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Mi mangio i mondiali


Esce la Spagna, rientra la mia dieta

19 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Australia-Olanda 2-3

Spagna-Cile 0-2

Camerun-Croazia 0-4

 

A Porto Alegre, Australia-Olanda 2-3. Sulla mia tavola, qualche fetta di struzzo comprata in Stamppotun negozio specializzato e stamppot (puré di patate con verdura), piatto tradizionale olandese. Da bere, birra di entrambi i paesi. Al Maracanà di Rio, Spagna-Cile 0-2. Accompagno l’addio rapido dei campioni del mondo e d’Europa a questi Mondiali con un piatto di patatas bravas madrilene (patate fritte ricoperte di salsa piccante) e empanadas cilene (focacce al forno con ripieno – ho scelto carne e formaggio). Proseguo con la birra, prima liscia, poi patatas bravasmalta con huevo come si usa, qualche volta, in Cile (in pratica, si mette un uovo nella birra: un mix interessante). Finisce la partita (e la malta con huevo) e mi chiama il Gianni, dal Circolino. “Scusa se ti disturbo, ma tanto so che sei in piedi. Ma non vieni più a vedere le partite qui?”. Esito un po’. “Domani, da domani torno”, rispondo. E’ ora di riprendere il dietone e di tornare a vedere un po’ di vecchi amici.
maltaMa prima c’è Camerun-Croazia. E, per questo incontro, mi sono preparato una sorpresa. Una bella conclusione per il mio progetto culturale. Per la Croazia, lo crni rižot od sipe, risotto al nero di seppia – chiara eredità veneziana. Per il Camerun (la cui cucina è una delle più rinomate in Africa) ho scelto lo N’dole (un piatto di verdure miste con spezie) con il pesce. Mi è piaciuto il nome: mi ricorda il Camerun dei tempi d’oro: il portierone N’Kono, e poi M’Bida, M’Bom… Ci ho bevuto un traminer croato.
Per chiudere in bellezza il progetto, palačinke dolci (queste sono un lascito ungherese) e un ndolebicchiere di Malvasia di Dubrovnik; poi un goccio di rakija.
Un’altra mezz’oretta davanti al televisore per vedere la Croazia battere il Camerun per 4-0 ed eliminarlo definitivamente dal torneo dopo due partite. Sono passati i tempi in cui i Leoni d’Africa mancavano la semifinale di un soffio, per inesperienza, beffati ai supplementari dai volponi inglesi del bomber Gary Lineker.

Finisce la partita, un bicchier d’acqua e a letto. Domattina darò una palacinkesistemata a casa, e sposterò nuovamente il televisore in sala da pranzo. Sarà dura riprendere con le insalatine e i fagioli, accompagnate da un cucchiaio di lecitina di soia. Ma non si può fare altrimenti. I Mondiali vanno avanti e hanno già dato i loro primi verdetti. Fuori la Spagna, fuori il Camerun. Dentro (a volte ritornano…) la mia dieta.

 

 

 

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Un’omonimia può cambiare la vita

18 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Belgio-Algeria 2-1

Brasile-Messico 0-0

Russia-Corea del Sud 1-1

 

Ieri, verso mezzogiorno, ho incrociato sulle scale il signor Niemeyer. Pardon: l’architetto Niemeyer. Uno che già solo con il cognome che si ritrova avrebbe dovuto pensarci da giovane: o divento un architetto di fama almeno europea, se non mondiale, o faccio un altro mestiere. Che ne so: cosmonauta, chitarrista beat, ingegnere, saltatore in lungo, autista. La parte più grottesca è che lui non solo fa Niemeyer di cognome, ma i suoi genitori hanno avuto la bella idea di chiamarlo Oscar.
Suo padre Carlo era uno scrupoloso impiegato postale, con l’hobby dell’arte. Dipingeva, e non era neppure così male. I suoi quadri li regalava via, agli amici: “un lavoro ce l’ho già”, si schermiva. Non amava troppo l’arte contemporanea, e tanto meno l’architettura moderna, ma – chissà per quale strano motivo – aveva una predilezione per Oscar Ribeiro de Almeida Niemeyer Soares Filho. E non solo per l’omonimia, no: forse gli piaceva l’idea di una città nuova e “neutrale” tirata su ex novo in mezzo a un paese sconfinato, che ne diventava capitale cercando di realizzare il sogno (presto svanito) di uno spazio dove i poveri potessero vivere in case identiche a quelle dei ricchi. Mé zone “migliori”, né zone “peggiori”: tutti avrebbero condiviso spazi di eguale dignità. Una strada che, secondo Carlo, avrebbe dovuto portare alla società senza classi, dove tutti vivevano bene, in uguaglianza e serenità. Concetti condivisi anche da sua moglie Stefania, la mamma di Oscar. Lei però amava la musica: non era capace di suonare strumenti, ma quando ascoltava qualcosa, vi si immergeva in maniera totale. C’è da scommetterci che, se il cognome di famiglia fosse stato Beethoven, il piccolo sarebbe stato chiamato Ludwig, con tanto di “van” annesso.
Fin da bambino, i genitori inculcarono a Oscar il mito del grande genio brasiliano – e i parenti iniziarono ad aggiungere “anche tu diventerai un architetto di levatura internazionale”. Il ragazzo aveva due strade: o opporsi ai condizionamenti quotidiani di genitori, parentado e vicinato, oppure seguire passivamente una strada tracciata da parole, sorrisi e aspettative. Scelse la seconda, e lo fece lui. Quando i genitori gli chiesero: “hai deciso se iscriverti o no all’università?”, lui rispose, senza esitazioni (e convinto della scelta): “sì. Architettura”.
Di lì iniziò la sua sofferenza. Perché lui, persona integra e gran lavoratore, presto si dimostrò un architetto senza infamia né lode. Per carità: se si fosse chiamato Mario Cereghetti, sarebbe stato considerato uno dei tanti. Ma se uno si chiama Niemeyer, e per di più Oscar, la gente si sente autorizzata a pretendere colpi di genio a ogni passo.
Oscar capì molto presto di aver commesso l’errore della sua  vita. Ma non ebbe il coraggio di cambiare. Così, andò a vanti nel suo tran tran. Le soddisfazioni gli arrivarono solo dalla famiglia: una brava moglie e due figli; ma il suo fortissimo attaccamento al lavoro, che pur non sopportava, ridusse i tempi in cui godersi la “vera vita”.
Per non mischiare la sofferenza quotidiana con l’oasi familiare, scelse sempre di lavorare lontano da casa. Il suo studio è, attualmente, a 20 minuti a piedi di qui – non quel granché, ma distante a sufficienza per separare le due mònadi, che per definizione non sono dotate di finestre.
Ho incrociato l’architetto Oscar Niemeyer, dunque, mentre stavo scendendo per fare la spesa. Avevo in programma una bella feijoada brasiliana (qualche ingrediente l’avevo in casa, ma non tutti) e un burrito di maiale alla messicana.
Abbiamo parlato per un po’. Non lo avrei mai invitato a vedere la partita del Brasile se non fosse stato lui a propormelo: sapevo che lui lo identifica con il suo Omonimo, e naturalmente con la sua professione e le frustrazioni che gli ha procurato.
E’ stato lui a chiedermi: “sta vedendo i Mondiali?”. Sa che sono appassionato di calcio.

“Certo”, ho risposto.

“Non si perderà una partita, eh…”.

“Finora no”.

“Dove la vede Brasile-Messico?”.

“A casa mia”.

“Le dispiace se vengo a vederla da lei? Mia moglie è al mare con i ragazzi”.

“Ma certo”, gli ho risposto. E, cambiando tono di voce, ho sussurrato: “Faccio la feijoada… ma ufficialmente sono a dieta… posso contare sul suo riserbo?”.

“Ma certamente. Ma non disturbo, vero?”.

