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Un’omonimia può cambiare la vita

18 giugno 2014 • Mi mangio i mondiali

Belgio-Algeria 2-1

Brasile-Messico 0-0

Russia-Corea del Sud 1-1

 

Ieri, verso mezzogiorno, ho incrociato sulle scale il signor Niemeyer. Pardon: l’architetto Niemeyer. Uno che già solo con il cognome che si ritrova avrebbe dovuto pensarci da giovane: o divento un architetto di fama almeno europea, se non mondiale, o faccio un altro mestiere. Che ne so: cosmonauta, chitarrista beat, ingegnere, saltatore in lungo, autista. La parte più grottesca è che lui non solo fa Niemeyer di cognome, ma i suoi genitori hanno avuto la bella idea di chiamarlo Oscar.
Suo padre Carlo era uno scrupoloso impiegato postale, con l’hobby dell’arte. Dipingeva, e non era neppure così male. I suoi quadri li regalava via, agli amici: “un lavoro ce l’ho già”, si schermiva. Non amava troppo l’arte contemporanea, e tanto meno l’architettura moderna, ma – chissà per quale strano motivo – aveva una predilezione per Oscar Ribeiro de Almeida Niemeyer Soares Filho. E non solo per l’omonimia, no: forse gli piaceva l’idea di una città nuova e “neutrale” tirata su ex novo in mezzo a un paese sconfinato, che ne diventava capitale cercando di realizzare il sogno (presto svanito) di uno spazio dove i poveri potessero vivere in case identiche a quelle dei ricchi. Mé zone “migliori”, né zone “peggiori”: tutti avrebbero condiviso spazi di eguale dignità. Una strada che, secondo Carlo, avrebbe dovuto portare alla società senza classi, dove tutti vivevano bene, in uguaglianza e serenità. Concetti condivisi anche da sua moglie Stefania, la mamma di Oscar. Lei però amava la musica: non era capace di suonare strumenti, ma quando ascoltava qualcosa, vi si immergeva in maniera totale. C’è da scommetterci che, se il cognome di famiglia fosse stato Beethoven, il piccolo sarebbe stato chiamato Ludwig, con tanto di “van” annesso.
Fin da bambino, i genitori inculcarono a Oscar il mito del grande genio brasiliano – e i parenti iniziarono ad aggiungere “anche tu diventerai un architetto di levatura internazionale”. Il ragazzo aveva due strade: o opporsi ai condizionamenti quotidiani di genitori, parentado e vicinato, oppure seguire passivamente una strada tracciata da parole, sorrisi e aspettative. Scelse la seconda, e lo fece lui. Quando i genitori gli chiesero: “hai deciso se iscriverti o no all’università?”, lui rispose, senza esitazioni (e convinto della scelta): “sì. Architettura”.
Di lì iniziò la sua sofferenza. Perché lui, persona integra e gran lavoratore, presto si dimostrò un architetto senza infamia né lode. Per carità: se si fosse chiamato Mario Cereghetti, sarebbe stato considerato uno dei tanti. Ma se uno si chiama Niemeyer, e per di più Oscar, la gente si sente autorizzata a pretendere colpi di genio a ogni passo.
Oscar capì molto presto di aver commesso l’errore della sua  vita. Ma non ebbe il coraggio di cambiare. Così, andò a vanti nel suo tran tran. Le soddisfazioni gli arrivarono solo dalla famiglia: una brava moglie e due figli; ma il suo fortissimo attaccamento al lavoro, che pur non sopportava, ridusse i tempi in cui godersi la “vera vita”.
Per non mischiare la sofferenza quotidiana con l’oasi familiare, scelse sempre di lavorare lontano da casa. Il suo studio è, attualmente, a 20 minuti a piedi di qui – non quel granché, ma distante a sufficienza per separare le due mònadi, che per definizione non sono dotate di finestre.
Ho incrociato l’architetto Oscar Niemeyer, dunque, mentre stavo scendendo per fare la spesa. Avevo in programma una bella feijoada brasiliana (qualche ingrediente l’avevo in casa, ma non tutti) e un burrito di maiale alla messicana.
Abbiamo parlato per un po’. Non lo avrei mai invitato a vedere la partita del Brasile se non fosse stato lui a propormelo: sapevo che lui lo identifica con il suo Omonimo, e naturalmente con la sua professione e le frustrazioni che gli ha procurato.
E’ stato lui a chiedermi: “sta vedendo i Mondiali?”. Sa che sono appassionato di calcio.

