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Olympic Graphics


Olimpic Graphics: il nuovo millennio

30 aprile 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

Fig. 105Fig. 107Fig. 106

 

2002 Salt Lake City – Giochi invernali

di Paolo Cagnotto. Per i primi giochi olimpici invernali del nuovo millennio fu la cittadina di Salt Lake City ad aggiudicarsi l’organizzazione dell’evento. Fu scelta l’agenzia Landor / Publicis per impostare la comunicazione. Accanto ad un bel logo: una stilizzazione fra un fiocco di neve, un esplosione di ghiaccio e una scintilla sprizza dinamismo e l’azzeccato connubio di colori caldi e freddi mette in evidenza una seconda stilizzazione della torcia olimpica. L’impatto è convincente e gradevole. Meno convincente il poster. L’immagine sembra un po’ la celebrazione della conquista del K2… più che un’olimpiade. Il soggetto principale è una bandiera bianca, da ospedale militare su fondo cielo intenso e cima di montagna innevata. Ricorda un po’ troppo alcun manifesti degli anni 30. “Polvere”, “carbone” e “Copper”, furono invece le mascotte proposte per quell’edizione. Personaggi simpatici di effetto, però usati in triade con dimensioni diverse e diverse suggestioni. La motivazione della scelta fu che le mascotte dovessero riflettere il motto olimpico “Citius, Altius Fortius“: Faster alto, più forte. Quindi vennero realizzati tre animali, una lepre con sciarpa da neve, un coyote e un orso nero. Ed ecco la disanima poetica alla base delle scelte degli autori. Snowshoe Hare “Polvere” (Swifter): «Un tempo, il sole bruciava la terra. La lepre corse rapidamente sulla cima della montagna. Riprese la sua freccia verso il sole, e cadde più in basso nel cielo e raffreddato la terra. Coyote “Copper” (superiore): Quando il mondo si oscurò e si congelò, il coyote, dopo aver scalato la montagna più alta rubò la fiamma dal popolo del fuoco. Portò il calore di nuovo alla terra. Orso nero americano “Coal” (Stronger): i cacciatori più coraggiosi lasciarono i loro villaggi per seguire l’orso potente, ma l’orso sopravvisse ai cacciatori. Negli anni a seguire figli dei cacciatori continuarono la caccia nel cielo notturno.

 

Fig. 108Fig. 109Fig. 110

 

2004 Atene

Come successe anche ad Atlanta, anche ad Atene parteciparono tutte le nazioni con un Comitato olimpico e, anche se non per il centenario, i Giochi tornarono ad Atene dopo la prima edizione del 1896. Per le cerimonie di apertura e chiusura vennero ingaggiati Apollo e Dioniso. A loro vennero infatti dedicate le coreografie. Per l’Italia rimarranno fra le Olimpiadi più belle, oltre che per i vari ori di Juri Chechi e degli altri atleti, per la vittoria finale di Stefano Baldini nella Maratona. Per piazzare un atleta azzurro sull’ultimo podio e sentire suonare l’inno nazionale proprio prima dell’inizio della cerimonia di chiusura. La maratona è sempre una gara speciale alle Olimpiadi, ad Atene aveva un significato particolare, si correva proprio sul percorso di Filippide, il leggendario soldato morto dopo aver corso da Maratona ad Atene per portare la notizia della vittoria dei greci sui persiani. Il tracciato della maratona ateniese partiva infatti da Maratona per arrivare allo stadio dei Giochi Olimpici del 1896, il Panathinaikon rimesso a nuovo per l’occasione. Singolare che l’allenatore di Baldini era lo stesso che aveva portato alla vittoria nella maratona di qualche anno prima Gelindo Bordin.

La grafica efficace è frutto della capacità creativa di Wolff Olin, inglese (che studierà anche il logo per Londra 2012), che in collaborazione con l’agenzia Red Design Consultans riuscì nell’intento di creare uno dei logo più apprezzati delle’intera storia dei Giochi, proprio per la sua semplicità. “Abbracciare il mondo” era il messaggio che si voleva dare, quindi non solo l’inpronta del paese ospitante, ma qualcosa di più grande, universale. E infatti la leggerezza dell’ulivo, che richiama i primi giochi e sottolinea l’origine dei Giochi, La scelta dei colori, ecologici e puliti, che richiamano il mare, ma anche l’acqua, l’aria. Il perimetro in cui il quadrato bianco con i bordi irregolari, che sembra una bandiera svolazzante su un pennone contribuiscono davvero a dare l’idea di abbracciare il mondo. Il manifesto non è che l’enfatizzazione del logo. Discorso a parte invece per la serie di manifesti commissionati ad una serie di artisti greci che hanno reinterpretato i pittogrammi moderni con figure che si rifanno alle antiche decorazioni dei vasi greci Quasi duecento fra aziende e singoli designer da tutto il mondo parteciparono al bando di gara per la mascotte dei Giochi. Oltre un centinaio le proposte selezionate. Ad aggiudicarsi la realizzazione di Spyros Gogos per lo studio greco Paragrafo Design Ltd. Atena e Phevos sin dalla prima presentazione al pubblico nel 2002 registrarono un grande impatto positivo nell’opinone pubblica. Atena e Phevos erano una sorella e un fratello, relativi alla Grecia antica. La fonte della loro ispirazione non era altro che una antica bambola greca del 7 ° secolo a. C. La campana a forma di bambola di terracotta con arti mobili ed indossa una tunica. Queste bambole erano conosciuti come “daidala”. I loro nomi sono stati ispirati dagli dei dell’Olimpo: Atena, dea della saggezza e patrona della città di Atena e Phevos, il dio dell’Olimpo della luce e della musica, conosciuto come Apollo. I due bambini simboleggiavano l’ideale olimpico, la concorrenza nobile e l’ uguaglianza, attraverso la creatività e lo sport. Le due “campane animate” riscossero un notevole successo di mercato, un numero impressionante di licenziatari e oggetti di vario tipo fecero il giro del mondo. Un successo dovuto soprattutto al sorriso stampato sul volto dei due personaggi che vennero disegnati e proposti in più di cento pose diverse.

 

Fig. 111Fig. 112Fig. 113

 

2006 Torino – Giochi invernali

Nel 2000 lo studio Husmann-Benincasa brand design vinse il concorso per l’immagine delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 sbaragliando oltre 1400 concorrenti. Per la seconda edizione italiana dei giochi olimpici invernali esattamente cinquant’anni dopo Cortina, venne scelta la città di Torino per un progetto ambizioso. Torino non è una città alpina, ma il suo circondario sì e quindi Torino capofila di un network di località. Il risultato fu positivo e anche dal punto di vista sportivo l’Italia vinse il maggior numero di medaglie della propria storia, culminata con l’oro olimpico nella finale di fondo dei 50 km con Giorgio Di Centa. La silhouette della Mole Antonelliana è il punto di forza del marchio e del manifesto. Il ogo positivo e dinamico, moderno e invernale allo stesso tempo, dinamico, racchiude tutti i significati e le esigenze che il bando del comitato olimpico richiedeva. Tutti entusiasti i componenti della giuria che hanno identificato il brand ideale proposto da una coppia di creativi conosciutisi all’Università di tedesca di Schwaebisch Gmuend l’italiano Antonio Benincasa e la californiana Nicole Husmann. Tutti i docenti degli autori del manifesto di Torino provenivano dalla famosa scuola di Ulm (il già citato movimento di artistico Bauhaus che ha influenzato tutto il novecento).