“No, no. Anzi…”.

feijoadaEro contento, ero. Ero stufo di vedermi le partite da solo. Così, ho guardato Belgio-Algeria mentre cucinavo; ma mi sono preso il tempo per mangiarmi un piccolo kebab, in onore dell’Algeria, e una gaufre/waffel (meglio dirlo sia in francese, sia in fiammingo, per evitare incidenti diplomatici) per il Belgio. Da bere, una birra d’abbazia. Finale, 2-1 per il Belgio, come in campo.

Non ho voluto mangiare troppo pesante, insomma, per prepararmi alla feijoada. L’ho fatta abbondante: 1 chilo di fagioli neri, 100 grammi di salsiccia, mezza orecchia di maiale, 50 grammi di costine, 100 di lingua affumicata, 50 di pancetta e 50 di carne secca, i rimasugli di una salsiccia (mia aggiunta personale), uno spicchio d’aglio, olio, prezzemolo alloro e una spruzzatina di basilico. Poi, sale e pepe. I fagioli, i pezzi di maiale, la lingua e la carne secca erano già a bagno dalla fine di Stati Uniti-Ghana, con molta acqua e con la foglia di alloro. Prima di Belgio-Algeria ho fatto bollire i pezzi di maiale per mezz’ora, li ho fatti scolare, poi li ho messi un una padella alta con i fagioli e la salsiccia a pezzettini. Poi ho coperti il tutto con acqua e, dopo aver aggiunto il sale, ho fatto cuocere il tutto per due ore a fuoco lento, mescolando ogni tanto, nei tempi morti di Belgio-Algeria. Ho poi aggiunto le costine, la carne secca e la lingua e, poi, il soffritto di olio, aglio, cipolla e pancetta (che avevo preparato “in parallelo”), una parte del brodo di fagioli e il prezzemolo tritato. Ho poi riversato il tutto nella zuppa, mischiando e cuocendo il tutto a fuoco lento. Bella idea, quella del televisore in cucina: ho visto la partita, cucinato e mangiato nello stesso tempo.
Ho portato sulla tavola i recipienti di coccio in cui ho messo la feijoada non appena è venuta densa, la salsa cruda di cipolla, il prezzemolo, l’aglio e il pomodoro tritati fini fini, l’olio e il succo di limone. Tutti ingredienti importanti per accompagnare la feijoada. Poi, ho portato il riso, da mangiarci insieme. Da bere, birra brasiliana e messicana. Infine, i burritos: ho scelto tortillas di manzo per evitare di spingere troppo sul maiale.
“Le dispiace se mangiamo in cucina?”, gli chiedo.

“Assolutamente no”, mi risponde.
burritosAbbiamo guardato la partita insieme. Io ero neutrale: mi sono simpatici sia il Brasile sia il Messico, e anche dal punto di vista gastronomico le apprezzo entrambe. L’architetto – lo vedevo – tifava per i verdeoro.
A un certo punto non ce l’ho fatta e gli ho chiesto: “ma architetto, ma lei tifa per il Brasile?”.
Lui ha staccato gli occhi per un attimo dalla partita e mi ha guardato. “La feijoada è ottima, e anche i burritos”, mi ha detto. Poi ha taciuto un attimo, che mi è parso una vita. Intanto, il Messico stava prendendo l’iniziativa.
Poi, come se stesse facendo uscire un fiume che stava trattenendo da tempo, forse da anni, ha iniziato a parlare. “Come farei a non provare un po’ d’affetto per questo paese? Il Brasile mi ha accompagnato per tutta la vita, anche se non l’ho mai visitato: pensi, è persino la prima volta che mangio la feijoada. Fin da bambino, tutti mi accostavano al grande genio. E io cercavo i libri sul Brasile, sognavo quel paese grande come un continente, progettavo di andarci e, nelle mie fantasie di bambino, di progettare una nuova città dal nulla, che potesse rivaleggiare con Brasilia. L’ho amato tanto, il Brasile. Poi, quando ho scoperto che il mio sogno di imitare il mio omonimo si era dimostrato una follia, l’ho rifiutato, questo paese, ma senza mai smettere di amarlo. Neppure mia moglie ha mai capito che, quando giocava la Seleçao, io sentivo qualcosa – anche se non ho origini brasiliani, né ho mai visitato quel paese. Perché sono stato messo su quei binari, uno verde e uno oro. E poi ho deciso io di percorrerli. Non li ho percorsi bene, la mia regressione infantile mi ha suggerito una follia, una prova irrazionale e assurda. Ma la responsabilità è mia. Magari anche dei miei genitori, e dei parenti, e dei vicini, e degli amici di famiglia. Ma soprattutto mia. Io, solo io ho preso questa decisione. Ho detto “sì”. Io. Solo io.

borschComunque, possiamo anche identificare tanti coprotagonisti – meglio: deuteragonisti – del naufragio della mia vita. Ma tra quelli non c’è il Brasile. No, il Brasile non c’entra”. Intanto, Niemeyer era tornato a vedere la partita. Stette in silenzio fino alla fine. E io, certamente, non osai proferire parola. Solo a 0-0 sancito, gli propongo: “vuole una Caipirinha?”.
“Volentieri. Non l’ho mai bevuta”.
La faccio, ma questa volta, al posto della cachaça, non ci metto la rakija croata, ma la tequila messicana. La partita in due bicchieri.
La beviamo. “Vuole restare anche per l’altra partita? Ma la avverto: per yakgwaRussia-Corea del sud, io mi mangerò un borsch e degli Yakgwa coreani”. Sono una sorta di biscotti di miele, olio di sesamo e farina. Li ho ordinati ieri dal prestinaio, contrabbandando la mia esigenza come la necessità di avere un “cibo da dieta”, e lui me li ha consegnati “chiavi in mano” nel primo pomeriggio, ringraziandomi di avergli insegnato una ricetta nuova. Li ho divisi volentieri con il mio ospite.
Birra, acqua e vodka a fine pasto. Uno a uno il risultato finale.
L’architetto Oscar Niemeyer è tornato a casa sua, all’ultimo piano alle tre di notte. “Terrò il telefono acceso: se qualcuno ha bisogno di me, mi chiamerà. Altrimenti, dormirò un po’ di più. Semel in anno, licet insanire”.
Seguii il suo profilo triste e grigio che si incamminava sulle scale. Sussurrai: “non si arrenda, architetto”. Lui si girò di botto. Sempre a bassa voce, mi rispose: “non mi arrendo. Voglio arrivare alla pensione, e vedrà come ne uscirò ringiovanito. E poi voglio andare a Brasilia. Con la mia famiglia. Per vedere, finalmente, la città che ha deciso la mia esistenza”. Capii che ne aveva bisogno. Per dare una svolta alla sua esistenza. E iniziare una nuova vita.

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Per la Germania ho scelto le aringhe

17 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Germania-Portogallo 4-0

Iran-Nigeria 0-0

Ghana-Stati Uniti 2-1

 

 