“Certo”, ho risposto.

“Non si perderà una partita, eh…”.

“Finora no”.

“Dove la vede Brasile-Messico?”.

“A casa mia”.

“Le dispiace se vengo a vederla da lei? Mia moglie è al mare con i ragazzi”.

“Ma certo”, gli ho risposto. E, cambiando tono di voce, ho sussurrato: “Faccio la feijoada… ma ufficialmente sono a dieta… posso contare sul suo riserbo?”.

“Ma certamente. Ma non disturbo, vero?”.

“No, no. Anzi…”.

feijoadaEro contento, ero. Ero stufo di vedermi le partite da solo. Così, ho guardato Belgio-Algeria mentre cucinavo; ma mi sono preso il tempo per mangiarmi un piccolo kebab, in onore dell’Algeria, e una gaufre/waffel (meglio dirlo sia in francese, sia in fiammingo, per evitare incidenti diplomatici) per il Belgio. Da bere, una birra d’abbazia. Finale, 2-1 per il Belgio, come in campo.

Non ho voluto mangiare troppo pesante, insomma, per prepararmi alla feijoada. L’ho fatta abbondante: 1 chilo di fagioli neri, 100 grammi di salsiccia, mezza orecchia di maiale, 50 grammi di costine, 100 di lingua affumicata, 50 di pancetta e 50 di carne secca, i rimasugli di una salsiccia (mia aggiunta personale), uno spicchio d’aglio, olio, prezzemolo alloro e una spruzzatina di basilico. Poi, sale e pepe. I fagioli, i pezzi di maiale, la lingua e la carne secca erano già a bagno dalla fine di Stati Uniti-Ghana, con molta acqua e con la foglia di alloro. Prima di Belgio-Algeria ho fatto bollire i pezzi di maiale per mezz’ora, li ho fatti scolare, poi li ho messi un una padella alta con i fagioli e la salsiccia a pezzettini. Poi ho coperti il tutto con acqua e, dopo aver aggiunto il sale, ho fatto cuocere il tutto per due ore a fuoco lento, mescolando ogni tanto, nei tempi morti di Belgio-Algeria. Ho poi aggiunto le costine, la carne secca e la lingua e, poi, il soffritto di olio, aglio, cipolla e pancetta (che avevo preparato “in parallelo”), una parte del brodo di fagioli e il prezzemolo tritato. Ho poi riversato il tutto nella zuppa, mischiando e cuocendo il tutto a fuoco lento. Bella idea, quella del televisore in cucina: ho visto la partita, cucinato e mangiato nello stesso tempo.
Ho portato sulla tavola i recipienti di coccio in cui ho messo la feijoada non appena è venuta densa, la salsa cruda di cipolla, il prezzemolo, l’aglio e il pomodoro tritati fini fini, l’olio e il succo di limone. Tutti ingredienti importanti per accompagnare la feijoada. Poi, ho portato il riso, da mangiarci insieme. Da bere, birra brasiliana e messicana. Infine, i burritos: ho scelto tortillas di manzo per evitare di spingere troppo sul maiale.
“Le dispiace se mangiamo in cucina?”, gli chiedo.

