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“I werd’ narrisch!”

I werd’ narrisch!, “Sto diventando matto!”. Queste parole furono “gridate” dal telecronista austriaco Edi Finger il 21 giugno del 1978, dopo la seconda rete di Krankl alla Germania. Segnatura che portò inaspettatamente l’Austria sul 3-2, all 88′, privando i rivali tedeschi della finale terzo e quarto posto dei Mondiali argentini. Abbiamo scelto questa frase – che in Austria è, da allora, un modo di dire molto comune – come simbolo degli avvenimenti più “strani” e clamorosi della storia dello sport mondiale.
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Secondo David Beckham è il Mondiale dell’Inghilterra

21 maggio 2014 • "I werd' narrisch!"Comments (0)

“Non sarà facile cominciare contro l’Italia, una squadra che ai mondiali si comporta sempre bene, ma il fatto di avere di fronte un avversario così forte e blasonato potrà darci degli stimoli in più”. Da ex capitano della nazionale inglese, David Beckham è quindi convinto che i suoi connazionali possano essere protagonisti del mondiale in Brasile.
Secondo l’ex milanista, l’Inghilterra potrebbe persino arrivare a vincere quella coppa che insegue dal lontano ’66, quando si aggiudicò il suo unico titolo iridato. “Bisogna essere ottimisti, anche se non abbiamo una buona tradizione in questo torneo. Avere una mentalità positiva è fondamentale soprattutto nelle situazioni cruciali, come per esempio quando si va ai calci di rigore e ci si gioca tutto in pochi minuti. Il fatto di avere in squadra tanti giovani ci può essere d’aiuto, perché i ragazzi si fanno meno problemi e riescono a godersi meglio l’emozione del momento, senza sentire il peso della pressione. E poi non dimentichiamoci che a guidarli c’è un capitano come Gerrard, che saprà certamente come incoraggiarli”.
Il centrocampista del Liverpool è l’elemento-chiave sul quale Beckham, che ormai ha appeso le scarpe al chiodo per pianificare un futuro da dirigente, fa il massimo affidamento: “Steve ha vissuto una stagione fantastica sul piano personale, anche se il campionato è finito in maniera davvero drammatica per il suo Liverpool. Un leader del suo calibro in squadra è determinante, perchè i compagni più giovani lo guardano con rispetto e si ispirano a lui nelle situazioni decisive. In generale, il livello della rosa mi soddisfa. Roy Hodgson ha fatto le scelte giuste, chiamando i migliori in circolazione. Sono tutti ragazzi che hanno disputato una stagione di alto livello nei campionati più importanti del mondo e che hanno alle spalle un’esperienza sufficiente per farsi onore alla coppa del mondo senza il timore di sfigurare su un palcoscenico così prestigioso. Da quando è commissario tecnico, Hodgson ha fatto un lavoro stupendo. L’Inghilterra vi sorprenderà, anche se è stata inserita in un girone molto difficile e se sono in pochi ad indicarla tra le favorite per la vittoria finale”.
I programmi di Beckham per l’estate sono chiari: indossare i panni del tifoso per accompagnare i suoi ex compagni verso una vittoria che sarebbe letteralmente storica. E’ più difficile prevedere cosa farà lo Spice Boy da settembre in avanti, visto che sul suo conto continuano a rincorrersi numerosi voci. La più curiosa è certamente quella proveniente dalla Bolivia, dove la squadra del Bolivar gli ha proposto un ingaggio a tempo per prendere parte alla Coppa Libertadores, la Champions League del Sud America. In effetti, Beckham ha già optato per soluzioni del genere quando giocava nei Los Angeles Galaxy, ma per vestire maglie ben più prestigiose, come quelle di Milan e Paris Saint Germain. L’ipotesi più suggestiva riguarda invece l’acquisto di una quota rilevante del Manchester United, il club nel quale è cresciuto, insieme ad alcuni ex compagni di avventura come l’attuale vice allenatore Ryan Giggs, Paul Scholes ed i fratelli Phil e Gary Neville.
Pur potendo contare su una fortuna economica degna di Paperone, il trentanovenne non dimentica i sacrifici che gli sono stati necessari per diventare una star del pallone. Per trasmettere il valore del lavoro al figlio Brooklyn, insieme alla moglie Victoria ha preso una decisione particolare: il primogenito della coppia, ormai quindicenne, sta lavorando in un pub di Londra per racimolare qualche soldo per le vacanze, come la maggior parte dei suoi coetanei. Potrà sembrare curioso, per chi è cresciuto in una villa talmente sfarzosa da essere chiamata “Beckingham Palace“, ma sarà certamente un’esperienza formativa. L.Z.