Germania-Portogallo si preannunciava una gran partita. E l’inizio spumeggiante dei lusitani lasciava ben sperare. Ma è stato un fuoco di paglia. E i tedeschi hanno preso il largo. Dopo l’espulsione di Pepe, sul 2-0 per i tedeschi, la partita era ormai decisa. Ho quindi deciso di iniziare il mio ormai consueto spuntino. Da parte portoghese ho scelto il mitico bacalhau, innaffiato con vinho verde. La sorpresa è avvenuta sul lato tedesco. Sapete che cosa ho scelto? Würstel di vario tipo? Leberkäse? Rotsuppe? Sauerbraten? No: pesce, per non mischiare da subito. Anche la Germania ha ricette di pesce: di mare al nord, di laghi e di fiume. Ho scelto il mare e mi sono preparato un Fischbrötchen, il sandwich tipico di Kiel con aringhe piccole (la ricetta originale parla di “aringhe alla Bismarck” o “piccole aringhe Matjes”), anelli di cipolla, cetrioli sottaceto e qualche foglia di insalata.
Visto il 4-0 finale per la Germania, ho fatto bene a scegliere il vinho verde: almeno a tavola ho dato una chance di vittoria ai portoghesi, che adesso dovranno probabilmente battere entrambe le avversarie del gruppo, i meno quotati statunitensi e ghanesi.bacalhau
Prima di Iran-Nigeria son o uscito a fare quattro passi. Chi mi incontro sulle scale? L’ingegner Pedrini! Che, con mia grande sorpresa, ha rotto la tacita tregua che si era instaurata quel giorno, a Vienna, quando lo avevo incontrato per caso in un ristorante mentre lui, il vegano integrale, si sbranava un sano cevapcici, che sicuramente vegetaruano non era. Dicevo che la tregua è stata rotta perché l’ingegnere non è riuscito a trattenere un “la vedo ingrassato”. “Sì, vero, ieri ho mangiato un cevapcici”, ho risposto prontissimo, e lui ha subito cambiato discorso. State tranquilli che la tregua non la rompe più. Ma io sono preoccupato, perché non solo ho messo su chili, ma si vede anche. Mi sa che la prova costume è fallita ancor prima che inizi.
Quattro passi e via con Iran-Nigeria: partita non certo esaltante e primo pareggio (0-0) di questi Mondiali. L’abbinamento gastronomico è stato più sostanzioso del match. Per l’Iran ho scelto la Irza Ghasemi, cioè la crema di melanzane. Ecco gli ingredienti, che ho trovato on line: una melanzana di quelle piccole e mirza ghasemilunghe, 80 grammi circa di polpa di pomodoro, uno spicchio di cipolla e uno spicchio d’aglio, un “sorso” di uovo (se lo mettete intero va bene per la ricetta per cinque persone!), olio e sale, spezie persiane – io le ho sostituite con il curry, che avevo in casa. La ricetta: prima occorre grigliare la melanzana in forno, fino a quando non diventi morbida e bruciacchiata all’esterno. Poi, bisogna sbucciarle e tagliuzzare la polpa in pezzi piccoli.  Fatto questo, versare in padella cucchiaio di olio e aggiungere la cipolla (che sia sminuzzata, mi raccomando). Quando diventa dorata, aggiungete l’aglio tritato e far soffriggere per due minutini. A questo punto, aggiungete le spezie – non troppe, mi raccomando – e, dopo un minuto, le melanzane, e friggere fin quando non perdano metà della loro acqua. A questo punto aggiungete il pomodoro. Mescolate lasciando cuocere per una mezz’oretta. Capite che ci siete quando vedete una bella cremina omogenea. Alla fine, chiudete in bellezza con un po’ di sale e le uova, mescolando (per far amalgamare la crema) per altri cinque minuti. Capito? Da parte nigeriana ho invece optato per il puff puff, cioè le polpette locali. Che ho preparato ieri mattina sul tardi – apuff puff mezzogiorno non ho mangiato, capirete anche voi il motivo. Anche qui, voglio comunicarvi la ricetta, anche questa trovata sul web (internet serve – ma ricordatevi: verificate sempre!). Ingredienti: una tazza di farina, una tazza d’acqua, un quarto di tazza di zucchero, un cucchiaino di lievito. Ed ecco cosa bisogna fare.
Miscelare tutti gli ingredienti fino a ottenere un impasto  bello morbido; aspettare la lievitazione per due ore e mezza ciorca. Capito perché mi ci sono messo di mattina? Ma non divaghiamo: dopo, mettere in una casseruola un po’ d’olio (possibilmente vegetale), fino a 5 centimetri dal fondo del tegame.
Quando l’olio sarà caldo abbastanza, utilizzare un cucchiaio per prendere l’impasto e buttarlo nell’olio ottenendo così delle palline.
Friggere per qualche minuto finché il lato inferiore sarà dorato. Girare, poi, la pallina e friggere per qualche altro minuto l’altro lato.
Con un grosso cucchiaio estrarre le palline e passarle su un carta da cucina per scolare l’olio in eccesso. Ho ottenuto una ventina di polpette che ho messo in piramide, tipo professor Birkenmeier, a consolarmi per il secondo tempo sotto tono. E per la scelta di bere acqua gassata, per smaltire un po’ il vino (e il vinho), ma anche la birra e i liquori, bevuti in questi giorni, fino a Germania-Portogallo.

cous cousPer Ghana-Stati Uniti, lo ammetto, ho mangiato cibi acquistati fuori. Cous cous per il Ghana, una cheese cake per gli Usa. E ho bevuto ancora acqua: lo ripeto. devo iniziare a calare sul vino, per poi tornare a farlo sul cibo. Non posso andare avanti così per troppo. Va bene i gustosi e sostanziosi apporti della cultura ai miei Mondiali, ma c’è un limite a tutto. Sto pensando a queste cose quando vedo una chiamata cheese cakesu Skype. Che fino a quando mia figlia non si è trasferita in Nuova Zelanda per motivi di studio, neppure sapevo che cos’era. Ho dovuto adattarmi per non spendere patrimoni, e tutto sommato è abbastanza semplice. E qui apro una parentesi: mia figlia voleva assolutamente frequentare l’università in lingua inglese, e ha scelto proprio il posto più lontano in assoluto. Le ho detto: ma non puoi andare in Inghilterra, che è qui vicina? No: vuole l’altro capo del mondo. Che, se vogliamo, nel quotidiano costa molto meno di Londra: però il volo incide. Finora, di viaggio aereo ne ha fatto uno solo, quello di andata. Però, questo vuol dire che in un anno non è mai tornata a casa. Forse l’anno prossimo, chissà. Ha scelto la città di Invercargill, quella più a sud di tutte, che è quasi (ho detto Invercargillquasi), meridiani permettendo) agli antipodi con casa mia.
Ora è in vacanza in Australia. Mi aveva detto: “non ti chiamerò per un po’”, e invece mi ha fatto la sorpresa. Ha avuto la delicatezza di chiamarmi quando la partita era finita, e gli americani festeggiavano per un 2-1 ormai insperato. “Ciao, papà”, mi dice. “Scommetto che ti starai facendo una scorpacciata di partite, eh…”. Eh sì, avrei voluto dirle, e non solo di quelle…

 

 

 

 

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Apre il rösti, chiude il ćevapčići

16 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Svizzera-Ecuador 2-1

Francia-Honduras 3-0

Bosnia-Argentina 1-2

 

 

