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Il Mundial dimenticato giocato in Patagonia nel 1942

25 aprile 2014 • Te lo dò io il Brasile

di Nazareno Giusti. Fu, veramente, uno strano mondiale quello che si disputò in Patagonia nel 1942. Mai autorizzato e insabbiato dagli organi sportivi ufficiali, fu giocato da una dozzina di squadre raccattate qua e là e poi spedite in quella terra incontaminata e selvaggia, così lontana dalla vecchia Europa, insaguinata dalla guerra. Le formazioni erano composte da pochi giocatori professionisti. Le squadre erano costituite da tristi migranti, possenti operai, invecchiati minatori, invasati cercatori d’oro, acrobati circensi in disuso e anarchici in esilio.

Il campionato di calcio mondiale fu organizzato e finanziato da un ricchissimo conte di origini balcaniche, Vladimir Otz. Un uomo stravagante, eccentrico e visionario, appassionato del gioco del pallone, al limite del fanatismo. Si diceva che la sua bella villa fosse piena zeppa di cimeli calcistici (più o meno importanti). Come avrà immaginato il buon lettore, quello stralunato mondiale fu pieno di strani personaggi… c’era, ad esempio, un singolare arbitro che, per farsi rispettare, molto spesso, metteva mano al revolver. Qualcuno insinuava che fosse figlio (non riconosciuto) di Butch Cassidy, il famoso bandito del vecchio West. Strani personaggi ma anche episodi memorabili. Rimase impresso negli occhi di tutti il gol segnato con il “colpo dello scorpione”. E poi, come non ricordare quella semifinale durissima, aspra ed epica tra Italia e Germania che avrebbe anticipato quella, ben più nota, del 1970. Anzi, in assoluto più nota…

Già, perché di questo mondiale fino a pochi anni fa non si sapeva niente. Fino a quando in terra di Patagonia, in un sito di scavi paleontologici, è stato ritrovato uno scheletro umano tenacemente abbracciato a una cinepresa con dei rulli di pellicola. Indagini e autopsie hanno rivelato che i resti umani appartenevano a Gillermo Sandrini, cineoperatore italo argentino, ex fotografo di matrimoni, ingaggiato per filmare i rivoluzionari Mondiali di Patagonia in modo del tutto innovativo.

Proprio con questo inquietante e sorprendente ritrovamento si apre il documentario “Il Mundial dimenticato” di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni che, grazie al contributo del noto giornalista argentino Sergio Levinsky, in un’inchiesta attraverso tutta l’America Latina e l’Europa, hanno ricostruito con foto, testimonianze illustri di grandi uomini di calcio, filmati di repertorio, articoli di giornale e lettere private, la storia mai raccontata dei Mondiali di Patagonia iniziati, in pompa magna, l’8 novembre del 1942. Una storia straordinaria. Tanto bella da non essere vera! Avete capito bene: infatti, nel 1942, in Patagonia, non si è giocato nessun mondiale! Proprio così! Questa è la triste realtà con cui abbiamo dovuto fare i conti alla fine del film documentario.

“Il Mundial dimenticato”, infatti, è un esempio di mockumentary (un finto documentario) realizzato in maniera impeccabile. Uno scherzo, un gioco in cui però molti media e siti web sono caduti pubblicando come vere le “notizie” sparse dai registi e dal produttore in occasione dell’uscita del notevole lavoro nella primavera 2012. “Anche all’Istituto Luce non hanno saputo riconoscere le immagini d’archivio da quelle girate da noi”,  spiega, ridendo, Filippo Macelloni che ci tiene a chiarire: “di vero non c’è praticamente nulla se non il contesto storico e i personaggi famosi che si sono prestati al nostro ‘gioco’ tra cui Roberto Baggio, Osvaldo Bayer, Gary Lineker, João Havelange, Jorge Valdano”. Tutto è nato da una precisa frase tratta da un racconto dello scrittore argentino Osvaldo Soriano nel suo “Pensare con i piedi”: “Il mondiale del 1942 non figura in nessun libro di storia, ma si giocò nella Patagonia argentina”.

Il film presentato al Festival di Cannes, ha vinto il Premio del Pubblico come Miglior documentario internazionale alla 36° Mostra internazionale del Cinema di San Paolo del Brasile e la menzione speciale al Bari Film Festival. Il documentario, a quasi due anni dalla sua uscita, ha partecipato a numerosi festival in tutto il mondo (tra cui la Mostra del Cinema di Venezia, il Festival di Shangai, di Melbourne, di Annecy) divenendo, ben presto un cult. Numerose e importanti le recensioni della stampa internazionale, il 29 marzo 2013 il quotidiano sportivo francese L’Equipe lo ha segnalato tra i tre migliori film sul calcio di tutti i tempi, lo storico del cinema Jan Tilman Schwab, lo ha definito “un gioiello di umorismo assurdo, ricco di riferimenti storici e culturali”. Insomma, un film da non perdere… sopratutto in quest’anno!

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