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Oltre i cerchi


ATLETI SUL SET/1 Norman, l’atleta “conteso” che sbarcò a Hollywood

30 gennaio 2015 • Cinque cerchi e un pallone, Oltre i cerchiComments (0)

Per il mondo della celluloide, Norman Gilbert Pritchard è il primo medagliato olimpico a diventare un attore di Hollywood, con lo pseudonimo di Norman Trevor. Per gli sportivi, invece, è un atleta “conteso” fra due diversi medaglieri: quello indiano e quello britannico.

Secondo le statistiche ufficiali, quelle del Comitato Olimpico Internazionale, non ci sono dubbi: i due argenti che Pritchard vinse ai Giochi di Parigi 1900 (nei 200 e nei 200 ostacoli), devono essere inseriti nel medagliere indiano. Di cui, tra l’altro, lo sprinter – nato nel 1875 ad Alipore, presso Calcutta, da genitori inglesi – è indicato come unico rappresentante alla seconda edizione dei Giochi moderni. Tuttavia, alcuni storici inglesi affermano che Norman fu selezionato non per la squadra “coloniale” indiana, ma per quella britannica.

Nella gestione dei Giochi Olimpici comanda il Cio: quindi, Pritchard è ufficialmente il primo atleta asiatico ad aver vinto una medaglia olimpica, e questo verdetto non può essere messo in dubbio. E nulla può cambiare una pubblicazione della pur autorevole Iaaf (Federazione internazionale di atletica) che, nel 2005, ha inserito Pritchard fra gli atleti della delegazione britannica alla kermesse olimpica nel 1900 – d’accordo con lo storico inglese dei Giochi Ian Buchanan, che aveva sostenuto la stessa tesi cinque anni prima.

Qual è la ragione di questa discrasia? Eccone una spiegazione, proveniente da un articolo pubblicato sul suo sito istituzionale il 22 settembre 2004 (cioè prima della pubblicazione delle statistiche “incriminate”). Pritchard “aveva partecipato al campionato britannico AAA, a cui erano intervenuti anche alcuni atleti americani”. Questo torneo era un vero e proprio trial – cioè valeva per qualificarsi ai Giochi – ma la partecipazione di atleti di oltre oceano lo rendeva di fatto un torneo internazionale. Molte fonti raccontano che lo sprinter fu ammesso al campionato AAA “come membro del Bengal Presidency Athletic Club” (ma c’è chi sostiene che la sua appartenenza fu doppia: sarebbe stato accreditato sia per il team bengalese, sia per il London Athletic Club). “Pritchard andò nel 1900 a Parigi insieme agli atleti del team olimpico britannico e partecipò a cinque eventi, 60m, 100m and 200m piani, ma anche 110 e 200m ostacoli”, spiega, per conto della Iaaf, Ram. Murali Krishnan. “Il programma ufficiale era molto confusionario” (ricordiamo che l’edizione 1900, oltre a essere organizzata in modo pessimo, fu un evento secondario nella cornice dell’esposizione universale di Parigi: molti atleti del tempo morirono senza sapere di aver partecipato ai Giochi Olimpici, ndr). “Il suo nome”, racconta Krishnan, “apparve con affiliazioni differenti, come “Inghilterra” nei 100 metri e “India Britannica” per gli ostacoli”. Il che potrebbe suggerire una conclusione ben bizzarra: che Pritchard avrebbe conquistato, nella stessa edizione dei Giochi, una medaglia per l’India e una per l’Inghilterra. Ma, naturalmente, non si deve.

Prosegue Krishnan: “la rappresentazione ufficiale dell’India Britannica partecipò ai Giochi Olimpici solo nel 1920, quando tre partecipanti alle gare di atletica leggera e tre lottatori parteciparono ad Anversa con l’aiuto di Sir Dorabji Tata”.

Un bel rebus, verrebbe da dire, al di là delle statistiche ufficiali che vedono un medagliere di 15 ori, sei argenti e nove bronzi per la Gran Bretagna e due argenti per l’India britannica (che, quindi, includeva anche gli attuali Pakistan e Bangladesh).

 

Un breve servizio indiano su Norman Pritchard

 

I legami sportivi tra Pritchard e l’India proseguirono, comunque, anche dopo i Giochi: lo sprinter tornò nella terra natia e divenne “segretario della Federazione calcio indiana dal 1900 al 1902” (alcune fonti sostengono che fu “segretario onorario” fino al 1905). Lui, d’altra parte, oltre a correre in pista aveva praticato anche calcio e rugby.

