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Milanisti e interisti: con l’Olanda, tra i ricordi

6 luglio 2014 • Sport news

L’Olanda, come il Brasile, ha supporter e simpatizzanti un po’ in tutto il mondo. Merito dello squadrone di Cruijff, Neeskens e compagnia, che con la bellezza del “calcio totale” conquistò l’ammirazione degli sportivi. E la simpatia per l’Olanda resisterebbe anche se, un giorno, gli Oranje decidessero di passare armi e bagagli al catenaccio e contropiede – proprio come oggi non importa che il Brasile attuale si basi ben più sulla praticità della difesa che sull’estro e la fantasia del centrocampo: per l’immaginario collettivo, arancione sarà sempre sinonimo di Totaalvoetbal e verdeoro di Fútebol Bailado. Due concetti che, tra l’altro, vanno molto d’accordo tra di loro – non per niente, vari fan dei “tulipani” anche hanno un debole per il la Seleção.
A Milano, lo zoccolo duro dei filo-olandesi si è ingrossato con il tempo: i milanisti si sono presi un colpo di fulmine ai tempi del trio Gullit-Van Basten-Rijkaard. Tanto che, ai Mondiali del 1990, c’era chi si augurava la vittoria finale degli azzurri di Baresi, Massaro e Costacurta e chi, invece, sosteneva che in caso di match tra Italia e Olanda, avrebbe tifato per i tulipani. La “cotta” rossonera per gli Oranje non è mai più passata. Non tanto per l’olandese di oggi, Nigel de Jong, e tanto meno l’ex che ora è in nello staff di van Gaal (Patrick Kluivert, che al Milan ha lasciato ben pochi rimpianti) o per la recente esperienza in panchina di Clarence Seedorf. Ma per il ricordo di uno squadrone del passato e di un nuovo calcio totale pensato da un allenatore romagnolo, quell’Arrigo Sacchi che insieme a Gigi Radice fu il maggior interprete in serie A del credo calcistico di Rinus Michels.

