei pensionati, Messico-Camerun. 1-0, con due gol regolari annullati ai mexicanos. Il dottor Bassi – che non è un perdigiorno, ma un traumatologo in pensione, che la sa molto lunga – ha allora argomentato, con lo stesso tono di voce con cui solo dieci anni fa avrebbe comunicato a un paziente i dettagli del suo prossimo intervento: “qui, se vogliono far vincere il Brasile ce lo dicano subito, e noi smettiamo di seguire i Mondiali e guardiamo il fùtbal australiano”. Ho provato a controbattere: “aspettiamo ancora un po’, prima di dirlo”, “e poi il Brasile non avrà mica paura del Messico, in quel girone?”, e la mia opinione aveva guadagnato parecchi sostenitori. Se non che, il dottore ha tirato fuori l’asso dalla manica. “Lo vedete quell’Oribe Peralta, quello che ha segnato? Non è uno sgagnabroeud. E’ quello che ha fatto perdere il Brasile alla finale olimpica di Londra, nel 2012. Il Brasile che era strafavorito: aveva tanti assi che avrebbe potuto vincerci un Mondiale. Chiaro che hanno paura dei messicani”.

A quel punto, ci siamo ritirati in buon ordine. Tutti. Persino l’Alasinho, il brasiliano. Che, in realtà, non è brasiliano, e neppure si chiama Alasinho. E’ albanese e si chiama Alasin, ma è un tifoso del Brasile fino al midollo. Talmente tifoso che una volta gli abbiamo chiesto: “ma se c’è Brasile-Albania, chi tifi?”. Inizialmente ha risposto che quella partita non ci sarà mai; lo abbiamo incalzato, “ma se ci fosse?”, “ma se la giocassero?”, alla fine, a denti stretti, ha ammesso: “Brasile”. Addirittura cerca di parlare con accento portoghese; una volta, la sua sembrava più una cadenza genovese, ma poi si è avvicinato sempre di più a quella brasileira. Forse ha visto molti filmati su YouTube. Lui pretende anche di parlarlo, il portoghese. Al suo compleanno, quando noi aficionados del Circolino gli abbiamo regalato un coro interattivo di portoghese, lui ha risposto, con aria snobbish: “ma eu falo português“.
Sarà. Però me lo ricordo benissimo: si era portato a casa quel corso con una soddisfazione mai vista.
L’Alasinho ha scelto di non entrare nella discussione su Brasile o non Brasile. Ma so che soffre dentro. Vorrebbe vedere una squadra che dà spettacolo e domina in lungo e in largo. E invece è costretto a parlare di rigori generosi e gol annullati alle dirette concorrenti. Troppo umiliante.
Ci siamo, poi, tutti fermati al Circolino, in vista della partita successiva. Sono arrivate altre persone. Alle otto e mezza, l’Adalgisa ha portato da mangiare a tutti. Anche a me. “Ma dato che sei a dieta, cena leggera”. Un’affermazione davvero beffarda. Insalata, pomodori e verdura varia. Un po’ di tonno, tanto per indorare la pillola. Acqua del rubinetto. Guardavo i manicaretti degli altri, ero sul punto di cedere, ma poi ho detto “no. Dopo mezzanotte giungerà il mio momento. A casa mia”. Mi sono goduto la partita e il 5-1 dell’Olanda sulla Spagna, pensando che il mio spuntino notturno sarebbe stato altrettanto gustoso. Lì tifavano tutti per gli Orange, a parte il Pedro, che in realtà è peruviano, ma tifa anche Spagna per affinità, come dice lui. Tutti tranne uno, dunque, arancioni fino al midollo. Persino Don Girolamo era lì che saltava quasi sulla sedia: inizialmente aveva detto “mi fermo solo per il primo tempo, perché sono stanco”), ma dopo l’1-1, dopo quello splendido colpo di testa di van Persie, aveva cambiato idea: “in fondo, un’ora in meno di sonno non mi cambierà l’esistenza”, e ora era lì che saltava come una cavalletta a ogni gol.
Naturalmente, tifava Olanda anche il giovane Alasinho: “per noi brasiliani” (sì, proprio così: “per noi brasiliani”) gli olandesi sono i gemelli calcistici: stessa mentalità offensiva, stesso amore per il bel gioco, stesso futebol totale”. Me la dovrebbe spiegare dov’è finita, questa mentalità offensiva, dato che se c’è un punto forte del Brasile di oggi, quella è la difesa. E lui lo sa, e probabilmente schiuma.
Però è vero che i brasiliani hanno una predilezione per l’Olanda: a fine primo tempo, il Rino ha ricevuto un whatsapp (uostamp, ha detto lui) da suo nipote, che è in Brasile a vedere i mondiali; gli ha confermato che tutti i verdeoro tifavano Olanda. Chissà come l’avrà saputo l’Alasinho. Forse su YouTube. O forse chattando con qualche brasiliano.
Comunque, dopo il triplice fischio, mi sono un po’ attardato al Circolino. Tanto che sono arrivato a casa giusto giusto al calcio d’inizio. Con una fame! Mi sono visto il primo tempo senza mangiare niente. Tanto sapevo che in cucina era già tutto pronto. Prima di tutto, una Kangaroo pie che mi sono preparato io, con le mie mani, prima di andare al Circolino – no, non è carne di canguro, anche se gli australiani, il canguro, se lo mangiano: ma dove trovarlo, qui, nel vecchio mondo?