“Assolutamente no”, mi risponde.
burritosAbbiamo guardato la partita insieme. Io ero neutrale: mi sono simpatici sia il Brasile sia il Messico, e anche dal punto di vista gastronomico le apprezzo entrambe. L’architetto – lo vedevo – tifava per i verdeoro.
A un certo punto non ce l’ho fatta e gli ho chiesto: “ma architetto, ma lei tifa per il Brasile?”.
Lui ha staccato gli occhi per un attimo dalla partita e mi ha guardato. “La feijoada è ottima, e anche i burritos”, mi ha detto. Poi ha taciuto un attimo, che mi è parso una vita. Intanto, il Messico stava prendendo l’iniziativa.
Poi, come se stesse facendo uscire un fiume che stava trattenendo da tempo, forse da anni, ha iniziato a parlare. “Come farei a non provare un po’ d’affetto per questo paese? Il Brasile mi ha accompagnato per tutta la vita, anche se non l’ho mai visitato: pensi, è persino la prima volta che mangio la feijoada. Fin da bambino, tutti mi accostavano al grande genio. E io cercavo i libri sul Brasile, sognavo quel paese grande come un continente, progettavo di andarci e, nelle mie fantasie di bambino, di progettare una nuova città dal nulla, che potesse rivaleggiare con Brasilia. L’ho amato tanto, il Brasile. Poi, quando ho scoperto che il mio sogno di imitare il mio omonimo si era dimostrato una follia, l’ho rifiutato, questo paese, ma senza mai smettere di amarlo. Neppure mia moglie ha mai capito che, quando giocava la Seleçao, io sentivo qualcosa – anche se non ho origini brasiliani, né ho mai visitato quel paese. Perché sono stato messo su quei binari, uno verde e uno oro. E poi ho deciso io di percorrerli. Non li ho percorsi bene, la mia regressione infantile mi ha suggerito una follia, una prova irrazionale e assurda. Ma la responsabilità è mia. Magari anche dei miei genitori, e dei parenti, e dei vicini, e degli amici di famiglia. Ma soprattutto mia. Io, solo io ho preso questa decisione. Ho detto “sì”. Io. Solo io.

borschComunque, possiamo anche identificare tanti coprotagonisti – meglio: deuteragonisti – del naufragio della mia vita. Ma tra quelli non c’è il Brasile. No, il Brasile non c’entra”. Intanto, Niemeyer era tornato a vedere la partita. Stette in silenzio fino alla fine. E io, certamente, non osai proferire parola. Solo a 0-0 sancito, gli propongo: “vuole una Caipirinha?”.
“Volentieri. Non l’ho mai bevuta”.
La faccio, ma questa volta, al posto della cachaça, non ci metto la rakija croata, ma la tequila messicana. La partita in due bicchieri.
La beviamo. “Vuole restare anche per l’altra partita? Ma la avverto: per yakgwaRussia-Corea del sud, io mi mangerò un borsch e degli Yakgwa coreani”. Sono una sorta di biscotti di miele, olio di sesamo e farina. Li ho ordinati ieri dal prestinaio, contrabbandando la mia esigenza come la necessità di avere un “cibo da dieta”, e lui me li ha consegnati “chiavi in mano” nel primo pomeriggio, ringraziandomi di avergli insegnato una ricetta nuova. Li ho divisi volentieri con il mio ospite.
Birra, acqua e vodka a fine pasto. Uno a uno il risultato finale.
L’architetto Oscar Niemeyer è tornato a casa sua, all’ultimo piano alle tre di notte. “Terrò il telefono acceso: se qualcuno ha bisogno di me, mi chiamerà. Altrimenti, dormirò un po’ di più. Semel in anno, licet insanire”.
Seguii il suo profilo triste e grigio che si incamminava sulle scale. Sussurrai: “non si arrenda, architetto”. Lui si girò di botto. Sempre a bassa voce, mi rispose: “non mi arrendo. Voglio arrivare alla pensione, e vedrà come ne uscirò ringiovanito. E poi voglio andare a Brasilia. Con la mia famiglia. Per vedere, finalmente, la città che ha deciso la mia esistenza”. Capii che ne aveva bisogno. Per dare una svolta alla sua esistenza. E iniziare una nuova vita.

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