Fra i docente oltre ad un autore di fama come Olt Aicher, anche altri professori di grafia e di immagine si erano occupati del brand di Monaco 1972. Interessante anche la grafica che ha accompagnato tutte le visualizzazioni dell’immagine dei giochi. Nel manifesto l’ombra della mole è molto evidente con i colori iridati che segnano discese di in un gioco di proiezioni e e dinamismi. Per la prima volta, nel manifesto compare il “motto” dell’edizione dei giochi “Passion lives here” e a disegnarlo fu chiamata la calligrafa Francesca Biasetton. Neve e Gliz erano le mascotte ufficiali dei Giochi Olimpici invernali di Torino 2006, create dal designer portoghese Pedro Albuquerque. Neve rappresenta una pallina di neve, mentre Gliz è un cubetto di ghiaccio. Le due mascotte vennero scelte dalla giuria del Toroc nel settembre del 2003 tra le 5 candidature finaliste selezionate nella prima fase del concorso internazionale, svoltasi nel maggio del 2003. Non incontrarono il massimo della popolarità nonostante nella pagina ufficiale di Torino 2006 vennero indicate come: “(…) la coppia più originale della storia delle olimpiadi. Lei, morbida simpatica ed elegante pallina di neve. Lui, cubetto di ghiaccio vivace e giocherellone. Neve e Gliz evocano nelle loro forme e nei loro nomi i due elementi indispensabili per lo svolgimento delle discipline invernali: la neve e il ghiaccio. Insieme sintetizzano il meglio dei valori italiani e olimpici: amicizia ed entusiasmo, lealtà e divertimento, design e capacità di innovare. Le mascotte danno vita al sogno e alla sfida di un evento planetario ricco di valori universalmente riconosciuti”.

 

Fig. 114Fig. 115

 

2008 Pechino

La cerimonia di apertura della XXIX Olimpiade si tenne presso lo Stadio Nazionale di Pechino. Si svolse l’otto agosto 2008 a partire dalle ore venti e zero otto del fuso orario cinese (scelta derivante dalla superstizione di molti cinesi secondo i quali il numero otto è un numero fortunato). La cerimonia fu co-diretta dal regista cinese Zhang Yimou e dal coreografo cinese Zhang Jingang. Per la cerimonia, che ancor oggi è considerata “la miglior cerimonia di apertura delle Olimpiadi mai prodotta”, vennero impiegate oltre 15.000 persone. Inizialmente 2008 cinesi fecero il conto alla rovescia battendo dei luminosi tamburi “Fou” secondo l’antica tradizione cinese. Per la grafica del logo ufficiale delle Olimpiadi di Pechino, è indispensabile entrare nella logica degli ideogrammi. Letteralmente era Pechino Danzante, con l’ideogramma stilizzato del carattere jing che significa “capitale” in cinese nella forma di un uomo danzante. Infatti un’omino stilizzato bianco su fondo rosso, in un riquadro arrotondato che sempre più una sintesi di un ritrovamento rupestre (se visto con gli occhi di un grafico occidentale). Il colore rosso era evidentemente un richiamo alla bandiera cinese. La scritta Beijing (Pechino) e la data 2008 sono un mix fra la grafia occidentale e le pennellate che sapientemente sanno dare i cinesi per disegnare i loro ideogrammi.

Lo slogan aggiuntivo o il motto dei Giochi cinesi era “One World, One Dream”, “Un mondo, un sogno”. Un discorso approfondito lo meritano le cinque mascotte dell’evento. Intanto erano addirittura cinque, il gruppo più numeroso di tutte le edizioni dei Giochi (al secondo posto le quattro civette di Nagano). Avevano anche una precisa identificazione: Fuwa, mutuate dalle bambole della fortuna cinesi (opera di Han Meilin), ognuna caratterizzata da uno dei cinque colori dei cerchi olimpici ed è associata a un elemento e a un animale della cultura cinese. Le prime sillabe dei loro nomi lette di seguito formavano la frase Běijīng huānyíng nǐ che in cinese mandarino significa “Pechino vi dà il benvenuto”.

Fig. 116Le Fuwa vennero scelte per il fatto che “cinque” è il numero dei cinque elementi (nella dottrina cinese dei cinque elementi), il legno, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra. Potevano corrispondere così ai cinque cerchi olimpici, ognuna con un colore corrispondente. Venne indetto un concorso dove a contendere il ruolo di mascotte alle cinque bamboline furono gli animali classici: la tigre, il drago, il panda, il Re Scimmiotto (personaggio popolare in Cina), così come il tamburino e il bimbo Afu. Ognuna di esse ha una propria personalità e una rappresentatività per blocchidi discipline in una coralità di intenti dallo stampo tutto cinese. Bèibei rappresenta l’anello Olimpico di colore blu e l’elemento del mare. Nell’attuale elemento del Fengshui, Bèibei rappresenta l’acqua. Si comporta come un leader, ma in realtà la sua personalità è molto gentile. Bèibei rappresenta la prosperità ed è la mascotte ufficiale per gli sport acquatici. Inoltre Bèibei è una pittura che rappresenta il pesce e il loto, usata per il tradizionale nuovo anno Cinese. Nella cultura tradizionale cinese, il pesce rappresenta la prosperità; l’ideogramma per la parola pesce si pronuncia come quello per la parola abbondanza. Esiste una allegoria tradizionale per indicare l’inseguimento e l’avveramento dei propri sogni chiamata. Il disegno del copricapo di Beibei, viene da artefatti ritrovati a Banpo, sito archeologico di un villaggio neolitico della cultura Yangshao. Jīngjing rappresenta l’anello Olimpico di colore nero e l’elemento della foresta. Per l’attuale elemento del Fengshui, Jīngjing rappresenta il legno. Jīngjing sarebbe un Panda gigante, specie in via d’estinzione in Cina e la sua personalità è onesta ed ottimista e, inoltre, augura felicità. È la mascotte ufficiale per gli sport tipo il Judo e il Sollevamento pesi. Il panda è sia un simbolo nazionale cinese, che espressione del movimento ambientalista mondiale. Huānhuan è un disegno del fuoco delle grotte Mogao e perciò come elemento rappresenta il fuoco. Anche per l’attuale elemento del Fengshui, Huānhuan rappresenta il fuoco. Huānhuan è stato ideato per rappresentare anche la Torcia olimpica. La sua personalità è estroversa ed entusiasta e augura passione. Huānhuan è la mascotte ufficiale per gli sport in cui si usa la palla. Huānhuan rappresenta la passione per lo sport, lo spirito olimpico del più veloce, più in alto, più forte, e la passione delle Olimpiadi di Pechino. Il copricapo della mascotte deriva dal disegno di un fuoco nelle Grotte Mogao, le più famose grotte buddiste cinesi. Yíngying è un’antilope tibetana, sempre in via d’estinzione, ed è anche il costume etnico Tibetano e Xinjiang e rappresenta l’anello giallo dei cinque anelli Olimpici. Come elemento, anche del Fengshui, Yíngying rappresenta il cuore ed è anche la mascotte ufficiale dell’atletica leggera. La personalità di Yíngying è vivace e indipendente ed augura la salute a tutti gli atleti. L’antilope cinese è, come il panda, una specie in via d’estinzione; nativa dell’altopiano del Tibet è conosciuta per la sua velocità. Il copricapo di Yingying racchiude il disegno tipico dei costumi tibetani. La selezione di un animale tibetano come simbolo di un’olimpiade cinese è stata oggetto di discussioni e controversie, essendo il Tibet attualmente occupato militarmente dal governo di Pechino. Nīni, oltre ad essere una rondine, rappresenta anche gli aquiloni di shayan di Pechino. L’anello Olimpico che rappresenta è quello verde, ma come elemento, Nini rappresenta il cielo. Nel Fengshui, Nīni è il metallo. Augura sempre la buona fortuna, non solo agli atleti, ma a tutto il popolo mondiale. Inoltre Nīni è la mascotte per la ginnastica. La rondine nella cultura cinese è messaggera di primavera e di felicità. L’ideogramma cinese per rondine è utilizzato anche nell’antico nome di Pechino, Yanjing. Il copricapo di Nini è un riferimento ai coloratissimi aquiloni cinesi.