Alle 18 gioca la Svizzera: è obbligatorio il rösti. Io ho scelto la variante con l’uovo all’occhio di bue. Per il bue vero, c’è tempo: Argentina-Bosnia è in programma a mezzanotte. E lì, di manzo. ne scorrerà a fiumi.
Diamo tempo al tempo: parlavamo del rösti. Ho iniziato a grattugiare le patate in padella non molto tempo prima della partita, quando avevo appena finito di preparare il ceviche ecuadoregno: pesce crudo, gamberi, molluschi e calamari. Olio e limone, al momento di mangiarlo, non prima. Squadre in campo, inni, inizio partita. Decido di partire con il rösti, perché è caldo caldo. Bevo acqua, al momento: il vino – un fendant del Vallese – me lo tengo per il pesce. Quando l’Honduras passa in vantaggio (punizione di Ayovi e colpo di testa di Enner Valencia, mentre i difensori elvetici fanno le belle statuine) sto pensando di attingere al bianco, ma resto Cevichefermo, come Djourou, ghiacciato come il freezer. In empatia con quello che sta accadendo in campo, ci metto un po’ a riprendermi; poi agguanto la bottiglia (che non era in freezer, ma nel frigor) e inizio a versare.
Verso la mezz’ora, il Ceroni racconta che i giocatori ecuadoregni (o ecuadoriani? Non lo capirò mai) hanno ordinato i 12 tipi di banane che crescono nel loro paese per inserirle nella dieta quotidiana per tutto il periodo dei Mondiali. Eh, caro Armando, sicuramente tu non lo sai, ma io le banane (per di più fritte) me le sono già mangiate durante la notturna Giappone-Costa d’Avorio, e sono riuscito a farmene avanzare anche un po’. Non volutamente, neh… è stata una dimenticanza: ne avevo messe un po’ in frigor per “ripescarle” in seguito, e poi – complice la lunga nottata di calcio, che mi ha notevolmente straccato – me ne sono completamente dimenticato. Le riutilizzerò più tardi; come non ve lo dico ancora, vi lascio la sorpresa.
Attacco con il ceviche. Un piatto che io conosco bene: l’ho già gustato più volte – l’avevo mangiato anche in Messico, quando ero andato in vacanza molti anni fa: ho ancora in bocca il suo sapore pieno e fresco. Certo, non ci sono i musicisti che mi cantano El Jinete, e il mio ceviche non sarà altrettanto buono, ma dalle prime forchettate direi che ho fatto un buon lavoro. Mi verso un altro bicchiere. Penso che è l’ennesima tipologia di vino che sto bevendo, in questi giorni. Con la cantina che mi sto formando, come mi comporterò quando ricomincerò la dieta? Avrò bottiglie di ogni tipo da finire. Regalarli via già aperti, non si può. Almeno in questo caso, però, sono fortunato: il fendant era già iniziato e me ne resta sì e no un bicchiere e mezzo. All’intervallo posso andare al contenitore del vetro e posare lì la bottiglia.
Ma non lo faccio. Perché sono riuscito a mangiarmi il ceviche “al rallentatore” – cosa più unica che rara, dato che tutti mi criticano (giustamente) per le mie abitudini sbagliate di masticazione: più che mangiare, divoro, sembro un’idrovora. Al pareggio di Mehmedi (praticamente identico al vantaggio dell’Ecuador – stessa punizione, stesso colpo di testa, stessa porta) non l’ho ancora finito: mi congratulo con me stesso, oltre che con il nuovo entrato.
Sulla mia tavola, la Svizzera batte l’Ecuador per 2-1: marcatori, rösti e fendant per i rossocrociati, ceviche per gli andini. Incredibilmente, anche il risultato finale rispecchia quello del mio desco: Behrami rompe l’offensiva sudamericana con un intervento tosto sulla palla, accenna al contropiede, viene atterrato, prosegue l’azione, l’arbitro lascia correre per la norma del vantaggio, il ticinese prosegue, appoggia a Shaqiri, che cambia gioco per Rodriguez; il tigurino del Wolfsburg avanza come in un’autostrada, crossa per Seferovic: l’ex viola non può far altro che metterla dentro, a tempo scaduto. E’ 2-1 anche in campo!escargots
Dalla Svizzera alla Francia, dall’Ecuador all’Honduras, dal rösti alle escargots parigine, dal ceviche al plato tipico honduregno: fagioli, riso, tortillas, carne o pesce (ho scelto il secondo, per non pastrugnare troppo), patate, salsa, formaggio, un’insalata di cavoli e pomodori. E banane fritte. Ebbene sì: ecco che cosa ne ho fatto, durante l’ora abbondante tra Svizzera-Ecuador e Francia-Honduras. Da bere, un sauvignon: a volte ritornano. Escargots stratosferiche, ma anche il plato tipico è favoloso: se dovessi scegliere il “migliore in campo” gastronomico delle due partite farei davvero fatica. Ma perché fare per forza una graduatoria? Tutto ottimo, e io – scusate l’immodestia – mi sono riscoperto un cuoco più che decente. Il plato tipico non lo conoscevo, ma sono ben felice di essermelo aggiudicato: pensare che era una “riserva” – il “titolare” era la sopa de caracol… ma non volevo esagerare con le lumache, mi sembrava troppo. Non volevo nausearmi, né indebitarmi.
La partita non ha storia, ed è segnata dal 45′, quando Benzema segna su rigore e, contemporaneamente, l’espulsione di Palacios riduce l’Honduras in dieci uomini; 3-0 il finale, con il madridista autore anche del terzo gol. Con una novità: la seconda rete è stata la prima nella storia del calcio a essere assegnata con i nuovi marchingegni tecnologici introdotti in questi mondiali: il goal-no goal che vediamo anche in televisione. Ecco come l’informatica irrompe negli stadi. E potrebbe andare ancora meglio: Blatter, da sempre contrario alla moviola in campo, pare che (in caso di rielezione) cambi radicalmente su questo punto. Sono due i commenti che mi balzano in testa: il primo è “almeno plato tipicosuccedesse!”; il secondo, “che cosa non si fa per conservare la poltrona”. Lo penso quando, a fine partita, attenuo il vino un po’ con un licuado, il frullato di latte e frutta fresca tipico di molti paesi dell’America Latina. Poi un bicchier d’acqua e subito ai fornelli: non c’è tempo da perdere. Fra un’ora abbondante è la volta dell’Argentina, che inizierà a mezzanotte il suo esordio contro la Bosnia-Erzegovina. E qui si cambia con un’inversione a u: dal pesce si passa alla carne. Un bis regale: da una parte il gran bife argentino, dall’altro il cevapcici. Già: pensavo all’ingegner Pedrini, il vegano a intermittenza, che ho beccato a Vienna con la bella carnina tenera e macinata, e ho pensato: perché non mangiare un cevapcici? Che è sì un cibo tipico austriaco – ma più nel senso di Impero absburgico: la ricetta deriva da Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, ma anche dalla confinante Serbia. Il termine “cevapcici” (in Bosnia si scrive ćevapčići) deriva dal persiano kebab (avete capito?), ed è chiaro che ha qualche connessione con la dominazione turca nei balcani. Oggi è considerato piatto tipico in Austria superiore, Austria inferiore, Carinzia, Stiria, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, a Trieste e nel Goriziano, oltre che nei territori più prossimi. Io, un ottimo cevapcici me l’ero mangiato a Venezia, per dirla tutta.bife
Televisore ormai in cucina, così non devo preoccuparmi di eventuali ritardi, e parte l’ultima tappa del tour enogastronomico odierno. Stappo il malbec argentino, giusto il tempo di versarlo e l’albiceleste è già in vantaggio. Sembra una partita spumeggiante, l’Argentina parte bene, ma è solo un’illusione: il match cala, la Bosnia sembra partire, ma in fase offensiva non va proprio.
Mi consolo con la carne, che stasera si è presa una bella rivincita sul pesce. Incontro in parità, e ad altissimo livello. In Argentina-Bosnia, invece, l’unica gemma sopraffina è il gol di Messi, dopo un’iniziativa personale: sembra che la palla sia attaccata ai suoi piedi con il bostik, finché non la scaglia sul palo, e di lì in gol. In tavola non c’è il bostik, ma il baklava, la pasta sfoglia ripiena di noci inzuppato in miele che è tipico di molte cucine mediterranee: di solito, è facile imbattersi un questo dessert dolcissimo nei ristoranti greci. E, lo ammetto, è lì che l’ho preso…
Slivovitz Quando la Bosnia accorcia, è troppo tardi: l’Argentina vince (ma non convince) per 2-1. Io segno il mio gol particolare per la Bosnia bevendomi un bicchiere di slivovitz. Poi, prima di andare a dormire, mi guardo allo specchio. Temo, in pochi giorni di mondiali, di aver ripreso quasi tutti quei chili che avevo faticosamente smaltito in mesi di dieta. Menomale che i Mondiali si giocano ogni quattro anni…

 

 

 

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Inghilterra-Italia con frittata di cipolle

15 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Colombia-Grecia 3-0

Uruguay-Costarica 1-3

Inghilterra-Italia 1-2

Giappone-Costa d’Avorio 1-2

 

Ricordate che cosa mi era accaduto ieri notte? La bottiglia di vino cileno in mille pezzi? Bene: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. O almeno ci provano. Quindi? Quindi, sono andato al supermercato e mi sono ricomprato il Sauvignon del Cile. Ho inventato i tempi supplementari a partita finita e, pur senza alterare il risultato finale, ho dato ai cileni la loro chance. Un bicchiere. Due bicchieri. In via amichevole.
Poi è stata la volta dell’acqua. Sì, perché erano le cinque di pomeriggio, e alle sei era prevista Colombia-Grecia. Che avrei aperto – decisione scontata – con un bicchierone generoso di ouzo. Meglio, dunque, separare il vino dall’anice.