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Panamericani 1975, la partita senza vincitori

2 marzo 2014 • "I werd' narrisch!"Comments (0)

Il 25 ottobre 1975, lo stadio Azteca di Città del Messico è pieno pieno: 105mila spettatori per assistere alla finale del torneo di calcio dei Giochi Panamericani, che mette di fronte i padroni di casa e il Brasile. Un’atmosfera, quella del Coloso de Santa Úrsula, che riporta alla mente ricordi recenti, ma già passati alla storia. I Giochi Olimpici 1968 e i guanti neri all’aria di Tommie Smith e John Carlos, sul podio dei 100 metri, per una protesta tanto silenziosa quanto eclatante contro il razzismo negli Stati Uniti. O l’8.90 di Bob Beamon nel lungo: record del mondo, destinato a durare 23 anni. Il 1970 e i folli tempi supplementari di Italia-Germania 4-3: il piattone con cui Gianni Rivera scrisse la storia sull’erba di Città del Messico. E la conquista definitiva della Coppa Rimet da parte del Brasile di Pelé, quattro giorni dopo. Sempre su quell’erba fatale.

I Giochi Panamericani non sono né un evento olimpico, né un mondiale di calcio. E in campo non stanno scendendo le prime squadre, ma le selezioni olimpiche, infarcite di giovani, ufficialmente “non professionisti”. Il Brasile – sulla carta più forte – schiera alcuni giocatori che avrebbero raggiunto la nazionale maggiore: tra questi, Carlos, portiere titolare nel campionato del mondo 1986 (ironia della sorte, in Messico), Edinho, futuro difensore dell’Udinese, Batista, che avrebbe poi giocato nella Lazio e nell’Avellino. Stella del Messico, invece, un giovanissimo Hugo Sánchez, appena diciassettenne. E’ proprio il futuro fuoriclasse del Real Madrid che, al 22′, offre un appoggio per Héctor Tapia, che si porta avanti la palla e poi tira, facendo secco Carlos. 1-0. L’Azteca viene, però, gelata a un minuto dalla fine, quando la difesa messicana provoca un rigore, trasformato da Cláudio Adão. Pari e tempi supplementari. Al minuto 108, però, succede l’imprevisto: il riflettore del settore ovest si spegne, seguito da quello opposto. L’Azteca è al buio e non si può più giocare. L’arbitro non può fare altro che decretare la fine dell’incontro.

Di solito, quando si spengono le luci di uno stadio e il direttore di gara è costretto a sospendere la partita, il regolamento dà la vittoria a tavolino della squadra in trasferta (così è quasi sempre stato: fa eccezione una recente sentenza-choc che è andata in senso contrario). Tuttavia, nella finale di un torneo mondiale, olimpico o panamericano, non si usa identificare l’organizzatore del campionato con la squadra di casa. Così, la Fifa annuncia che il torneo avrà due vincitori: Messico e Brasile vengono premiati, ex aequo.

Incredibile. Ma non è finita. Il giorno seguente, si verifica un nuovo colpo di scena: il comitato organizzatore, dopo aver consultato la Fifa, fa un passo indietro e decide che la partita sarà ripetuta il 29 ottobre.

Ma c’è un problema. I giocatori verdeoro stanno tornando a casa: sono giovani, ancora dilettanti, non possono starsene in Messico finché ne hanno voglia. Inoltre, la fiamma si è già spenta e i Giochi Panamericani sono stati chiusi ufficialmente. Rifare una finale va contro la consuetudine. Così, l’ex aequo viene confermato.