 

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2010 Vancouver – Giochi invernali

Il design riprende il tema della foglia d’acero canadese ma invece del tradizionale rosso l’immagine presenta un richiamo a quello che sarebbe stato il Look of the Games, i simboli naturali e urbani nelle tinte dell’inverno e delle montagne della Columbia Britannica. L’idea vincente fu quella, di utilizzare per la prima volta due poster, uno per le Olimpiadi e uno per le Paralimpiadi che si uniscono in una sola immagine a simboleggiare l’universalità del messaggio olimpico. Nell’aprile del 2005 venne presentato il logo ufficiale della XXI Olimpiade Invernale, che fu chiamato Ilaanaq, termine della lingua inuktitut parlata dagli Inuit che significa “amico”, e rappresenta un inukshuk, una figura formata da sassi impilati usata per segnalare una direzione o come pietra miliare dalle popolazioni del Canada artico (analogo all’ometto utilizzato dagli escursionisti e dagli alpinisti). L’inukshuk olimpico è formato da cinque parti, tante quanti sono i cinque cerchi olimpici, di cui riprende anche i colori: la testa è verde, la linea delle braccia è nera, il tronco è blu, la gamba sinistra è rossa mentre la destra è gialla. Le mascotte vennero invece presentate alla stampa il nel novembre 2007. Rappresentano, in stile anime, i personaggi tradizionali delle Prime Nazioni, ovvero i popoli indigeni dell’odierno Canada. Le mascotte sono: Miga – Un orso marino mitologico, metà orca e metà orso Kermode. Quatchi – Un bigfoot o “sasquatch” dal quale prende il nome, una leggendaria creatura scimmiesca che dovrebbe vivere nelle foreste canadesi. Sumi – Un animale guardiano dello spirito con ali dell’Uccello di Tuono (Thunderbird) e le gambe di un orso bruno che indossa un cappello di un’orca. Vive nelle montagne del British Columbia. In più vi è una mascotte non ufficiale, Mukmuk, una marmotta di Vancouver, descritta come piccola e amichevole. Ha esordito come peluche. Miga e Quatchi sono le mascotte dei Giochi Olimpici mentre Sumi lo è di quelli Paralimpici. Le mascotte sono state disegnate da uno studio di Vancouver, Meomi Design.

 

Fig. 120Fig. 121Fig. 122

 

 

2012 Londra

Durante la cerimonia di chiusura dei Giochi di Pechino, venne “svelata” la città dell’edizione 2012, con la presenza sul terreno dello stadio costruito come un nido d’uccello del famoso Bus rosso a due piani che nella sua unicità rappresenta Londra. In sede di scelta la capitale inglese prevalse di poco su Parigi, lasciando a bocca asciutta anche Madrid, New Yprk e Mosca che si erano candidate. Si poteva pensare che i simboli classici della città, dal bus, al Big Ben, dalla Guardia reale all’omino in bombetta e ombrello, alla cabina rossa del telefono pubblico potessero essere presi come spunto per la nuova mascotte. magari di nuovo il leone, come per i mondiali di calcio del 1966 (prima mascotte per tale tipo di evento), invece no. Le mascotte che viaggiano in coppia, per la prima volta in un discorso univoco fra Olimpiadi e Paralimpiadi (i Giochi per i disabili) sono due gocce di acciaio, le ultime due gocce rimaste in fonderia dell’acciaio utilizzato per costruire la trave portante del nuovo stadio olimpico. Si chiamano Wenlock e Mendeville. Il nome di Wenlock è ispirato dal villaggio di Much Wenlock, nello Shropshire, dove si tenevano i “Giochi di Wenlock”, una delle fonti di ispirazione che hanno spinto il barone Pierre de Coubertin a creare i moderni Giochi Olimpici. Il nome di Mandeville è ispirato da Stoke Mandeville, nel Buckinghamshire, dove nacquero i Giochi di Stoke Mandeville, precursori delle paralimpiadi, dovute al dottor Ludwig Guttman che fondò nell’ospedale di Stoke Mandeville una nuova unità di cure per i pazienti affetti da lesioni al midollo spinale. Fu lui, fra i vari trattamenti a proporre come aiuto lo svolgimento di attività sportive. Ad ispirare le due mascotte, che hanno un occhio solo e sono concepite in modo moderno, sono state ispirate dal racconto “Una storia d’amore” scritta dall’autore per ragazzi Michael Morpurgo.

Già un anno prima dell’inizio delle Olimpiadi, sul sito ufficiale, esiste la versione in cartoon della nascita delle due mascotte. Che sono pensate per un merchandising estremo e ancor prima dell’inizio dei Giochi stanno ottenendo un discreto successo per il loro accattivante modo di porsi che richiama i fantasiosi personaggi delle infinite raccolte di figurine di mostri, mostricciatoli con poteri in stile Pokemon e discendenti. Ma anche i Teletubbies o Tinky Winky. Tutto questo in contraddizione con le speranze dei bookmaker inglesi che scommettevano addirittura sulla sostituzione in corsa delle mascotte a cuasa dell’insuccesso di immagine dei personaggi. Anche il logotipo di Londra 2012 non ha attraversato periodi di successo di pubblico, ma critiche notevoli. D’altronde il limite e il fascino di progettare un logo con sette/otto anni di anticipo ipotizzando tendenze e mode che sono influenzabili da diversi fattori non è semplice. Quindi ogni ipotesi appare sempre troppo azzardata e molte volte non in linea con la grafica dell’anno effettivo. In genere se il lavoro di studio è fatto bene, da persone capaci e lungimiranti e senza troppi limiti imposti dai vari comitati dei paesi organizzatori, il logo regge e addirittura fa tendenza esso stesso. Ci fu subito una raccolta di firme per cancellare il nuovo logo, costato (è una delle critiche negative costanti) quasi 600.000 euro, il logo di Londra 2012 è una stilizzazione dei numeri che compongono la cifra dell’anno. Un quadrato grafico, molto colori acidi e vivaci che pesca nella ormai tradizionale grafica dei murales e si spinge in una interpretazione originale di un lettering facile, che non esiste e che darà vita sicuramente ad un alfabeto… il 2 e lo zero si sorreggono l’un l’altro a riempire i vuoti e a loro volta sono poggiati sull’1 e sul 2 sottostanti. Curioso che i 2 non siano uguali fra loro, ma dinamicamente prendono forma a seconda di dove si trovano, svetta il 2 in alto, si schiaccia sotto il peso dello zero, il 2 della parte bassa. In più è duttile per diverse esigenze di utilizzo grafico cartaceo o digitale televisivo. Sia per la realizzazione in supporti espositivi di materiali diversi. L’autore è lo stesso del logo di Atene 2004 Wolff Olin.