E il mangiare? Ve lo dico senza nessun pudore: anche stavolta sono passato in rosticceria, per prendermi una moussakà. Il piatto colombiano, invece, me lo sono fatto in casa: una piramide di buñuelos, le palline fritte al formaggio. Niente Circolino, l’ho deciso: quattro partite, tutte e quattro a casa mia. Con relativi abbinamenti culinari. Sono stato fuori due ore a fare la spesa: avrei il necessario per un anno. Se i condomini mi troveranno ingrassato di botto, problemi loro. Non dovrò mica giustificarmi a sessant’anni, vero?
moussakaE invece sono già imbarazzato, perché agli inni nazionali ho già bevuto l’ouzo e ho già finito i buñuelos. La retsina greca sta andando troppo velocemente, e quando Armero insacca il primo gol colombiano, mi sono già seccato anche la moussakà.
La Colombia vince poi per 3-0. Mi spiace per la Grecia: speravo che facesse risultato, e il rigore che ha reclamato mi è sembrato netto. Ma la Colombia mi ha convinto: finora, insieme all’Olanda, i cafeteros sono il miglior prodotto di inizio Mondiale.

All’intervallo riporto in cucina vino e ouzo e mi do all’acqua: mi devo un po’ riprendere, in vista di Uruguay-Costa Rica. Protagonista atteso, al di là di Forlan, Cavani, Lodeiro e Campbell, un campione evergreen: il sandwich chivito. Che, a dispetto del nome, è un panino con una bistecca di manzo bella succosa , pomodoro fresco, mozzarella fusa, lattuga, pancetta, prosciutto cotto, peperone alla griglia e un uovo all’occhio di bue appena appena indurito. Patate fritte di contorno. Un panino inventato in un ristorante uruguagio nel 1946, in modo assolutamente estemporaneo: si dice che tutto nacque dalla strana ordinazione di un’avventrice argentina, che ordinò un capretto alla griglia, a cui evidentemente i cuochi del ristorante erano poco avvezzi. Così, “imbrogliarono” un po’ le carte. Il mix che ne scaturì fu esplosivo, e la cliente lasciò un megamancione clamoroso. Nacque un mito, e quel mito me lo cucino io.chivito
Mi è stato un po’ difficile inventarmi il piatto da abbinare al Costarica. Ho scelto il picadillo di patate e zucchine con carne, ricetta comune un po’ a tutto il Centroamerica. 700 grammi di carne di manzo macinata. Tre patate, mezza cipolla, due zucchine a cubetti. Uno spicchio d’aglio. Due carote. Olio, sale, peperoncino. Tre cucchiai di sherry secco (io non l’avevo, ho usato un cucchiaio abbondante di tequila). La ricetta è d’obbligo, questa volta. Riscaldare l’olio in una pentola molto grande e soffriggere cipolla e aglio per cinque minuti circa. Poi aggiungere la carne macinata. Alzare la fiamma e cuocere dieci minuti – se volete, potete aggiungere un po’ di sherry, o di tequila. Altri cinque minuti di cottura, poi coprite e fate scaldare ancora per la stessa quantità di tempo. Riscaldare l’olio in una padella e far saltare patate e zucchine con il cumino. In questo caso, dieci minuti di cottura sono sufficienti. Versare le patate nel macinato e far addensare per cinque minuti. E voila: il picadillo è pronto.
Tra Colombia-Grecia e Uruguay-Costarica c’è più di un’ora: di tempo per farmi il picadillo c’è appena appena. Il sandwichone me lo cucino durante la partita. Sì, perché non ve l’avevo detto: ho spostato il televisore in cucina. Non ce l’avrei fatta, altrimenti.
Al rigore dell’Uruguay ho appena appena iniziato a mangiare il sandwich: il picadillo è coperto da una scodella, così si mantiene caldo. Strano a dirsi ma è così: quando Campbell impatta, nel secondo tempo, l’ho appena finito. Mi sento un po’ strano: da molti mesi non mi facevo una mangiata così. E non sono neanche a metà del programma.
picadilloMa a preoccuparmi è l’alcool: sto un po’ esagerando. Vini uruguagi non ne ho trovati e birre costaricensi neanche. E allora ho optato per una bonarda Oltrepò: sapete quanti sono partiti oltre oceano, da quelle zone?
Bevo un bicchiere quando Campbell si mette il pollicione in bocca dopo il gol, ne bevo un altro mentre, dopo 180 secondi, Duarte porta in vantaggio il Costarica, che poi chiude la partita sul 3-1 a proprio favore. Risultato incredibile, ma vista la partita ci sta alla grande: Uruguay appannato, centroamericani tonici.
E io? Più appannato della Celeste. E fra poco c’è Italia-Inghilterra. L’abbinamento l’ho già scelto, e questa volta è un omaggio a Fantozzi. Frittata di cipolle con birrozzo (ho scelto una Real Ale inglese), con l’aggiunta di un fish and chips. Mentre suona l’inno inglese non può che tornarmi alla mente la scena in cui un ragionier Filini (che tutti immaginano costernato) telefona al suo migliore amico e collega, tramite la mitica Pina, e gli comunica che quella sera gli impiegati saranno obbligati a saltare il match, per vedere un film “cecoslovacco con sottotitoli in tedesco”. E qui il capolavoro: i “no” cadenzati e disperati del ragionier Fantozzi, mentre sullo sfondo, solenne, risuona l’inno inglese.
FantozziIl 21-0 che gli impiegati – in preda a sindrome da rumours impazziti – si rimpallano durante la visione della Corazzata Kotëmkin (parodia del vero capolavoro di Eisenstein, la Corazzata Potëmkin) è naturalmente un risultato impossibile. Però gli azzurri vincono lo stesso, anche se 2-1. Mentre la frittata di cipolle e il fish and chips giocano la loro partita nel mio stomaco, Balotelli isacca la rete del definitivo vantaggio. E a me, come un lampo in una notte scura, viene un’idea folle: perché non preparare anche i piatti tipici delle città in cui hanno sede le squadre in cui militano i giocatori in campo? Esempio: Balotelli, Milan = ossobuco con intorno il risotto alla milanese. Sirigu, Paris-Saint-Germain = escargot. E via andare. Naturalmente scarto questa opportunità, prima di tutto per motivi di tempo, e poi perché il mio stomaco organizzerebbe una marcia di protesta. Tuttavia, l’idea folle mi torna in mente più tardi, quando sto assistendo a Costa d’Avorio-Giappone. Al 16′ segna il milanista Honda portando in vantaggio i nipponici – e io penso a una bella “orecchia da elefante”, con patatine e insalata. Al 64′ pareggia Bony, dello Swansea City, e io penso al laverbread (o bata lafwr), piatto tipico gallese, che è in pratica un puré di alghe avvolto in farina d’avena e poi fritto (è vero, lo si mangia a colazione al breakfast insieme a uova, pancetta e molluschi – ma sono le quattro passate e, in teoria, sarebbe quasi ora di colazione). Appena due minuti dopo, cioè al 66′, a fissare il risultato sul 2-1 per gli ivoriani è Gervinho, della Roma: il collegamento all’abbacchio è chiaro. Ma pensate voi che indigestione che mi prenderei se, oltre a tutto quello che mi sono mangiato tra le 18 e le 5 del mattino, aggiungessi sul piatto della bilancia anche un abbacchio.
No, no, lasciamo perdere. Accontentiamoci del match a tavola fra nipponici e ivoriani: da una parte il sushi, comprato dal giapponesesushi d’asporto; dall’altra un dolce, tanto per digerire: le banane fritte (il nome del piatto ivoriano è alloco). Che in realtà non fanno proprio così digerire, ma sono buonissime, e tolgono il gusto del salato. Ci vorrebbero le bananine adatte, le plantain, ma io me la sono cavata con le banane normali: dopo averle sbucciate, le ho innaffiate con un po’ di zenzero tritato; poi ho scaldato un po’ di olio di semi e lì ho fritto il tutto. Dopo ho poggiato il tutto sulla carta da cucina, per smaltire tutto l’olio che si era accumulato. E lì, il colpo di genio, che mi ha permesso di trasformare un contorno (come l’alloco) in un dolce. Invece di metterci sale, come nella ricetta originale, ho optato per lo zucchero. Et voila!