I Giochi Panamericani 1975 restano, finora, la sola grande manifestazione calcistica in cui la medaglia d’oro è stata assegnata a due squadre. Ma anche l’unica finale che non ha visto i brasiliani sconfitti contro il Messico. Negli anni successivi, infatti, i verdeoro avrebbero perso tutte le gare conclusive giocate contro la Selección mexicana: 2-0 nella finale della Copa Oro 1996, 4-3 nella Confederations Cup 1999, 1-0 nella Copa Oro 2003, 3-0 nei mondiali under 17 del 2005 e, infine, 2-1 nella finale olimpica di Londra 2012.

Guido Berger

 

Città del Messico, Stadio Azteca

Messico-Brasile 1-1

Héctor Tapia 22′ (M) –  Cláudio Adão 85′ su rigore (B)

Messico: José Gómez; Gabriel Márquez, Bardomiano Viveros (Víctor Gómez), Carlos García, Mario Carrillo; Francisco Bugarín, José Luis Caballero, Guillermo Cossío; Héctor Tapia, Víctor Rangel, Hugo Sánchez.

Brasile: Carlos, Mauro de Campos Júnior, Roberto Franqueira Tecão, Edinho, Chico Fraga, Batista (Carlos Bianchi da Silva), Eudes Lacerda Medeiros, Rosemiro Corrêa de Souza, Luís Alberto Pirola (Marcelo de Oliveira Santos), Cláudio Adão, João José dos Santos.

Arbitro: Arturo Iturralde (Argentina)

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Il tifoso che trasformò un rigore

28 gennaio 2014 • "I werd' narrisch!"Comments (0)

19 settembre 2009. Lo Spartak Mosca fa visita al Saturn Ramenskoye, la squadra dell’Oblast di Mosca controllata dal governo regionale, per la 22esima giornata della Prem’er Liga russa. Gli ospiti sono all’inseguimento del Rubin Kazan, in corsa verso il suo secondo titolo, mentre i padroni di casa veleggiano a metà classifica, con qualche vaga ambizione Uefa. La partita si mette male per lo Spartak: al 30′ il Saturn si porta in vantaggio con Dmitrij Los’kov. Nel secondo tempo, però, l’arbitro Vyačeslav Popov fischia un rigore a favore degli uomini di Valerij Karpin, che hanno così la possibilità di impattare. E’ il brasiliano Alex, acquistato a inizio stagione dall’Internacional di Porto Alegre, a incaricarsi del penalty. Il rigorista si prepara, ma…

 

 

… uno spettatore, in golf e blue jeans, invade fulmineo il campo, si avventa sulla palla, ferma sul dischetto, e batte il rigore. Il portiere del Saturn Antonín Kinský accenna – per una frazione di secondo – a una reazione istintiva. Ma poi lascia fare. E la palla va dritta  in rete. Il tifoso esulta correndo per tutto il campo, accompagnato da un altro invasore estemporaneo.

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“I werd’ narrisch!”: quel gol che entrò nei vocabolari

2 dicembre 2013 • "I werd' narrisch!", Senza categoriaComments (0)

Argentina, 21 giugno 1978. Si gioca l’ultimo turno della seconda fase a gruppi, che dovrà decidere le finaliste dei campionati del mondo. Per il gruppo A sono in programma Olanda-Italia, a Buenos Aires, e Austria-Germania Ovest, a Córdoba. Prima del fischio d’inizio, la situazione fluida: in testa Olanda e Italia con 3 punti (ma i “tulipani” hanno una differenza reti favorevole, 7 a 3 contro un gol fatto e zero subiti dagli azzurri); segue la Germania campione del mondo con 2, chiude l’Austria, ormai eliminata, con zero punti. La prima del girone va in finale; la seconda al terzo e quarto posto. Niente semifinali, dunque, e niente eliminazione diretta: questo campionato ha infatti previsto una prima fase con quattro gironi e una seconda con due ulteriori raggruppamenti, composti dalle migliori due di ogni gruppo. Proprio come era avvenuto ai Mondiali precedenti.