 

Fig. 123Fig. 124Fig. 125

 

 

2014 Sochi – Giochi invernali

I Giochi Invernali di Sochi 2014, che si sono svolti dal 7 al 23 febbraio, hanno rappresentato la ventiduesima edizione di questa manifestazione. La città russa – posta nella zona Sud, sul Mar Nero – ha raccolto il testimone da Vancouver 2010. E’ stata la prima volta che la Russia ha ospitato le Olimpiadi Invernali. Lo ha fatto in grande stile, coniugando le peculiarità di una città di mare, capitale dell’estate, con quelle delle vicine località di montagna. E’ stato il leopardo delle nevi la mascotte delle Olimpiadi invernali di Sochi 2014. Al termine di una serata, in diretta tv, il pubblico russo ha scelto il pupazzo che ha sbaragliato la concorrenza di altri novi finalisti. Il prescelto era anche il preferito dal premier russo Vladimir Putin. Il leopardo delle nevi ha conquistato la maggioranza dei voti (28%) battendo l’orso polare (18%) e la lepre (16%). Il pubblico ha votato con un meccanismo molto simile al “televoto” italiano, tramite sms o telefonata, nel corso di una trasmissione in diretta tv sul primo canale. Le dieci mascotte finaliste erano state selezionate tra oltre 24mila idee presentate durante un concorso nazionale, aperto a tutti i cittadini russi. In lizza, assieme a leopardo, orso e lepre, c’erano: il delfino sciatore (12%), il pettirosso (10%), il sole (8%), il ragazzo sole con la snegurocka (la nipotina del Babbo natale russo). Le atlete matrioska si sono fermate, invece, al 5%.

“Il leopardo è forte, potente, veloce e bello. I leopardi sono stati sterminati qui, nel Caucaso, e ora stanno ripopolandosi, “Se il progetto olimpico coinvolgesse almeno in parte la rinascita di un elemento della natura che era stato eliminato a causa delle attività umane, ciò sarebbe simbolico”. Aveva affermato a Sochi il premier Putin abbracciando la causa ecologista. Ma alla fine anche l’Orso e la Lepre hanno affiancato il Leopardo, ognuno accaparrandosi una fetta di discipline sportive. Questi gli scenari e che la fantasia degli autori hanno immaginato per le tre mascotte: “Al di là del circolo polare artico su una mensola di ghiaccio vive un orso polare. Nella sua casa, tutto è fatto di ghiaccio e neve: la doccia di neve, il suo letto, il suo computer e persino la sua per il sollevamento pesi. L’orso polare è stato portato in Russia da esploratori artici a partire da un’età molto precoce. Furono loro che gli insegnarono lo sci, il pattinaggio di velocità e curling. Ma soprattutto l’orso polare è si diverte sulle slitte sportive. diventato un vero e proprio pro bob, mentre i suoi compagni di orsi, insieme con i sigilli e le guarnizioni di pelliccia, piace guardare i suoi successi sportivi. In questi giorni spesso organizza competizioni di bob insieme e durante le lunghe notti artiche, non c’è mai un momento di noia! La lepre è la più attiva creatura nel bosco invernale. I suoi amici sono sempre stupiti: proprio non capiscono come faccia a trovare il tempo per fare così tante cose! La piccola lepre non solo sta frequentando gli studi presso l’Accademia Forest (dove ottiene ottimi voti) e aiuta sua mamma nel ristorante di famiglia, “The Dam Forest”, ma partecipa anche a tutti i tipi di eventi sportivi. La piccola lepre ama semplicemente lo sport con tutto il cuore. E ama anche cantare e ballare. Il Gattopardo è un soccorritore e alpinista che vive tra i rami più alti di un albero enorme, sulla cima più alta delle montagne innevate del Caucaso. E’ sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno, e in moltedi occasioni ha salvato villaggi vicini dalle valanghe. Il Gattopardo è uno snowboarder esperto e ha insegnato tale disciplina a tutti i suoi amici. E ‘un personaggio allegro che gode della compagnia degli altri e ama andare a ballare”.

 I giochi del prossimo futuro.

 

Fig. 126Fig. 127Fig. 128b

 

Fig. 128a2016 Rio de Janeiro

Dopo che Rio de Janeiro fu scelta come sede per i giochi Olimpici del 2016, il comitato olimpico brasiliano diede mandato all’agenzia grafica “Tàtil” di disegnare un logo che rappresentasse sia il Brasile che lo spirito olimpico. Il logo ritrae un anello di multi-figure colorate che si tengono per mano, che è un’evocazione del famoso quadro di Matisse “La Danza”. Ma il grande pubblico lo criticò parecchio. Alcuni erano del parere che il design sia “deprezzato” a causa del modo in cui i colori sfumano l’un l’altro. Inoltre molti attenti osservatori hanno notato che questo logo somigli un pò troppo a quello della “Telluride Foundation”.

In teoria, il design di questo logo dovrebbe visualizzare la parola “Rio”, ma non è molto visibile. Ecco quanto dichiarato dal presidente del Comitato organizzatore in fase di presentazione alla stampa del logo: “Abbiamo scelto un’idea semplice ma potente: ciò che rende unica la nostra città e rende le Olimpiadi un evento davvero prezioso sono, al tempo stesso, il popolo, la natura, i sentimenti e le aspirazioni. Così abbiamo creato un marchio che rappresenta essenzialmente questa dimensione umana, dando così il benvenuto a tutto il mondo con un abbraccio, accogliendo le persone di ogni religione, razza ed età. Condividiamo in amicizia, il nostro cielo, il nostro mare, il nostro popolo felice. Il calore del marchio è quello di Rio ed è stato forgiato dalla natura esuberante di una città che ci ispira a vivere con passione e leggerezza, ci spinge alla socializzazione e alla condivisione”.

Il marchio e il brand sono stati realizzati dallo studio Tatil che ha chiaramente puntato sull’unione tra diverse culture e lo sport, rappresentando tre uomini che si tengono per mano. Il marchio è stato scelto dopo una selezione di 139 progetti da una commissione composta da 15 membri. Richiama il dipinto di Patisse “la Dance” ed è chiaramente un riferimento agli uomini che danzano in cerchio tenendosi per mano. La scimmia murichi è una specie in via d’estinzione della foresta pluviale amazzonica nota per il suo spirito di cooperazione e per la sua agilità: per questo alcuni ambientalisti la vorrebbero come mascotte delle Olimpiadi 2016. Pubblichiamo anche una proposta della scuola di grafia Creatole con due pappagallini. Regna ancora l’invertezza sulla mascotte e sul manifesto ufficiale a due anni dall’inizio dei giochi. Lo studio Dalton Maag è invece l’artefice del carattere messo a punto per Rio 2016. Un carattere sinuoso, moderno, che prende forma ispirandosi alla morfologia di alcune rocce del Messico.

 

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2018 PyeongChang – Giochi invernali

I giochi invernali del 2018 sono stati assegnati alla Corea del Sud, esattamente a Pyeongchang dal 9 al 25 febbraio 2018. Ideogrammi a volontà con colori olimpici e ispirazione invernale per il logo di presentazione alla candidatura. Buio assoluto sul progetto per il Poster ufficiale e le mascotte che scenderanno in campo.

 

 

 

 

 

 

Fig. 1322020 Tokyo

Di nuovo Tokyo si è aggiudicata le olimpiadi del 2020. Il logo di città candidata è ancor il manifesto ufficiale dove una girandola di petali di fiore, in etrema sintesi formano un solo cerchio olimpico, ma colorato con i diversi colori olimpici. Circolano già mascotte legate alle varie discipline, fin’ora il testionial di Tokyo in fase di selezione delle città olimpiche è il gatto azzurro Doraemon, realizzato da Takashi Muratami, che incarna i valori olimpici ed incoraggia i giovani ad attuare i propri sogni attraverso lo sport. Il logo di Tokyo 2020 è composto da fiori di ciliegio , il più famoso fiore del Giappone e incoraggia la città di Tokyo nei suoi sforzi per ospitare i Giochi Paralimpici nel 2020. Questo logo rappresenta un mondo unito, sostenendo le aspirazioni il sogno di portare i Giochi 2020 a Tokyo e ospitare un grande evento dedicato allo sport, la cultura e la pace nel mondo. Il logo è stato progettato per simboleggiare i concetti di amicizia e di pace e il motivo floreale illustra un senso di profonda gratitudine, che si riferisce all’abitudine del Giappone di inviare ciliegie in tutto il mondo per questo scopo. Oltre ai colori olimpici rosso, blu, giallo e verde logo introdotto una tonalità di viola tradizionale datazione al periodo Edo (1603-1867) ed è ampiamente utilizzato nelle feste giapponesi e altri eventi culturali. Ogni petalo e la corona disegnano insieme rappresentano i legami e le interdipendenze del nostro mondo. Perché questo anello non ha inizio né fine, il logo evoca l’ idea di eternità, felicità e un ciclo ininterrotto continuo. Il design incarna anche l’ardore del desiderio. Trasmette anche la profonda convinzione che i Giochi saranno un catalizzatore per rivitalizzare e ricostruire il paese. Il logo è stato disegnato da Ai Shimamine, uno studente giapponese vincitore di un concorso per la progettazione del logo dell’applicazione.