Da bere, birra giapponese.
Alla fine, un “intruso”, né nipponico, né ivoriano: un torinesissimo digestivo Antonetto. Sarà dura, stamattina, addormentarmi dopo quattro partite giocate nel mio stomaco, a breve distanza l’una dall’altra. Che proseguono ancora, ben oltre il novantesimo.

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Mi si è infortunato il vino cileno

14 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (1)

Messico-Camerun 1-0

Spagna-Olanda 1-5

Cile-Australia  3-1

 

 

Ieri, le prime due partite le ho viste al Circolino. Lo avevo già deciso da tempo. Mi sono piazzato al mio solito tavolino alle sei meno un quarto e mi son guardato, con tutta la banda dei pensionati, Messico-Camerun. 1-0, con due gol regolari annullati ai mexicanos. Il dottor Bassi – che non è un perdigiorno, ma un traumatologo in pensione, che la sa molto lunga – ha allora argomentato, con lo stesso tono di voce con cui solo dieci anni fa avrebbe comunicato a un paziente i dettagli del suo prossimo intervento: “qui, se vogliono far vincere il Brasile ce lo dicano subito, e noi smettiamo di seguire i Mondiali e guardiamo il fùtbal australiano”. Ho provato a controbattere: “aspettiamo ancora un po’, prima di dirlo”, “e poi il Brasile non avrà mica paura del Messico, in quel girone?”, e la mia opinione aveva guadagnato parecchi sostenitori. Se non che, il dottore ha tirato fuori l’asso dalla manica. “Lo vedete quell’Oribe Peralta, quello che ha segnato? Non è uno sgagnabroeud. E’ quello che ha fatto perdere il Brasile alla finale olimpica di Londra, nel 2012. Il Brasile che era strafavorito: aveva tanti assi che avrebbe potuto vincerci un Mondiale. Chiaro che hanno paura dei messicani”.

A quel punto, ci siamo ritirati in buon ordine. Tutti. Persino l’Alasinho, il brasiliano. Che, in realtà, non è brasiliano, e neppure si chiama Alasinho. E’ albanese e si chiama Alasin, ma è un tifoso del Brasile fino al midollo. Talmente tifoso che una volta gli abbiamo chiesto: “ma se c’è Brasile-Albania, chi tifi?”. Inizialmente ha risposto che quella partita non ci sarà mai; lo abbiamo incalzato, “ma se ci fosse?”, “ma se la giocassero?”, alla fine, a denti stretti, ha ammesso: “Brasile”. Addirittura cerca di parlare con accento portoghese; una volta, la sua sembrava più una cadenza genovese, ma poi si è avvicinato sempre di più a quella brasileira. Forse ha visto molti filmati su YouTube. Lui pretende anche di parlarlo, il portoghese. Al suo compleanno, quando noi aficionados del Circolino gli abbiamo regalato un coro interattivo di portoghese, lui ha risposto, con aria snobbish: “ma eu falo português“.
Sarà. Però me lo ricordo benissimo: si era portato a casa quel corso con una soddisfazione mai vista.
L’Alasinho ha scelto di non entrare nella discussione su Brasile o non Brasile. Ma so che soffre dentro. Vorrebbe vedere una squadra che dà spettacolo e domina in lungo e in largo. E invece è costretto a parlare di rigori generosi e gol annullati alle dirette concorrenti. Troppo umiliante.
Ci siamo, poi, tutti fermati al Circolino, in vista della partita successiva. Sono arrivate altre persone. Alle otto e mezza, l’Adalgisa ha portato da mangiare a tutti. Anche a me. “Ma dato che sei a dieta, cena leggera”. Un’affermazione davvero beffarda. Insalata, pomodori e verdura varia. Un po’ di tonno, tanto per indorare la pillola. Acqua del rubinetto. Guardavo i manicaretti degli altri, ero sul punto di cedere, ma poi ho detto “no. Dopo mezzanotte giungerà il mio momento. A casa mia”. Mi sono goduto la partita e il 5-1 dell’Olanda sulla Spagna, pensando che il mio spuntino notturno sarebbe stato altrettanto gustoso. Lì tifavano tutti per gli Orange, a parte il Pedro, che in realtà è peruviano, ma tifa anche Spagna per affinità, come dice lui. Tutti tranne uno, dunque, arancioni fino al midollo. Persino Don Girolamo era lì che saltava quasi sulla sedia: inizialmente aveva detto “mi fermo solo per il primo tempo, perché sono stanco”), ma dopo l’1-1, dopo quello splendido colpo di testa di van Persie, aveva cambiato idea: “in fondo, un’ora in meno di sonno non mi cambierà l’esistenza”, e ora era lì che saltava come una cavalletta a ogni gol.
Naturalmente, tifava Olanda anche il giovane Alasinho: “per noi brasiliani” (sì, proprio così: “per noi brasiliani”) gli olandesi sono i gemelli calcistici: stessa mentalità offensiva, stesso amore per il bel gioco, stesso futebol totale”. Me la dovrebbe spiegare dov’è finita, questa mentalità offensiva, dato che se c’è un punto forte del Brasile di oggi, quella è la difesa. E lui lo sa, e probabilmente schiuma.
Però è vero che i brasiliani hanno una predilezione per l’Olanda: a fine primo tempo, il Rino ha ricevuto un whatsapp (uostamp, ha detto lui) da suo nipote, che è in Brasile a vedere i mondiali; gli ha confermato che tutti i verdeoro tifavano Olanda. Chissà come l’avrà saputo l’Alasinho. Forse su YouTube. O forse chattando con qualche brasiliano.
Comunque, dopo il triplice fischio, mi sono un po’ attardato al Circolino. Tanto che sono arrivato a casa giusto giusto al calcio d’inizio. Con una fame! Mi sono visto il primo tempo senza mangiare niente. Tanto sapevo che in cucina era già tutto pronto. Prima di tutto, una Kangaroo pie che mi sono preparato io, con le mie mani, prima di andare al Circolino – no, non è carne di canguro, anche se gli australiani, il canguro, se lo mangiano: ma dove trovarlo, qui, nel vecchio mondo?

No: la Kangaroo pie è una specie di strudel: solo che, invece che austriaco, è australiano. La chiamano così perché sembra un po’ un marsupio. E’ fatta di pasta sfoglia ripiena di merluzzo, con cipolle e cetriolini, accompagnata da una buonissima salsa al cheddar. Ci sono andato vicino, nella preparazione: non avevo del  cheddar, e ho optato per il burro fuso. Poco poco. Oltre alla Kangaroo pie “sbagliata”, ho scelto le humitas, che sono dei soufflè di mais arrotolati nelle sue stesse foglie. Ehm va bene, va bene: quelle non me le sono cucinate io: me le sono comprate al take away peruviano (le humitas sono un piatto tipico sia del Cile, sia del Perù, ma una rosticceria cilena mica l’ho trovata).
Pensavo al cibo che mi attendeva a pochi metri, ma ho resistito fino a fine primo tempo. Non ho fatto come la difesa australiana, che ne al 14′ ne aveva già lasciati passare due.
Il primo tempo si chiude 2-1 per gli andini, e io attendo (come al solito) il fischio dell’arbitro per fiondarmi in cucina. Porto “a bordo televisore” la Kangaroo pie e le humitas; poi torno corricchiando al frigorifero. Devo scegliere da bere. Sauvignon del Cile o birra Foster australiana? Opto per il vino, se non altro perché il Cile è il vantaggio. Già lo pregusto mentre gorgoglia giù, bello fresco, quando – sarà la foga, sarà altro – prendo il classico topicch. Inciampo e sglinnggla bottiglia va in terra e si rompe in mille pezzi. Il mio Sauvignon del Cile è sul pavimento. Accenno a un urlo, ma poi mi ricordo che è l’una di notte. La signora Bianchi, quella del piano di sotto, ha l’orecchio molto fino: se ha sentito i vetri spaccarsi in piena notte, si lamenterà con tutto il condominio fino all’assemblea, e magari oltre. Pulisco velocemente, ma quasi mi vien da piangere, a vedere una bottiglia di vino finita in modo così inglorioso.
Opto per il piano B, cioè la Foster. Mi avvento sul cibo che l’arbitro non ha ancora sancito la ripresa del gioco. Il Cile cala il ritmo, l’Australia ne approfitta per provarci:, ci mette il cuore, assedia. Tutto inutile: anzi, il neo-entrato cileno Beausejour  fissa sul 3-1 nel recupero.
Ma io il risultato l’ho fissato già da un po’: se in campo ha prevalso il Cile, nella mia tavola ha vinto l’Australia, a causa dell’infortunio del fuoriclasse sudamericano n.1, il vino! Ma a perdere non è stato il Cile. A perdere sono stato io.

