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La nuova vita di SuperPippo

1 ottobre 2014 • Sport news

Per avere successo come allenatore non è necessario aver giocato ad alto livello. Però aiuta. Lo si vede chiaramente anche scorrendo l’elenco dei 20 tecnici ai nastri di partenza della Serie A: soltanto Zeman (Cagliari) e Ventura (Torino) non hanno un passato da calciatore. Fenomeni come Sacchi e Mourinho sono eccezioni che confermano la regola, ma se è raro diventare allenatori senza passare dal campo, non è detto che il pedigree basti per arrivare lontano. Alcuni grandissimi campioni sono infatti stati allenatori mediocri. Platini, Baresi, Romario, Gullit, Matthaus e Shearer hanno presto capito che non era un mestiere per loro e quindi hanno cambiato carriera. Al mitico Maradona lasciamo ancora per qualche tempo il beneficio del dubbio.

Un esempio negativo, almeno per il momento, è certamente quello di Seedorf, passato forse troppo rapidamente dal centro del campo ad una panchina importante come quella del Milan. Eppure, i rossoneri hanno deciso di proseguire sulla strada degli ex con Inzaghi, fortemente voluto dai vertici societari. Nevio Scala, che lo ha allenato a Parma, è tra i più sorpresi: “Non avrei mai immaginato che scegliesse questo mestiere, è davvero incredibile. Però è un ragazzo intelligente, con delle grandi qualità e che proviene da una famiglia straordinaria, quindi affronterà questa avventura facendo tesoro delle sue esperienze da calciatore. Nel settore giovanile ha fatto benissimo e porterà tanto entusiasmo, ma solo il tempo ci dirà se il Milan ha fatto la scelta giusta”.
A proposito della famiglia Inzaghi, il fratello Simone ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione di Pippo di smettere di giocare per dedicarsi alle giovanili del Milan: “Avevo capito subito che mio fratello sarebbe diventato un grande allenatore, quindi gli ho suggerito di non perdere l’occasione che gli era stata offerta dalla società, anche se lui avrebbe preferito prolungare la carriera ancora di qualche stagione”. Simone gli ha parlato con sincerità della sua esperienza con gli Allievi della Lazio: “Guidare i ragazzi dà enormi soddisfazioni… ma quando inizi ad allenare, smetti di dormire”. Curiosamente, è la stessa cosa che gli ha detto un suo ex compagno nella Juventus, Antonio Conte: “La notte non riesci a chiudere occhio, perché quello dell’allenatore è un lavoro stressante. I calciatori che a fine carriera pensano che il passaggio in panchina sia un fatto automatico si sbagliano di grosso. C’è ancora tanta strada da fare”.
La strada è ancora più tortuosa quando si comincia ad allenare la stessa squadra nella quale si è giocato, come spiega Gianluca Vialli: “Quando il Chelsea mi nominò allenatore/giocatore, ebbi le stesse difficoltà che Seedorf ha avuto nella gestione del Milan. Di colpo di trovi ad allenare i tuoi ex compagni e i rapporti personali cambiano di colpo, generando malumore”.
Secondo Marchioro (un altro Pippo che ha allenato il Milan), il blasone calcistico non fa che aumentare questi problemi: “E’ difficile che un grande campione diventi anche un grande allenatore, perché la sua aspettativa è che i suoi giocatori facciano le stesse cose che faceva lui”. Lo stesso Platini, rievocando la sua breve esperienza da c.t. della Francia, ammette il suo smarrimento: “Da allenatore, non riuscivo a comprendere il motivo per cui i miei giocatori non riuscissero ad eseguire certe giocate che a me riuscivano naturali”.
Nella sua nuova carriera, Inzaghi ha scelto la linea della massima rigidità per quanto riguarda l’alimentazione e la disciplina nello spogliatoio. Tutto bene finché si tratta di giovani da forgiare, ma Pippo riuscirà a ottenere lo stesso rispetto da campioni già affermati e in particolare dai suoi ex compagni, che certamente ricorderanno alcune delle sue mitologiche notti brave? Secondo Giancarlo Camolese, ex tecnico di Torino e Livorno, è importante saper distinguere tra i vari ambiti: “Allenare una Primavera o una prima squadra non è la stessa cosa. E’ molto diverso anche se guidi una formazione che punta allo scudetto o una che deve salvarsi. Sta all’abilità del tecnico comprendere la situazione ed adeguare i propri metodi”. Nel suo caso, però, il passaggio dal campo alla panchina è stato abbastanza agevole: “Non ci sono stati particolari scossoni, perché negli ultimi tempi mi ero preparato molto al grande salto, visto che volevo fortemente rimanere nel mondo del calcio. La cosa più difficile da imparare quando si diventa allenatore è pensare al bene comune e non più soltanto a se stessi. Un calciatore ragiona in maniera individuale, mentre un allenatore deve tenere insieme un gruppo di trenta persone. E’ un mestiere con molte sfaccettature e che richiede una certa abilità nel rapportarsi con la gente. Se hai questa qualità, parti avvantaggiato e la tua esperienza da calciatore può risultare utilissima”.

Se c’è un aspetto caratteriale di Pippo del quale nessuno può dubitare, è la sua straordinaria voglia di vincere. Così come da calciatore viveva per il gol, adesso che sta a bordocampo punta sempre al massimo e si preparara con una cura maniacale per ogni partita, studiando gli avversari in ogni dettaglio. Se solo riuscirà a trasmettere al suo Milan la stessa fame di vittoria, sarà a già buon punto di un percorso per nulla facile, dopo le recenti sofferenze patite dai tifosi rossoneri.

Lorenzo Zacchetti

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