© Paolo Cagnotto 2014

Fonti: rapporti ufficiali vari comitati olimpici, reportage originali, ritagli di giornali d’epoca, archivi storici e rete web. I logos ufficiali e i marchi riprodotti sono di proprietà del Cio Comitato Internazionale Olimpico, così come i manifesti ufficiali delle singole manifestazioni.

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Dagli anni ottanta alla fine del secolo

30 marzo 2014 • Olympic GraphicsComments (1)

Fig. 75Fig. 761984 Sarajevo – Giochi invernali

di Paolo Cagnotto. Nel 1984 Sarajevo era ancora in Jugoslavia. Cedomir Kostovic, l’autore del logo e del manifesto, nativo di Sarajevo, è uno dei più importanti graphic designer mondiali. Ha ricevuto oltre cento riconoscimenti in diversi paesi europei. Ha insegnato in Bosnia e dal 1991 è professore all’Università del Missouri. Dinamico, ricercato e moderno lo schema della stilizzazione del fiocco di neve. Quasi un moderno ideogramma ispirato a forme orientali. Apparentemente aggressiva invece la scelta della colorazione con un arancio a contrastare la macchia di neve nel manifesto. Uno dei pochi casi in cui l’autore non si è limitato a tradurre a colori il design del logo sul manifesto o a inserirlo in un angolo come un piccolo marchio, ma inserendolo come parte del messaggio visivo. “Non abbiate paura! Io non sono un lupo cattivo. Sono Vucko, mascotte dei Giochi invernali di Sarajevo 1984. Ho viaggiato in tutto il mondo per diffondere il messaggio olimpico per i bambini in tutto il mondo. Ho anche scalato montagne e guidato cammelli nel deserto per diffondere questo messaggio”. Questo è il testo di uno dei messaggi che andava predicando il piccolo lupetto nella promozione dei Giochi invernali si Sarajevo disegnata dall’illustratore sloveno Joze Trobec. Vucko uscì vincitore da una selezione di sei finalisti composta da uno scoiattolo, un agnello, una capra di montagna, un porcospino e una palla di neve. Nella versione ad una dimensione il lupetto acquista forza e dinamismo e ben si presta alle varie personalizzazioni che lo vedono impegnato in tutte le discipline olimpiche. La Jugoslavia vantava una lunga tradizione di grafici, fumettisti e cartoonist fin daglli anni Trenta del secolo scorso. Terra di confine fra paesi occidentali e orientali non disponeva però di una corrente o una scuola particolare, avendo attinto fra gli stili dei diversi paesi. Dopo il periodo di dittatura e soprattutto della guerra civile ci fu una rinascita di autori, legati proprio alla storia più recente. Considerando i danni provocati dal conflitto, quando qualche anno fa i vertici del Comune di Sarajevo ha voluto rilanciare la città, hanno fatto riprodurre su grandi murales proprio Vucko, che da mascotte delle Olimpiadi è diventato così il simbolo della ricostruzione e della vita normale nel paese.

 

1984 Los Angeles Fig. 77Fig. 79

Ci sono due modi diversi per introdurre le Olimpiadi di Los Angeles in California: da una parte si potrebbe parlare di “riscatto” morale da parte della città nei confronti dei Giochi dopo il deludente approccio del 1936, dall’altra la “ripicca” dell’Unione Sovietica che non aveva gradito il boicottaggio statunitense di quattro anni prima. In compenso in quell’anno entrò ufficialmente la Cina e si registrò il maggior incasso commerciale di tutta la storia dei Giochi. Alla fine le Olimpiadi si chiusero con un utile di centocinquanta milioni di dollari. Ogni possibilità di sponsorizzazione, persino i tratti di staffetta del tedoforo, venne sfruttata. Nonostante il ritiro dei paesi del blocco comunista, non si parlò di Olimpiadi mutilate, perché il numerò delle nazioni partecipanti fu comunque alto quanto le edizioni successive. Dal punto di vista dell’impatto visivo, la capitale mondiale dell’entartainement non poteva permettersi di essere seconda a nessuno e quindi il poster venne affidato a Robert Miles Runyan un designer che “vestì” letteralmente la zona dei giochi con tanto colore, con vivacità, con parallelepipedi personalizzati… quasi una gigantesca fiera. Il suo logo, dinamico, americano, è ricordato come “Stars in Motion” “Stelle in movimento”. Come tutto il suo lavoro, Runyan fu molto innovativo. E’ stato uno dei graphic designer più “titolati” per numero di mostre allestite e riconoscimenti ricevuti. Sempre pronto a scommettere sulle nuove tendenze e molto estroverso ha lasciato un segno molto deciso nell’immagine dei Giochi olimpici. Il movimento della stella, simbolo della Bandiera americana è palpabile e l’integrazione nell’immagine del manifesto è il giusto completamento di un discorso di immagini sovrapposte. Un critico lo definì, insieme a Norman Rockwell e Andrew Wyeth come uno dei migliori talenti del design. Uno dei loghi da lui ideati è quello del Caesars Palace di Las Vegas. Diverso il discorso per la mascotte. Fu scomodata addirittura la Disney e un “mostro sacro” del cartoon quale Robert Moore, assistente animatore, fra le altre cose dei film Dumbo e Fantasia e sceneggiatore per altri film fra i quali I tre Caballeros. L’impronta disneyana è più che evidente nella mascotte “Sam the eagle”, l’aquilotto vestito da zio Sam che porterà la torcia e sarà sempre presente in tutte le premiazioni e le promozioni dei Giochi. Grafica ineccepibile, ma per niente innovativa rispetto a tutto il messaggio di Miles che invece, oltre alla grafica e l’immagine coordinata complessiva inciderà anche sull’urbanistica della cittadella olimpica.

Fig. 80Fig. 81

 

1988 Calgary – Giochi invernali

I giochi invernali di Calgary, nella provincia di Alberta, per gli italiani, portano subito al ricordo del’exploit di Alberto Tomba che vinse i due titoli nella discesa e nello slalom. Fra gli aneddoti bisogna ricordare anche la pri,a volta della squadra della Giamaica che partecipò nella disciplina del Bob a 4. Il fatto fu talmente curioso che anche la Disney ne ricavò un film. La grafica con il titolo “insieme a Calgary” del manifesto e il logo creato dal designer Gary Pampa sono omogenee. La foglia stilizzata dell’acero canadese con segmenti dei cerchi olimpici, sovrasta i cinque cerchi e viene ripresa al centro del poster, con un’ascesa verso l’alto a svettare sopra la nuova città di Calgary, a dimostrazione dell’enorme sforzo fatto dai canadesi e dagli abitanti della città che investirono nell’evento e parteciparono alla riuscita della manifestazione. Con Seoul Calgary fu la prima edizione che si avvalse del cronometraggio computerizzato. Che significa che non solo gli strumenti utilizzati misuravano, attribuivano e stampavano i tempi, ma registravano in memoria tutti i dati producendo informazioni utili sulle varie discipline. Fig. 82 bisLe due mascotte dei giochi erano due orsetti polari realizzati dalla designer canadese Sheila Scott. Hidy e Howdy i loro nomi, secondo la leggenda, erano fratello e sorella. Erano vestiti in tipico abbigliamento western poiché in quel periodo a Calgary si svolgeva ogni anno una dei più grandi festival country del Canada e davano il benvenuto agli spettatori e al mondo intero: Non molto innovativi nelal grafica, furono molto efficaci nei pupazzi che accompagnavano l’ingresso degli atleti ai giochi e nelel varie cerimonie. La loro popolarità in Canda si spense solo pochi anni fa quando le insegne giganti all’ingresso del paese che li raffiguravano vennero sostituite.