Per essere sicura di raggiungere la finale, l’Olanda deve battere l’Italia; in caso di pareggio, passa solo se la Germania non batte l’Austria con almeno quattro gol di scarto. L’Italia, invece, si qualifica solo con una vittoria, indipendentemente dal risultato dell’altra partita. I campioni del mondo, come già detto, possono farcela solo vincendo con quattro o più lunghezze di differenza. L’Austria, invece, non ha più stimoli – se non quello di fermare la corsa degli acerrimi rivali.

Un “incrocio pericoloso” che preannuncia subito una giornata all’insegna dei colpi di scena. Fin dal 19′ quando, quasi contemporanee, giungono prima la reti del vantaggio di Italia (autorete di Brandts) e Germania (Rummenigge). E così si va al riposo. Negli spogliatoi, gli azzurri sono promossi alla finale e i tedeschi alla “finalina”.

Ma nella ripresa si rovescia tutto. Prima, a Buenos Aires, pareggia Brandts, che qualifica l’Olanda, ma potrebbe rimettere in gioco anche i tedeschi. Poi, l’autorete di Vogts: 1-1 anche a Córdoba e definitivo addio alla finale per i campioni del mondo. Il pareggio rotweißrot fa partire i fuochi artificiali: il ritmo della partita sale, e alla fine l’Austria si porta in vantaggio, con il suo cannoniere Hans Krankl al 66′. Un minuto dopo, la Germania riporta la partita in pareggio con una rete di Holzenbein, che corregge di testa una punizione di Bohnhof dalla tre quarti. 2-2. Infine, la notizia da Buenos Aires: Haan, con un tiro da lontano, sorprende Zoff: 2-1 Olanda. Finale “blindata”, per gli arancioni di Ernst Happel, terzo posto sempre più vicino per la Germania.

Sembra tutto deciso. Finché, a due minuti dalla fine, il difensore austriaco Robert Sara intercetta un passaggio di Müller sulla sua tre quarti difensiva, lancia a Staubwolke” Oberacher sull’out di destra; l’ala supera la metà campo, poi cambia gioco con un lungo lancio trasversale; il tedesco Rüssmann cerca di intercettarlo di testa, ma liscia; Krankl è lesto a intervenire, lascia rimbalzare il pallone, se lo allunga di testa, tagliando fuori Rüssmann, entra in area, si libera di Kaltz con una finta e, di sinistro, batte Maier. 3-2

.Toooor

 

L’esultanza degli austriaci – giocatori, tecnici e tifosi – è incontrollata. Krankl corre verso la panchina come se, con quella rete, avesse siglato la vittoria austriaca ai Mondiali. Ma a passare alla storia è il commento di Edi Finger. Appena la palla ha varcato la rete, il telecronista della Orf accompagna l’esultanza incontrollata di Krankl con un commento altrettanto sfrenato:

 

Toooor, Toooor, Toooor, Toooor, Toooor, Toooor! I werd’ narrisch! Krankl schießt ein – 3:2 für Österreich! Meine Damen und Herren, wir fallen uns um den Hals”

(Goool, goool, goool, goool, goool, goool! Sto diventando matto! Krankl ha segnato! 3-2 per l’Austria! Signore e signori, ci stiamo abbracciando”).

La partita finisce con questo risultato, 3-2. La contemporanea vittoria dell’Olanda a Buenos Aires manda gli arancioni in finale, mentre l’Italia conquista la “finalina”. L’Austria agguanta la Germania a quota 2: ha, in fondo, vinto la sua Coppa del Mondo, privando i tedeschi della finale terzo e quarto posto. E, soprattutto, battendoli dopo 47 anni di digiuno.

 

In Austria, questa partita sarà ricordata come “Wunder von Córdoba”, il “miracolo di Córdoba”, mentre l’esclamazione “I werd’ narrisch” di Edi Finger diventerà un’espressione del linguaggio comune, oltre che uno slogan utilizzato in molte gag e in varie campagne pubblicitarie.Anche in Germania saranno presto attribuiti due soprannomi a questo match, ma di tono del tutto diverso: “Schmach von Córdoba” (la “vergogna di Córdoba”) e “Schande von Córdoba” (“il disonore di Córdoba”).

Guido Berger

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