 

Nel 1905 si trasferì in Inghilterra e, nel dicembre dell’anno successivo, un avvenimento del tutto casuale diede inizio alla sua nuova vita. Norman era invitato a un pranzo organizzato a Londra per Lord Curzon, viceré dell’India. Gli fu chiesto di descrivere il bellissimo durbar (l’incontro cerimoniale che si rifaceva agli antichi consessi di corte) di Delhi nel 1899 per accogliere l’ospite. Il racconto fu così bello e pieno di pathos che l’agente di teatro Sir Charles Wyndham lo scambiò per un attore. Una volta scoperta la verità, Wyndham convinse Pritchard a recitare una piccola parte nella commedia The Stronger Sex, all’Apollo Theatre in 1907. Il test convinse il manager, che gli procurò la prima scrittura a Broadway, con The Elder Son il 15 settembre 1914.

Il debutto come attore del cinema muto avvenne nel 1915 con il film inglese After Dark, dove Pritchard – che recitava, come detto, con il nome d’arte di Norman Trevor, interpretava il tenente Bellamy. Per l’ex atleta iniziava una carriera che lo avrebbe visto in 27 film (oltre che in 26 commedie): i più noti al grande pubblico, Dancing Mothers (1926, dove interpretava il protagonista maschile Hugh Westcourt), Gli eroi del deserto (noto anche con il nome originale Beau Geste, 1926, nel ruolo del maggiore de Beaujolais), I figli del divorzio, 1927 (dove recitò con Gary Cooper), Trappola d’amore, del 1929. Il suo ultimo film fu Tonight at Twelve, sempre del 1929, uscì nelle sale poco più di un mese prima della sua morte – che avvenne, probabilmente, per Alzheimer.

Roderick Lewis

 

 

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Sport Community presentato a Milano

22 maggio 2014 • Oltre i cerchiCommenti disabilitati su Sport Community presentato a Milano

E’ stato presentato Sport Community, ambizioso progetto realizzato dal Consiglio di Zona 7  di Milano in collaborazione con numerose associazioni sportive del territorio. In compagnia del direttore Lorenzo Zacchetti erano presenti Stefano Grolla, amministratore delegato di Harbour Club Aspria, che ha ospitato l’evento, e Antonio Cappellari, importante dirigente sportivo (ex d.g. dell’Olimpia Milano, attualmente operation manager del Quanta Sport Village) che funge da coordinatore del Comitato d’onore.

Il progetto è nato sulla scia della collaborazione già attiva tra il Consiglio diZona 7 e l’Harbour Club, che ha dato la possibilità di realizzare un’importante opera di integrazione portando gli alunni della scuola di via Paravia (famosa per una percentuale di figli di stranieri vicina al 90%) a usufruire della piscina del prestigioso centro in zona San Siro, abitualmente frequentato da VIP e calciatori.

Per quest’anno, si è deciso di alzare il tiro e di fare di Harbour il perno di un progetto più ampio, lungo cinque mesi, nel corso dei quali si realizzeranno attività molto diverse tra di loro. Lo sport diventa uno strumento di coesione e comunicazione, nel quale c’è un costante contatto tra i bambini autistici e gli sportivi di livello amatoriale, tra i calciatori con disabilità e i consiglieri di zona (che si mettono in gioco anche loro), tra italiani e stranieri, tra persone di tutte le estrazioni sociali e legate a diverse discipline.

Il trait d’union di questi cinque mesi di attività è il fondamentale lavoro del Comitato Scientifico, che riunisce i rappresentanti delle associazioni aderenti, integrando professionalità diverse (istruttori, atleti, psicologi, assistenti sociali…) al fine di incrociare le competenze e di giungere ad oggettivare il più possibile il lavoro svolto. L’obiettivo finale è infatti quello di restituire alla collettività un prodotto esportabile e replicabile, ovvero delle conclusioni scientifiche e delle indicazioni pratiche per chi lavora nel mondo dello sport, sopratutto se lo fa a contatto con situazioni di marginalità, di malattia o comunque di difficoltà.

Al Comitato scientifico è stato affiancato un Comitato d’onore, composto da personalità che si sono distinte nei rispettivi rami professionali e che affiancheranno il Comitato scientifico in base alla loro disponibilità, a titolo di volontariato. Alla presentazione di questa mattina, oltre a Cappellari, erano presenti Aleotti, Cristina, Miragoli, Moncalieri, Tirelli e Vallani.