 

Fig. 83Fig. 84

 

1988 Seul

Le Olimpiadi si svolsero in Asia con un monito lanciato dal Cio a Usa e Urss contro l’eventuale boicottaggio dei giochi. Scegliendo la Corea, nazione ancora divisa in due, con perenni conflitti fra la dittatura del nord e l’occidentalizzazione del sud, risultò abbastanza ovvio che i Coreani del nord non partecipassero a un evento organizzato nella capitale del sud. A Seul venne incrementato il numero degli sport partecipanti, ci fu un aumento delle nazioni presenti (eccetto i paesi amici della Corea del Nord, quali Cuba, Nicaragua, Albania ed Etiopia…). I “bollettini storici” fanno ricordare Seul, come l’olimpiade del doping. Clamoroso fu il caso dell’atleta Ben Johnson che vinse i 100 metri battendo una serie di record, ma fu trovato positivo e quindi squalificato. Gli italiani amanti del calcio ricorderanno l’umiliazione con risultati negativi, che se si sommano ai Mondiali di calcio del 1966 e ai mondiali disputatisi in Corea, fanno della nazione indo-cinese un paese con un gran numero di sconfitte calcistiche subite. In compenso la soddisfazione per l’Italia fu l’ingresso trionfale di Gelindo Bordin nello stadio al termine della maratona che gli valse l’oro olimpico. Il logo che sormonta i cinque cerchi è originale e facilmente identificativo. Semplice con i cerchi che si avvolgono su se stessi a spirale in una girandola che si alleggerisce nella parte estrema verso l’alto a creare movimento, a richiamare la fiamma olimpica e gli stessi elementi colorati come tre dei cinque cerchi possono dare l’impressione di una pista di atletica, ma visti stilizzati possono dare anche l’dea di una colomba (quella della pace). Fig. 85Quindi un buon logo che può avere diverse chiavi di lettura. L’autore ufficiale è Yang Sung Chun. Mentre nel giugno di quattro anni prima, gli organizzatori commissionarono a Cho Yong-je dell’Università di Seul il progetto del manifesto. Il manifesto ufficiale rappresenta “l’armonia e il progresso” nella combinazione di due immagini realizzate con la tecnica della computer graphic: la luce blu e quella arancione sono state mescolate per simboleggiare Corea del Land della quiete del mattino. I cinque cerchi simboleggiano la purezza dello spirito olimpico che illumina il mondo in pace per sempre. L’immagine del corridore con la fiaccola olimpica porta il progresso dell’umanità verso la felicità e la prosperità. Il nome del tigrotto, mascotte di Seul era Hodori. Fu scelto tra 2.295 proposte inviate dal pubblico. Si trattava di una tigre stilizzata disegnata da Kim Hyun, raffigurante le tradizioni amichevoli e ospitali del popolo coreano. Il nome ha un suo significato ed è formato da “Ho”, una parola derivata dal coreano “tigre” (horangi), e “dori”, che è un diminutivo di “ragazzi” in coreano. La compagna di Hodori è una tigre femmina di nome “Hosuni”, usato in poche occasioni. Le temute tigri coreane proponevano così un’immagine simpatica, da cartoon, proprio per la cosiddetta “linea kids”, rivolta ai ragazzi per la realizzazione di souvenir, di peluche e per la successiva commercializzazione dei gadget.

 

Fig. 86 Fig. 87

 

1992 Albertville – Giochi invernali

In un primo tempo la mascotte dei Giochi olimpici invernali del 1992 era una capra: Chamois, una capra di montagna tipica della Savoia francese, poi per ragioni oscure o mai rivelate al pubblico (o forse a causa di sondaggi che non lo videro fra le mascotte più popolari) venne sostituita dallo gnomo Magique. Creato dalla matita di Philippe Mairesse, con il berretto magico rosso tipico degli gnomi, la sua forma ricordava una stella, a simboleggiare l’aspirazione degli atleti a raggiungere i più alti risultati. Quelli di Albertville, in Francia, furono gli ultimi giochi invernali disputatisi nello stesso anno delle Olimpiadi estive. Fig. 88Da quell’edizione successiva, infatti, i giochi invernali si diputano due anni dopo quelli estivi. Il logo, opera del grafico Bruno Quentin riprende i colori della regione francese,la Savoia, con la croce bianca in una fiamma olimpica rossa e rispetto al manifesto stride un po’ con lo stile. Entrambi sono azzeccati ma sembrano ad appartenere a due eventi diversi. Il poster in stile naïve e pennarellato, molto fresco e semplice per l’epoca, è originale nella scelta di colorare i cerchi all’interno sullo sfondo di una montagna di neve e un cielo con una stella a sei punte, che raffigura il sole molto stilizzato. Al manifesto ufficiale venne affiancata una serie di dodici manifesti dell’olimpiade e dei siti sportivi. Destinati, questi ultimi, a promuovere singolarmente, ogni sito. In aggiunta a questi tredici manifesti ufficiali , il COJO pubblicò una serie di altri manifesti tra cui quello dedicato alla mascotte, manifesto e quello con la raccolta dei vari pittogrammi. Per quanto riguarda il ricordo sportivo, anche in questa edizione uno dei protagonisti fu Alberto Tomba e le altre medaglie d’oro arrivarono da Deborah Compagnoni e da Stefania Belmondo. Argento e bronzi per il fondo maschile e femminile che cominciavano la loro ascesa.

 

Fig. 90

Fig. 911992 Barcellona

Fu un’edizione entusiasmante per tanti motivi, quella di Barcellona 92. Record di Nazioni presenti e tante novità politiche: dopo il disfacimento dell’Unione delle repubbliche sovietiche, erano una dozzina le nazioni indipendenti a rappresentare l’ex universo sovietico. Così come la separazioni degli stati della ex Jugoslavia fu determinante per l’aumento del numero degli stati partecipanti ai Giochi. Controtendenza della Germania invece che, dopo la caduta del muro di Berlino, si presentò con un solo paese riunificato. Anche per la Spagna le Olimpiadi del 1992 rappresentarono il primo grande avvenimento per mostrarsi al mondo dopo la fine del franchismo… Insomma si respirava complessivamente un aria di rinnovamento e lo fu anche nell’immagine.