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Un alto progetto culturale

13 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (1)

Brasile-Croazia 3-1 

 

Di solito, agli inni pre-partita mi alzo in piedi. Anche quando sono solo, a casa mia. Anche quando sono en déshabillé. Naturalmente non ho fatto eccezione per Brasile-Croazia. Mi sono persino commosso, quando – finita la musica – giocatori e pubblico hanno continuato a cantare l’inno. Fantastico. I brasiliani sono un grande popolo. Soprattutto, sono un popolo.
Brasile-CroaziaFinisce l’inno e mi siedo. Inizio a dire, sottovoce: “sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta” come in una filastrocca. Tanto per autoconvincermi. La voglia di andare al frigorifero è grande, ma si riduce allo zero quando l’arbitro fischia l’inizio. Sono abituato a vedere le partite dal primo al recupero. Ininterrottamente. Senza distrazioni. Quindi, una volta che la partita ha preso il via, non mi muovo più dal televisore. Volo di colombe. Poi, l’arbitro Nishimura fischia. Sono fuori pericolo. Mi avvento sullo snack accompagna-partita che mi sono concesso: un’insalatina scondita, pochi fagioli (tanto per darmi un apporto proteico), carotine color maglia dell’Olanda tagliate a spicchi e un po’ di pane, rigorosamente integrale. Da bere, acqua del rubinetto.

Il Brasile si dimostra subito lento e impacciato. Io, invece, sono velocissimo: al terzo minuto ho già fatto fuori tutto. Acqua compresa. E quando lo sventurato Marcelo insacca la palla nella sua porta, iniziano i languorini allo stomaco. Il Brasile si fa più aggressivo, anche se non è sicuramente bello a vedersi: non è il solito Brasile, e io l’avevo detto fin da tempi non sospetti. Hulk non mi convince, e Fred non si è ripreso completamente dall’infortunio. Un po’ come me: quanto tempo ci metterò a riprendermi dalla dieta? Mentre questi pensieri mi attanagliano, Neymar la mette dentro. 1-1. La partita è ora apertissima e piena di insidie. E io ho l’insidia dell’intervallo: quando le squadre vanno al riposo, torna la voglia di frigor. Poco prima della fine del primo tempo, ooooohhh… l’arbitro traccia, per la prima volta, la linea della barriera con lo spray bianco, che dopo un minuto circa si autocancella. Datemi del fissato, ma a me quella linea bianca fa balzare in testa lo zucchero a velo della Torta Paradiso. Menomale che è il 42′: fra poco c’è l’intervallo.
E l’intervallo arriva. Cedere… sento che sto per cedere… sento che sto per cedere.
boltCon un balzo alla Bolt, quando è ai blocchi di partenza e sente lo sparo, vado in bagno e mi lavo le mani. Questo è un chiaro segnale: sto andando in cerca di cibo. Trovo dei dolcetti al cocco che ho preso al supermercato. Li porto, con aria di trionfo, vicino al televisore. Cocco, eh – quindi c’è anche un aggancio con il Brasile. Ho un’idea: perché non farmi anche una caipirinha? Così il collegamento con i mondiali e con la squadra verdeoro diventa chiarissimo. Trasparente.

Con la velocità di un lampo, la “scappatella” mangereccia si trasforma in un progetto culturale. E alla cultura non si dice di no. “Non è uno strappo alla dieta, ma un’operazione di alta formazione”, ripeto sottovoce, con lo stesso tono con cui, prima del fischio d’inizio, ripetevo “sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta, sono a dieta”.
CaipirinhaZittisco i sensi di colpa. Un conto è cedere alle debolezze del cibo, un conto è sospendere scientemente una dieta per motivi culturali.
Per fare una caipirinha c’è bisogno di quattro ingredienti: cachaça, lime, zucchero bianco e ghiaccio. Il ghiaccio ce l’ho. Lo zucchero ce l’ho, e non è quello dello spray. Il lime non ce l’ho, ma lo sostituisco con un limone: più o meno… Non ho in casa neanche la cachaça… va bé, la sostituirò con la grappa.
Mi dirigo in punta di piedi – stile Gatto Silvestro quando vuole catturare Titì – verso il mobiletto dei liquori, e lì ho un colpo di genio. Invece della grappa, al posto della cachaça metterò la rakija che il ragionier Bestetti del piano terra mi ha regalato l’anno scorso, dopo un viaggio in Croazia – lui porta sempre regali ai condòmini, è così gentile. Così, l’alta operazione culturale sale di grado. Brasile e Croazia in una solaRakija bevanda. Dentro al mio bicchiere da cocktail c’è già l’intera partita. Tutta, tranne l’inadeguato Nishimura, il cui arbitraggio è per lo meno scandaloso. Non solo perché concede un rigore inesistente al Brasile (ho il mito della Seleção, quindi mi dà fastidio vederla vincere in questo modo), ma anche perché proprio ne azzecca davvero poche. A proposito di rigore: quando Neymar trasforma, ho già finito tutto: dolcetti al cocco e caipirinha fusion.
Al definitivo 3-1 di Oscar – una “puntata” bella e buona: a noi da bambini, se tiravamo di punta ci sgridavano! Ma lui ha segnato, non puoi dirgli niente – ho già in mente la roadmap del progetto culturale. Che, da estemporaneo, deve diventare strutturato. Lo proverò ancora, l’abbinamento Mondiali-cibo, ma questa volta in modo meno arrangiato. La prossima partita che mi vedo tranquillo a casa, voglio cucinarmi un manicaretto per squadra in campo. Ben innaffiato da bevande scelte ad hoc.
Ma qualche volta dovrò pur andare al Circolino, tanto per non destare sospetti. Dovranno credere che la dieta prosegue, finché non tornerò a mettere su chili.
Chi è che sta dicendo che dovevo provare il record dell’ora, come Moser a Città del Messico? Ehm, vero, l’avevo detto. Scusami tanto, Francesco, ho sospeso la prova. Ma c’era troppo vento contrario.

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Mi mangio i mondiali

12 giugno 2014 • Mi mangio i mondialiComments (0)

Mi mangio i Mondiali

Diario semiserio di una dieta fatta in un momento sbagliato

 

Conto alla rovescia

 

Sono a dieta. Sì, sono a dieta. Volete che ve lo dica un’altra volta, tanto per chiarezza? Nessun problema: sono a dieta. Però c’è un problema: un bel problema. Stasera iniziano i mondiali di calcio. E questo mi turba, e non poco. Perché è risaputo: la dieta e i mondiali non vanno d’accordo.

grassoPer favore, non rispondetemi come il Gino, l’altra sera al Circolino. “Ma che cosa c’entra la dieta con i mondiali? Sono due cose diverse. Quello che dici non ha un nesso”. Eh no, caro, un nesso ce l’ha, eccome. Soprattutto se le partite sono in notturna. Me lo spiegate come si fa a mettersi davanti al televisore, con il caldo che vi spacca in quattro, e non mangiucchiare qualcosa mentre Neymar salta cinque difensori e la mette in mezzo all’area affollata di verdeoro? O intanto che Higuain stampa la sfera sulla traversa, con quei tiri che fanno “spemmmm”? O nel momento in cui la Russia scende in campo contro il Belgio, con Capello che sogna di vendicare il colonnello Lobanovsky, sconfitto ai supplementari nel 1986 in Messico? Partita notturna anche quella: mentre l’Unione Sovietica (si chiamava così, allora) provava a riequilibrare il match e i belgi si barricavano in area, io finivo la mia scorta di salami di Varzi, accompagnati da un buon gutturnio di quelli che mussano, quando li versi.