“Il mio obiettivo e non solo in questo progetto, ma in generale nella mia attività politica”, ha detto Zacchetti, “consiste nel promuovere la valenza sociale dello sport, andando oltre banalità sulle quali tutti possono convenire (“lo sport tiene i ragazzi lontani dalla strada”), ma che meritano di essere declinate a livelli più concreti, dando sostanza a ricerche scientifiche come quelle che dimostrano che ogni investimento economico sullo sport dà un ritorno di cinque volte superiore, in termini di assistenza socio-sanitaria della quale si può fare a meno, grazie alla prevenzione. Questo è stato il punto di partenza del mio impegno politico, quando ho contribuito alla stesura del programma politico di Giuliano Pisapia per la parte relativa allo sport, e su questo intendo dare un contributo alle politiche sportive di questa amministrazione, contando anche sull’attenzione della nostra assessora Chiara Bisconti“.

Questo è anche uno dei compiti che Zacchetti si è assunto come responsabile dell’Area Sport del PD dell’Area Metropolitana milanese, per contribuire a sviluppare una nuova fase per la Milano che sta nascendo e che ha bisogno di un forte impegno a sostegno dello sport, delle società che lo organizzano ogni giorno e dei milioni di cittadini che ne usufruiscono.

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Sergio Davì, da Palermo a Rio. In gommone

11 febbraio 2014 • Oltre i cerchiComments (0)

Sergio Davì torna in mare, per un’impresa al limite del possibile: la traversata Palermo-Rio de Janeiro in gommone. Lo skipper siciliano vuole, così, aggiungere una nuova traversata a quelle già effettuate in precedenza, con un intervallo di due anni l’una dall’altra: la prima (Palermo-Amsterdam, dai fiori di Sicilia ai fiori d’Olanda) compiuta nel 2010, e la seconda (Palermo-NordKapp), nel 2012. Per andare a Rio, Davì utilizzerà un gommone di nove metri circa; l’impresa, che è stata denominata Atlantic Rib Crossing partirà a ottobre (quindi a mondiali già archiviati) e toccherà Tunisia, Algeria, Marocco e Capo Verde; l’arrivo a Rio de Janeiro è previsto per dicembre, per un totale di circa 6000 miglia nautiche, 40 giorni di navigazione e 30 di riposo. La traversata non ha solo motivazioni sportive, ma anche la raccolta di materiale scientifico e lo scambio cluturale tra Europa, Africa e Brasile. La traversata, già presentata al Salone Nautico di Genova, sarà nuovamente protagonista al Big Blu (www.big-blu.it), il salone nautico di Roma che si apre domani, 12 febbraio. Prevista anche la presenza dell’ambasciata brasiliana.

A. Z.

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Lavori in ritardo: il Brasile salta il Motomondiale

29 gennaio 2014 • Maracanà, Oltre i cerchiComments (0)

Se i ritardi nella costruzione degli stadi mondiali preoccupa (e non poco) la Fifa, il Brasile perde un importante appuntamento sportivo proprio per colpa di un impianto. Il Motomondiale, infatti, “salterà” la sua tappa verdeoro, in programma a Brasilia il prossimo 28 settembre. Lo ha comunicato lo stesso governo del distretto federale. La ragione è semplice: i lavori all’Autódromo Internacional Nelson Piquet della capitale (da non confondersi con l’omonima pista dismessa di Jacarepaguá, presso Rio de Janeiro) non saranno completati in tempo. Beffa delle beffe, il contemporaneo ok al Gran Premio di Argentina, assente dal calendario dal 1999: la pista di Rio Hondo ha, infatti, si è infatti guadagnata il nulla osta da parte della Fim (l’ok è stato dato dall’ex campione del mondo Franco Uncini, in qualità di security officer della federazione internazionale). Per il Brasile è, però, un arrivederci: Il “Nelson Piquet”, assicurano gli organizzatori, sarà in piena efficienza per il 2015.