Fig. 92Per l’iconografia ufficiale venne sviluppato un progetto molto ambizioso che comprendeva cinquantotto diversi manifesti raggruppati in quattro collezioni a seconda delle tecniche utilizzate: i manifesti ufficiali olimpici, i poster, i progetti dei pittori per i poster e le fotografie sportive. Per i quattro poster ufficiali sportivi vennero scelte le opere di Josep M. Trias, Javier Mariscal, Enric Satué e Antoni Tàpies. Mentre per i poster, gli otto pittori individuati furono Eduardo Arroyo, Antoni Clave, Eduardo Chillida, Jean-Michel Folon, Josep Guinovart, Robert Llimós, Guillermo Pérez Villalta e Antonio Saura. Infine, la produzione dei manifesti fotografici delle venticinque discipline olimpiche e dei tre sport dimostrativi fu affidata ad uno studio di design, che propose l’integrazione di fotografie sportive d’archivio con le immagini del pianeta Terra per sottolineare il carattere universale della manifestazione. Telefónica, la compagnia dei telefoni iberici sostenne e sponsorizzò tutta la parte culturale di mostre e pubblicazioni della parte iconografica. Il segno grafico principale è quello del pittore iperrealista Josep Maria Tiras, molto noto in tutto il mondo. Autore anche del sistema di segnaletica della metropolitana di Barcelona. Cobi è il nome della mascotte, con segno grafico irriverente, fresco e innovativo che finalmente si discosta dalla grafica delle ultime edizioni: un cane pastore catalano disegnato dal valenciano Javier Mariscal in stile cubista ispirato alle “Interpretazioni di Picasso (Las Meninas)”. Presentato al pubblico nel 1987 Cobi fu protagonista di una serie di pubblicità per gli sponsor olimpici. Ha avuto anche la propria Serie TV. Il suo nome è derivato dalle iniziali di “Comitato Organizzatore Olimpico di Barcellona”.

 

Fig. 93

Fig. 941994 Lillehammer – Giochi invernali

I Giochi invernali di Lillehammer nel 1994 furono i primi a non essere svolti nello stesso anno delle Olimpiadi estive. Per la prima volta, come simboli dei giochi non furono scelti dei personaggi fantastici né degli animali, bensì due bambini: Haakon e Kristin, un fratellino e una sorellina biondi, protagonisti delle favole. Si vendettero milioni di pupazzetti con le loro fattezze, ma in tutte le cerimonie ufficiali la parte delle mascotte venne interpretata da due bambini in carne e ossa, vestiti con i costumi tradizionali. Due ragazzi vestiti in abiti tipici norvegesi furono le prime mascotte “umanizzate” nella storia dei Giochi. Haakon e Kristin, prodotti del folclore norvegese apparvero su poster, spille, peluche, oggetti intagliati in legno o plastica, peltro e anche applicate ai souvenir tipici in diversi materiali.I due ragazzi/mascotte avrebbero potuto facilmente chiamati Hansel e Gretel, Haakon e Kristin portato la loro innocenza infantile ai Giochi. Creati da Kari Werner e Grossman, su un’idea di Javier Ramirez Campuzano.

Fig. 95Le olimpiadi invernali rappresentarono per Lillehammer un lancio internazionale senza precedenti e dal punto di vista turistico la cittadina vive ancora di rendita per gli investimenti fatti nel 1994. Gli impianti innovativi vengono ancora utilizzati e sono fone di visita da parte dei visitatori. Cìè anche un museo che ripercorre la storia delel olimpiadi. Il logo richiama la voglia di neve, il blu dei cieli norvegesi e I fiocchi sollevati che staccano il cielo dal manto bianco sono chiaramente suggestivi. L’elemento gira vorticosamente identifica la velocità, il turbine del vento sulal neve e una stilizzazione della fiamma olimpica. Il manifesto che lo richiama si ispira ai graffiti vichinghi che con un po’ di fantasia vedono uomini primitivi portare la torcia, così come nei pittogrammi e in altre indicazioni grafiche praticano i diversi sport, coi pattini o con le mazze da hochey. Il riferimento alle origini vichinghe è chiaramente più immediato nella stilizzazione delle mascotte. Dal lato sportivo come non ricordare le cinque medaglie di Emanuela di Centa, due ori, due argenti e un bronzo e loro della staffetta di fondo con De Zolt, Vanzetta, Albarello e Fauner…

 

Fig. 96Fig. 971996 Atlanta

Le olimpiadi del “centenario”, celebrate esattamente cento anni dopo la prima edizione di Atene, avrebbero dovuto svolgersi in Grecia, dove nacquero nell’antichità e dove vennero riproposte da De Coubertin nella prima edizione moderna. Però il professionismo, il denaro, lo sfruttamento commerciale presero il sopravvento sullo spirito dilettantistico iniziale, così lo “sponsor” maggiore di tutte le Olimpiadi moderne, il colosso Coca Cola, la ebbe vinta sulla decisione del Comitato Olimpico e i Giochi del Centenario si svolsero ad Atlanta, la città sede dell’azienda produttrice della bevanda più famosa del mondo. I Giochi di Atlanta segnarono un nuovo record di partecipazione, di presenze di atleti (oltre diecimila). Fu Muhammad Alì (Cassius Clay) ad accendere il braciere olimpico e dal punto di vista agonistico, accanto ai nomi dei campioni più glorificati come Carl Lewis e Michael Johnson, per l’Italia si ricorda un buon sesto posto finale con una serie di brillanti vittorie in varie discipline, fra tutti l’ascesa di Yuri Chechi e Antonio Rossi che vinsero medaglie anche nelle edizioni successive.

Fig. 98Ma rimanendo in campo grafico, lo studio e realizzazione del logo dell’intera manifestazione, fu affidato all’agenzia Landor Associates, una delle mitiche agenzie pubblicitarie che hanno fatto la storia della comunicazione e il successo di alcuni brand in Usa (fra i clienti da citare i Jeans Levis, la stessa Coca Cola). Infatti dal punto di vista grafico il logo non delude. Il modo di utilizzare il numero 100 all’interno della grafica ispirò moltissimi altri avvenimenti negli anni successivi. Il segno è semplice, il capitello di una colonna dorica è formato dal numero 100, dai cinque cerchi e sorregge, come fosse un braciere o una torcia, la fiamma olimpica, le cui lingue di fuoco viaggiano verso l’alto e man mano si trasformano in stelle… le stelle della bandiera americana: perfetto. Il poster invece fu realizzato da un artista di origine italiana, Primo Angeli, noto anch’egli nel branding e nel packaging. Aveva al suo attivo la collaborazione con il presidente dei Giochi Olimpici Samaranch per la consulenza sui poster ufficiali di Salt Lake City, lavorerà poi per la squadra olimpica americana nelle spedizioni di Nagano e Sidney. Il poster ufficiale, primo di una grande serie dedicata alle diverse discipline sportive coinvolse decine di artisti e diede vita a numerose esposizioni, con segno grafico molto moderno nonostante la classicità della figura di fondo, che ricorda la Vittoria alata, piuttosto che il mito di Atlanta. In dissolvenza la fiamma della torcia del logo e la scritta, nuova, dove il lettering specifico mette in risalto le tre A contenute nel nome Atlanta e le enfatizza togliendole un elemento grafico e lasciandole riconoscibilissime. La mascotte, in una città altamente propensa al commercio e al consumismo, riscosse un notevole successo, anche se molti critici si chiedono ancora adesso che tipo di animale rappresentasse… In realtà Izzi, nato come una goccia blu, creato da Jhon Ryan si chiamò Whatizit (dall’inglese “Cos’è questo?”). Nell’intento degli autori c’era anche quello di creare attorno alla mascotte curiosità sull’identità per avere un po’ di notorietà supplementare… Presentato ufficialmente alla chiusura dei Giochi precedenti, venne modificato e “aggiustato” dai tecnici di un centro di animazione che ne crearono al computer tutte le animazioni per una serie di prodotti televisivi. Sparirono così una fila di denti e si affusolarono le gambe. In realtà si trattava di una torcia… ornata dai cinque cerchi olimpici con scarpe da ginnastica. La sua destinazione finale, oltre che su gadget, peluche, palloncini e merchandising vario è stata quella di diventare un video gioco. La prima mascotte videogioco della storia. I diritti furono acquistati da Super Nintendo e da Sega Gneiss.