Notte tra il 15 e il 16 giugno 1986, Temnaya noč… Allora lavoravo, ero giovane. La mattina seguente (si fa per dire) mi svegliai senza problema alle sei, nonostante la notte di calcio e bagordi. Ed era lunedì mattina. Oggi, le notti davanti al televisore mi provocano uno scompenso, le mie giornate sono regolari. A nanna alle dieci, salvo partite o avvenimenti eccezionali, e sveglia molto presto al mattino. Vado al quarto piano, dal signor Villa. Sua moglie mi prepara un tè, poi prendo in prestito il Fufi, il loro cagnolino bianco, e lo porto un po’ in giro. A lui – al cagnolino, dico – piace quando mi fermo a commentare i lavori stradali, praticamente tutti i giorni. Gli piace perché tutti gli operai si fermano e lo coccolano come fosse un pupazzo, e lui se la gode, si sente protagonista. L’accordo tacito è: io ve lo lascio accarezzare, voi vi sorbite una mia concione sesquipedale sull’andamento del lavori e su come dovrebbero procedere, e su come una volta bla, e bla, e bla. Eh sì, perché quando mi ci metto…
Ma torniamo a Bomba. Anzi, alla bomba di pancetta che mi ritrovo, e che deve ridursi assolutamente, a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e. Ormai non entro più nei vestiti, e non è che possa rifarmi il guardaroba. E’ stata questa la prima motivazione che mi ha spinto a misurarmi con il centimetro e la bilancia. Lo avevo deciso lo scorso gennaio: mi metto a dieta, un paio o tre di mesi, perdo dieci chili e sono a posto. Così, il prossimo inverno entro in tutti i pantaloni che sfoggiavo quando avevo quarant’anni. O almeno in quelli che indossavo prima di andare in pensione. Che poi è due anni fa, eh, non sto mica parlando dei tempi di Carlo Cudega.

Ma questo non è l’unico motivo che mi ha spinto a dimagrire. C’è anche il timore che pende come una spada di Damocle su almeno metà della popolazione europea: la prova costume. Già… perché ad agosto, alla piscina comunale, che tra l’altro ho proprio dietro casa, voglio sfoggiare una forma da ginnasta, o da saltatore in lungo. Voglio proprio fargliela vedere al ragionier Motta, quello del quarto piano: “siamo ingrassatini, eh?”, è la prima cosa che mi ha detto quando ha saputo che ero in pensione. E non perde occasione per ricordarmelo. Tutta invidia, la sua: io ho smesso di lavorare prima dei sessanta, lui ne dovrà mangiare, di minestrone, prima di smettere di lavorare. Se li tenga lui, i suoi 65 chili. Io mi tengo la libertà.

E poi c’è l’ingegner Pedrini, l’atleta, il vegano, quello che se la tira con la sua forma fisica, quarant’anni e non sentirli, eccetera (lo voglio vedere alla soglia dei sessanta, però). Ma lui, ormai, è inoffensivo. Una volta, quando lo incontravo per le scale, mi attaccava dei bottoni mai visti, e la carne fa male, e lei è grasso, e provi una dieta vegana, e bim, e bum, e bera.

cevapciciFinché non accade qualcosa di davvero clamoroso, che rovescia la situazione a mio favore. Sono a Vienna, a una gita di pensionati. Entriamo in un ristorantino, vocianti e spensierati. Io precedo il gruppo, scorgo una saletta piccola, ci entro, curioso, perché ho visto un caminetto molto bello. Ci entro, dicevo, e chi mi vedo? L’ingegner Pedrini. Stupefacente che ci incontriamo a Vienna -. sarà qui per lavoro, penso a botta calda. Lo fisso. Colgo un lampo di imbarazzo nei suoi occhi. Guardo il piatto, dove lui stava affondando forchetta e coltello fino a pochi secondi prima, con il fare metodico di una casalinga che sferruzza a maglia. Torno sui suoi occhi. L’imbarazzo si è mutato in terrore. Terrore puro. Limpido. Inequivocabile.

L’ho beccato sul fatto. Altro che vegano: nel suo piatto c’è un gustosissimo cevapcici. Polpettine buonissime di manzo e agnello, con carne trita e speziata. La verdura, lì, è solo un contorno, un coprotagonista. Una comparsa. Dire guest star, come si vede nei film americani, è sin troppo.

Non ci diciamo nulla, io e il ragionier Pedrini. E’ tutto un gioco di sguardi, una comunicazione non verbale. “Ti ho beccato, eh?”, dicono chiaramente i miei occhi. I suoi alzano bandiera bianca. So che, d’ora in poi, quando mi incontrerà per le scale, non mi stresserà più. Parlerà di calcio, di politica, di chissachecosa. Ma non di abitudini alimentari. Il cibo diventerà un argomento tabù. Abbandono la saletta mentre entra la cameriera. Mi abbandono alla più classica delle provocazioni. “Mi scusi”, le chiedo, “ma servite cevapcici vegetariano?”. “No”, mi risponde ridendo. Me ne esco bello tronfio, gustando la vittoria. Casuale, certo, come quando Mourinho ha fatto entrare due giocatori e quelli hanno segnato. Ma il Chelsea è andato in semifinale, ed è questo che conta. E io mi sento in semifinale di Champions.
Eliminato, dunque, l’ingegner Pedrini dalla lista degli scocciatori, e messe da parte le battutine del ragionier Motta, devo confidarvi l’unica vera aspettativa che mi fa sperare in un passaggio dell’esame-costume. E’ la signorina Emma, mia dirimpettaia. Quarant’anni, portati neppure benissimo, bruttina e neppure molto simpatica, è però Miss Condominio, anche per mancanza di avversarie (lo avrete capito da soli: è di gran lunga la più giovane e l’unica nubile). E’ una frequentatrice assidua della piscina – non perché rinunci alle ferie, ma perché ci va in febbraio, ai Caraibi, sperando di trovare un ventenne locale e portarselo a casa. “Lo fanno gli uomini, non lo possiamo fare noi donneee?”, si giustifica con la moglie del custode, quando si fermano a chiacchierare del più e del meno. Insomma, mi farebbe piacere farmi vedere in forma dalla signorina Emma, strapparle un sorrisetto. Quando gli anni passano, ci si accontenta di poco. Ma almeno, da quando lei è qui, ho un motivo in più per andare alle assemblee. Una volta ci andavo solo per lottare contro i “fondamentalisti della facciata”, quelli che vorrebbero fare lavori di spessore ogni anno, quelli che i soldi gli escono da ogni parte.

Queste, e scusate se sono stato prolisso, le ragioni della mia dieta. Ma le cose, mese dopo mese, non vanno come previsto. Calo, sì, ma non a sufficienza. Se ho perso cinque chili è già tanto. E passa il tempo. I mondiali si avvicinano sempre di più.
Stasera c’è Brasile-Croazia. Ce la farò? Non ce la farò? Riuscirò a cavarmela con due carotine e una bottiglietta d’acqua, rigorosamente naturale? Sono curioso anch’io di saperlo. E’ una sfida a me stesso, un po’ come quando un quarantaduenne Francesco Moser se ne andò a Città del MoserMessico, dieci anni dopo aver battuto il record dell’ora (poi “declassato” a miglior prestazione umana sull’ora”, perché le biciclette ipertecnologiche avevano smesso di piacere all’Uci). Moser era ormai un ex corridore, aveva già lasciato il ciclismo da sei anni. Ma voleva capire se sarebbe riuscito ad avvicinarsi ai primati stabiliti quando era in attività. E riuscì addirittura a batterli, stabilendo il secondo tempo di sempre.

Bene: se penso a stasera mi sento un po’ come Moser. Riuscire a mantenere un regime di dieta durante i mondiali di calcio è un quasi come battere il record dell’ora in un’ora e mezza di partita. A farmi davvero paura è il vento contrario.

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