 

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Senna e Schumi: storie di piloti

24 gennaio 2014 • Oltre i cerchiComments (0)

Chissà cosa ha pensato Ayrton Senna da Silva, mentre tentava un’ultima, drammatica frenata al Tamburello. Chissà cosa gli è passato per la testa, in quei secondi. Chissà se aveva capito di essere arrivato alla sua ultima curva. O se, invece, credeva che quello fosse un incidente come tanti. In fondo non era l’unico a uscire al Tamburello a tutta velocità. Nel 1987, per esempio, era toccato a Nelson Piquet, in prova: era uscito illeso dall’abitacolo. Forse è stato proprio così: forse, mentre cercava di frenare, Ayrton il pilota ha semplicemente pensato “ecco, sono fuori gara, Schumacher ce la fa anche questa volta”.

Già, Ayrton il pilota e Schumi il pilota. Due generazioni di fuoriclasse del volante che venivano a contatto. Una rivalità quasi scontata, che stava gradualmente sostituendo il tradizionale antagonismo fra il brasiliano e Alain Prost.

Già, Senna e Prost. Dopo il ritiro del francese, quel lungo e sofferto dualismo che era sfociato anche in contrasti personali aveva lasciato il passo alla stima e alla rinnovata amicizia. “La vita è troppo breve per avere dei nemici”, diceva Senna. Dopo il ritiro di Prost, le chiacchierate telefoniche tra i due si erano intensificate. Non tanto per parlare dei bei vecchi tempi, quanto per affrontare un argomento prioritario: la sicurezza.

Roland Ratzenberger (FotoSgozzi, freeware citando l'autore)

Roland Ratzenberger (FotoSgozzi, freeware citando l’autore)

Poco prima di partire per il suo ultimo circuito, Senna aveva omaggiato il vecchio rivale: “ci manchi, Alain”, il suo messaggio al “professore”. L’ultimo. Avrebbero dovuto incontrarsi la settimana dopo quel drammatico Gran Premio di Imola: era appena morto Roland Ratzenberger in prova.

Senna era sconvolto da quella tragedia. Angelo Orsi, fotografo e amico del brasiliano, ricorda: “dopo l’incidente a Roland, Ayrton era andato sul posto dove la Simtec era uscita di pista, aveva parlato con la gente, aveva cercato di capire. E i commissari per questo lo avevano ammonito. Aveva paura, è vero”. Paura e angoscia. Angoscia per Roland, quel ragazzo che se ne era andato durante le prove di un gran premio. Ayrton aveva imbarcato nella monoposto una bandiera austriaca, pronto a sventolarla dopo il gran premio, in un abbraccio simbolico con lo sfortunato collega. Non ci arrivò, al traguardo. La sua corsa – e la sua vita – furono spezzate al Tamburello. La bandiera fu trovata intrisa nel sangue, tra le lamiere. Prost avrebbe dovuto incontrare Ayrton dopo pochi giorni. Gli rese, invece, l’ultimo omaggio portando a spalla la sua bara, al cimitero di Morumbi, insieme ad altri vecchi amici e compagni di motori del brasiliano. I resti di Senna furono deposti nella tomba numero 11. Margherite, la bandiera del Brasile, un passo della Lettera ai Romani: “Nada pode me separar do amor do Deus“. “Nulla mi può separare dall’amore di Dio”. Nulla, Ayrton, nulla.

 

Una storia di assi del volante, la rivalità Prost-Senna, finita tra le lacrime sulla direttrice Imola e San Paolo. Una rivalità forte, a tratti cruda, insopportabile. Ma lo aveva scritto anche Enzo Ferrari: “Piloti, che gente!” – ne aveva fatto addirittura il titolo di un suo libro. E il Drake era uno che di campioni del volante ne capiva, e anche parecchio.

La copertina di "Piloti, che gente", di Enzo Ferrari

La copertina di “Piloti, che gente”, di Enzo Ferrari

Gli assi delle quattro ruote, a volte, sono un po’ come i pugili: si provocano, se ne dicono di tutti i colori, ma alla fine interpretano un ruolo. Avevano anche sfiorato la rissa, Ayrton e Schumi, spintonandosi a Hockenheim nel 1992. E non era stata l’unica lite tra il vecchio campione e la stella emergente. Ma questo vuol dire ben poco: la tensione dei 300 all’ora carica a mille. Persino un uomo tranquillo come Piquet aveva preso a pugni Salazar, che lo aveva buttato fuori pista. Sempre a Hockenheim, ma nel lontano 1982. Tensione ad alta velocità, e un ruolo da interpretare: ecco come nascono le rivalità sui circuiti. Quella tra Senna e Prost. E quella tra Senna e Schumi.

Dopo la morte di Ayrton, il giovane campione tedesco era stato visto piangere.

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