No: la Kangaroo pie è una specie di strudel: solo che, invece che austriaco, è australiano. La chiamano così perché sembra un po’ un marsupio. E’ fatta di pasta sfoglia ripiena di merluzzo, con cipolle e cetriolini, accompagnata da una buonissima salsa al cheddar. Ci sono andato vicino, nella preparazione: non avevo del  cheddar, e ho optato per il burro fuso. Poco poco. Oltre alla Kangaroo pie “sbagliata”, ho scelto le humitas, che sono dei soufflè di mais arrotolati nelle sue stesse foglie. Ehm va bene, va bene: quelle non me le sono cucinate io: me le sono comprate al take away peruviano (le humitas sono un piatto tipico sia del Cile, sia del Perù, ma una rosticceria cilena mica l’ho trovata).
Pensavo al cibo che mi attendeva a pochi metri, ma ho resistito fino a fine primo tempo. Non ho fatto come la difesa australiana, che ne al 14′ ne aveva già lasciati passare due.
Il primo tempo si chiude 2-1 per gli andini, e io attendo (come al solito) il fischio dell’arbitro per fiondarmi in cucina. Porto “a bordo televisore” la Kangaroo pie e le humitas; poi torno corricchiando al frigorifero. Devo scegliere da bere. Sauvignon del Cile o birra Foster australiana? Opto per il vino, se non altro perché il Cile è il vantaggio. Già lo pregusto mentre gorgoglia giù, bello fresco, quando – sarà la foga, sarà altro – prendo il classico topicch. Inciampo e sglinnggla bottiglia va in terra e si rompe in mille pezzi. Il mio Sauvignon del Cile è sul pavimento. Accenno a un urlo, ma poi mi ricordo che è l’una di notte. La signora Bianchi, quella del piano di sotto, ha l’orecchio molto fino: se ha sentito i vetri spaccarsi in piena notte, si lamenterà con tutto il condominio fino all’assemblea, e magari oltre. Pulisco velocemente, ma quasi mi vien da piangere, a vedere una bottiglia di vino finita in modo così inglorioso.
Opto per il piano B, cioè la Foster. Mi avvento sul cibo che l’arbitro non ha ancora sancito la ripresa del gioco. Il Cile cala il ritmo, l’Australia ne approfitta per provarci:, ci mette il cuore, assedia. Tutto inutile: anzi, il neo-entrato cileno Beausejour  fissa sul 3-1 nel recupero.
Ma io il risultato l’ho fissato già da un po’: se in campo ha prevalso il Cile, nella mia tavola ha vinto l’Australia, a causa dell’infortunio del fuoriclasse sudamericano n.1, il vino! Ma a perdere non è stato il Cile. A perdere sono stato io.

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One Response to Mi si è infortunato il vino cileno

  1. Domenico Megali ha detto:

    Complimenti al cuoco, all’inventiva e alla forza d’animo:-)
    Domenico

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