Persino quando – scherzi del destino – l’Olanda si è tinta di nerazzurro, con lo Sneijder del triplete capocannoniere ai Mondiali 2010, non tutti i milanisti sono riusciti a tifarle contro. Ora è nostalghia anche per gli interisti: dall’epoca dei cinque scudetti consecutivi non sono passati che pochi anni, ma sembrano trascorsi secoli. Il vecchio Wesley, però, è ancora lì, in un’Olanda che si gioca il Mondiale. E’ tornato un giocatore decisivo dopo un periodo di forte crisi. E gli interisti si aggrappano a lui e ai ricordi.
Il paradosso vuole, quindi, che rossoneri e nerazzurri rinforzino le fila degli “storici” supporter olandesi risalenti agli anni ’70. E, naturalmente, a quelli che il passaporto dei Paesi Bassi ce l’hanno davvero in tasca. Al fischio d’inizio di Olanda-Costarica, il bar Magenta, locale storico di Milano a due passi da Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo, presenta così un parterre eterogeneo: simpatizzanti “storici” dell’Olanda, milanisti a cui quella maglia è rimasta nel cuore, interisti che tifano Sneijder e qualche olandese “vero”. Più, sportivi, curiosi e sportivi che tifano Costarica, attratti dal fascino della “cenerentola” che batte i propri record e sogna di andare avanti.
E’ verso il 20′, però, che si presenta al bar il primo olandese con maglietta arancione. Sembra trafelato, si mette davanti allo Oranje Olandaschermo e chiede se la sedia è libera. Lo seguono un connazionale, con sciarpa Oranje, e due bambini, anche loro con i colori dell’Olanda addosso. La partita sembra già delineata: dopo la partenza lampo, nel tentativo di chiudere la partita subito, ora la squadra di van Gaal ci prova in tutti i modi, ma niente: o errori o grandi parate dell’ottimo portiere Navas. Tanto gioco, per l’Olanda, ma molto fumo e poco arrosto.
I commenti più appassionati sono quelli degli interisti, che incitano Sneijder. Gli olandesi invece tifano a tratti: a un salvataggio in extremis su tentativo costaricense – con annesso pasticcio della difesa – scuotono la testa, ma sono pronti ad applaudire e a gridare hup! hup! per il contropiede che segue, ma che va disperso nel vento. Un signore oltre i 60, molto distinto, grida invece “dai, Robben!” quando l’asso del Bayern si infila nello stretto tra vari avversari o si piomba sul pallone cercando poi il cross: potrebbe essere benissimo un olandese, ma parla con un inconfondibile accento milanese.  Spiega: “tifo Olanda perché mio figlio si è trasferito là: ci vive ormai da 14 anni. E’ professore universitario. E i suoi figli sono nati in Olanda”. Un supporto appassionato di origine familiare. Solo questo? No. Perché questo amore è sbocciato dove c’erano già radici. “Sono milanista”, spiega, “e l’Olanda la tifavo già prima”. Ecco.
Il pressing alto del Costarica fa male ai supporter arancioni e gli interisti, un po’ infastiditi, pronunciano la parola magica: “catenaccio”. Dimenticandosi forse che, senza scomodare gli anni ’60, l’Inter di Mourinho passò contro il Barcellona con la squadra barricata in area – legittimo, per carità: le critiche feroci al difensivismo, che si chiami catenaccio, verrou o in altro modo, non le capiremo mai. E’ un modo di affrontare la partita: poco spettacolare, d’accordo, ma non un disonore.
Intanto, le occasioni sprecate dall’Olanda destano perplessità generale, e ci si mettono anche i legni. Sembra il Belgio del secondo tempo nell’ottavo contro gli Stati Uniti, e questo dovrebbe un po’ preoccupare i “tulipani”, data l’ingloriosa eliminazione dei loro vicini meridionali contro l’Argentina.
Finiscono i tempi regolamentari e l’uomo che ha il figlio in Olanda saluta. “I supplementari me li sentirò per radio”, spiega; probabilmente non vuole perdere l’ultimo metro, né infilarsi nella lotteria degli autobus sostitutivi (il primo dopo la chiusura della metropolitana “verde”, per la cronaca, viaggerà colmo come un uovo: a San Siro si è esibito Vasco Rossi, ma l’Atm non ha prolungato gli orari della linea 2, né rinforzato le corse sostitutive).
Intanto, in un tavolo lasciato libero si siede una famiglia: marito, moglie e bambino. Non sembrano molto coinvolti, e solo quando arrivano i rigori il padre manifesta un certo interessamento. La moglie gli chiede le squadre ancora dentro ai Mondiali, e lui le risponde diligentemente: “Germania, Brasile e… e Argentina”.
Alla fine, si va ai rigori, con i numeri che parlano di un assedio andato a vuoto: per l’Olanda, più di 20 tiri in porta, tre pali e il 64% di possesso palla. Il gruppetto di olandesi archivia l’approccio “interiore” alla partita: esultano tutti, a ogni rigore segnato o a ogni penalty parato da Krul, che una saggia decisione del tecnico ha fatto entrare a fine supplementari al posto del titolare Cillessen: il portiere di riserva ha fama di pararigori, e così sarà.

Tutti i sostenitori degli orange escono e sognano. Olanda-Argentina evoca ricordi belli e brutti, per gli Oranje.  Brutti, come la finale persa nel 1978 contro gli albicelestes padroni di casa, condizionata pesantemente dall’arbitraggio a senso unico di Sergio Gonella di Asti (erano i tempi della feroce dittatura militare, e Cruijff aveva rifiutato di giocare quei Mondiali proprio per protesta contro l’Argentina dei generali). Belli, come il 4-0 del 1974, esordio assoluto dell’esplosione arancione sui Mondiali, e l’incredibile quarto di Francia 1998, 2-1 con gol decisivo dell’ex interista Bergkamp all’89.
Ricordano tutti, e tutti sognano, dunque. Anche milanisti e interisti. Sognano vittorie consegnate agli albi d’oro. Sognano glorie arancioni passate. Se l’Olanda dovesse arrivare in fondo, c’è da scommettersi, a Milano qualcuno si sentirà un po’ campione del mondo.

A. Z.

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