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Si spegne la fiamma di Sochi. Ed è già “nostalghia”

23 febbraio 2014 • Sport news

Signore e signori, cala il sipario. I Giochi Olimpici invernali 2014 si chiudono nel migliore dei modi per i russi, che si portano a casa tutto il podio della 50 km fondo e l’oro nel bob a 4, mentre il Canada si conferma nell’hockey, con un netto 3-0 ai campioni del mondo della Svezia. Per la squadra di casa è un trionfo: in testa sia per ori, sia per numero di medaglie: 13 primi posti, 11 argenti e 9 bronzi. Anche a Vancouver la delegazione ospitante aveva preceduto tutti, con 14 ori, 7 argenti e 5 bronzi; tuttavia, per numero complessivo di podi (26), il Canada si era fatto precedere dagli Stati Uniti (37) e Germania (30), rispettivamente terzi e seconda per numero di vittorie. Grande delusa di Sochi è la Norvegia, partita per staccare tutti, e finita al secondo posto con 11 ori (meglio, comunque, che a Vancouver, dove era finita quarta con 9 primi posti). Buon terzo posto per il Canada, che con la vittoria dei due tornei di hockey raggiunge 10 medaglie d’oro, precedendo gli Usa con 9. Segue l’Olanda, vera rivelazione dei Giochi, che grazie al dominio nel pattinaggio di velocità ha raddoppiato le vittorie, da 4 a 8, precedendo la Germania di appena un argento (7 a 6). Segue la Svizzera, che ha confermato i sei primi posti di Vancouver. Con una delusione: Lara Gut, “solo” un bronzo in discesa e neppure a medaglia nel superG, dove è indiscussa numero uno. Il settimo oro sarebbe potuto arrivare anche da Cologna nella 50 Km; tuttavia, il grigionese ha rotto lo sci nella parte finale, rimanendo escluso dai Giochi. Per Dario, comunque, due allori olimpici in questa edizione. Sorprendente la Bielorussia, a 5 ori; sottotono Austria, Svezia e Finlandia, superpotenze storiche della neve, che si sono dovuti accontentare rispettivamente di 4, 2 e 1 medaglie d’oro. Per gli austriaci è una conferma del risultato di Vancouver (ma dallo sci alpino ci si aspettava di più), per la Svezia un tonfo (-3 ori), per la Finlandia addirittura un miglioramento, dato che, in Canada, il Maamme non era mai risuonato. Di grande significato l’oro ucraino nella staffetta biathlon femminile, proprio nel giorno in cui a Kiev si siglava una pace sofferta dopo la mattanza delle due giornate precedenti. Deludente, infine, il bilancio azzurro, che termina con zero tituli: non succedeva da Lake Placid 1980. Due argenti e sei bronzi il bottino finale: tre medaglie per Arianna Fontana nello short track (di cui una con la squadra) e due per Christof Innerhofer, mentre Zöggeler, ancora una volta, non ha tradito e ha fatto suo il record di sei medaglie in sei diverse edizioni dei Giochi. Grande impatto emotivo per il bronzo della Kostner – che avrebbe anche potuto essere argento, se i giudici non fossero stati così generosi con l’atleta di casa.

Molte le lamentele per la neve, spesso soffice, acquosa o poco “sciabile”, e resa instabile dal clima non certo invernale (si è arrivati anche a quota 17) e dalla vicinanza con il mare. Come, del resto, era accaduto a Vancouver. E come, forse, succederà nel 2018 a Pyeongchang, che non è così lontana dal mare. Non c’è dubbio: Russia e Corea meritavano la loro chanche olimpica. Ma non a scapito della regolarità dei Giochi (stiamo parlando di Sochi, non di Pyeongchang, dove magari le cose andranno perfettamente). Un’osservazione, però, ci sta tutta: le Alpi e i paesi nordici sono una parte importante del movimento olimpico invernale; tuttavia, l’ultima edizione dei Giochi disputata sulle nostre montagne si è tenuta a Torino, nel 2006, mentre per i paesi nordici bisogna tornare indietro a Lillehammer 1994. Si rischia, cercando compulsivamente zone “nuove”, di creare eventi con neve non ottimale. E di alterare i risultati. D’altra parte, non è difficile osservare che lo sport, al giorno d’oggi, sia diventato quasi un orpello in un dominio sfrenato di denaro e sponsorcrazia. L’importante è incamerare soldi, il più possibile. Gli atleti si arrangino. Si è passati in maniera disinvolta da un eccesso – quello delle squalifiche per “professionismo” di chi era “beccato” a fare réclame per una marca di dentifricio – all’altro – privilegiare l’aspetto economico sulla fattibilità stessa dei Giochi.

Cala il sipario, quindi, su Sochi. Che, come detto, ha dato molti problemi di neve. Ma, occorre ammetterlo, è stata davvero super nelle cerimonie d’apertura e di chiusura. Quest’ultima ci ha regalato molte emozioni: è tornata la bambina Lubov – questa volt con gli amici Valentina e Jura; è persino tornato il vecchio Misha, mascotte di Mosca ’80 tanto amato dai ragazzi dell’epoca: è stato lui a spegnere la fiaccola. Nostalghia. Molto spazio alla cultura: una luna alla Chagall, la musica di Rachmaninov, il balletto del Bolshoi (quello di Mosca) e del Mariinskij e 12 attori-”sosia” dei grandi romanzieri russi, da Tolstoj a Dostoevskij. E c’è stato anche spazio per l’autoironia. Migliaia di ballerini hanno formato cinque cerchi, ma uno non si è aperto. Un chiaro riferimento all’”incidente” della cerimonia di apertura, quando uno dei cinque cerchi luminosi aveva fatto flop. La televisione russa, in leggera differita, aveva censurato lo svarione. Ma i social media non perdonano. Così, si è pensato che fosse meglio rimediare prendendosi un po’ in giro. L’autoironia è spesso la miglior medicina.

L’arrivederci a Pyeongchang è stato accompagnato da un concentrato di cultura coreana. Ma, prima del 2018, c’è ancora un avvenimento olimpico a Sochi: le Paraolimpiadi. A Londra, furono un successo, con stadi pieni e gente sulle strade. Ci aspettiamo – almeno, lo speriamo – che la storia si ripeta.

Clemente Isola

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