 

Fig. 99Fig. 1001998 Nagano – Giochi invernali

Un’edizione in bilico tra tecnologia ed ecologia, quella di Nagano. Con milleottocento atleti, seimila agenti e un milione di visitatori. Tra le novità ci fu l’ingresso nei Giochi della disciplina del Curling e dello Snowboard. Per gli azzurri Nagano fu l’ultima Olimpiade che vide gareggiare fra gli atleti Alberto Tomba. Il fiore rappresentato nel logo, trova questa giustificazione nella relazione del Comitato Olimpico: “Ogni petalo del fiore rappresenta un atleta che pratica uno sport invernale, e che può anche essere visto come un fiocco di neve simbolo dei Giochi Olimpici Invernali. L’emblema è anche evocativo di un fiore di montagna, sottolineando l’impegno di Nagano per l’ambiente, ed è stato così chiamato Snowflower… (fiore della neve)”. Furono cinque i tipi di manifesti ufficiali selezionati e sette sport-specifici stampati per questi giochi. Per la prima volta ai Giochi Olimpici Invernali, un poster speciale venne realizzato per la cerimonia di apertura.

Fig. 101Il manifesto designato come poster ufficiale per i Giochi Olimpici Invernali XVIII rappresentava un tordo appollaiato su un palo da sci con le montagne alla luce dell’alba, evocando il concetto di armonia con la natura. Fu progettato da Masuteru Aoba, un designer giapponese noto in tutto il mondo, che dedicò molta della sua arte per l’attivismo ambientalista. Sukki, Nokki, Lekki e Tsukki erano le quattro civette della neve scelte come mascotte dei Giochi Olimpici di Nagano 1998 in Giappone. Originariamente, la mascotte Nagano doveva essere una donnola chiamata “Snowple”, ma è stata poi sostituito dalle quattro civette, che inizialmente non ebbero un grande successo, passarono un po’ inosservate, ma con il trascorrere del tempo riuscirono ad imporre la loro simpatia e mezzo Giappone si innammorò di loro. Ancora oggi parecchi giapponesi conservano una mascotte dei giochi, dal portachiavi al peluche nelle loro case.

 

Fig. 102Fig. 1032000 Sidney  

Sette anni prima Sidney venne eletta città organizzatrice dei Giochi della XXVI olimpiade, superando di soli tre voti la concorrenza di Pechino, Berlino, Istambul e Manchester. Per la prima volta l’evento si spostò “al di là del mondo” in Australia e grazie al satellite e alle dirette televisive il “quinto continente” era a portata di tutti. Quello che più rimase nella memoria collettiva fu la festa di chiusura dei giochi, non solo per la suggestione delle immagini dei fuochi d’artificio spettacolari sulla città di Sidney, sui suoi monumenti più famosi, ma la partecipazione di tutti gli atleti e delle varie delegazioni alla festa finale. Al termine della parte ufficiale, tutti si scatenarono in un abbraccio e in un divertimento unico, Quasi centocinquantamila persone di ben duecento diverse nazioni formavano un’unica umanità. Tutti i buoni propositi del messaggio olimpico originale, fra cui la fratellanza fra i popoli, sembrava aver preso il sopravvento. Forse anche grazie al clima di euforia che portava alla fine del secolo e all’entrata, da lì a pochi mesi, nel nuovo millennio. Non per niente i nomi delle tre mascotte, Olly, Syd e Mille sono rispettivamente il diminutivo di Olimpiade, Sydney e Millennio.

Fig. 104Graficamente non molto innovativi, anche se simpatici, ricordano un po’ i primi comics degli anni Trenta e Quaranta negli Stati Uniti, realizzati dal grafico Matthew Hatton. Olly era un kookaburra, un uccello simile al martin pescatore, Syd un ornitorinco e Mille un’echidna (istrice) e simboleggiavano la terra, l’aria e l’acqua. Si decise di scegliere tre animali non troppo conosciuti, per non utilizzare koala o canguri, giudicati troppo banali. Per il logo ed il manifesto il comitato australiano si affidò ad una agenzia di comunicazione specializzata negli eventi sportivi, la FHA Image Design, il direttore creativo era Richard Henderson, che curò l’identity design per Sidney e in seguito fu coinvolto come consulente per il visual per i Giochi del Commonwealth del 2006 e per il design delle Olimpiadi di Pechino. Il logo vede una stilizzazione moderna fatta con dei semplici segni, sono richiamati tutti i colori dei cinque cerchi e una figura di un atleta mezzo boomerang e mezzo aborigeno, corre con il fumo della fiamma della torcia olimpica a creare sopra la testa il movimento. Anche la parte superiore del corpo della figura umana (più un graffito che un disegno) forma le due braccia con altri due piccoli boomerang, elemento tipico del continente. Anche il lettering che richiama una scritta fatta a mano, richiama un incisione rupestre e non lascia spazio al facile gioco dei tre zeri dell’anno 2000 e lascia che l’attenzione si concentri sull’assieme organico della figura che corre, della scritta e dei cinque cerchi. Stesso tema ripreso e ingigantito al centro del manifesto ufficiale con le scritte e i cerchi scavati in negativo su un fondo blu che si perdono nel mistero e nel fascino australiano, lasciando intravedere una figura che va di pari passo con la figura del marchio, quasi la sua ombra, ma che si svela essere un aborigeno… un rimando suggestivo al passato ancestrale del continente.

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Il 1968 e i cambiamenti di una lunga stagione

9 marzo 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

Fig. 481968 Grenoble – Giochi invernaliFig. 50

di Paolo Cagnotto. Per la decima edizione le Olimpiadi invernali in Francia. Una delle novità dell’edizione del 1968 fu la trasmissione televisiva a colori per i paesi che già lo utilizzavano. Ma fu anche l’anno dove venne introdotto il controllo ani-doping, con equipe medica al seguito. Dal punto di vista sportivo, su tutti, emerse il nome del francese Killy che vinse tutti i titoli in palio per lo sci. Per l’Italia il quarantenne Eugenio Monti venne definito “il rosso volante” perché guidò i bob azzurri alla conquista del doppio titolo olimpico, nel due e nel quattro. Fu, il 1968, anche l’anno dell’apparizione della prima mascotte: lo sciatore stilizzato da Aline Lafargue degli Studi film e promozione di Parigi. Schuss, con “capoccione” rosso e corpo saettiforme nel nome di derivazione tedesca che è uno stile di sciata. Il personaggio, in piena era della plastica, non fu realizzato come mascotte in peluche, ma utilizzato in diversi pali indicatori e segnaletici. Venne così inaugurata la tradizione di accompagnare ogni edizione dei giochi con una mascotte portafortuna. Roger Excoffon firmò il logo e il manifesto. Excoffon, per la grafica è il disegnatore di diversi caratteri tipografici (font) che vengono usati ancor oggi per la loro attualità fra cui il Mistral o tutta la famiglia dell’Antique Olive. Disegnò anche una serie di pittogrammi che diedero una nuova impronta nella grafica del ’68 anche per gli anni a venire. Probabilmente influenzarono anche la grafica delle olimpiadi del Mexico. Nel logo, il fiocco di neve sembra quasi un ricamo al tombolo, una tecnica di ricamo comune fra i paesi della Val d’Aosta e della Savoia, nonché nelle Alpi francesi. Nel manifesto, i cinque cerchi si animano per una discesa a rotta di collo sulle piste di neve e il movimento un po’ fumettistico ne rimarca la velocità dei discesisti. Non vengono però rispettati i colori del logo.

 Fig. 521968 Città del MessicoFig. 51

Oltre i duemila metri di quota è il livello di Città del Messico, la città che ospitò i Giochi nel 1968. La città venne scelta per la buona organizzazione messa in campo nella fase della candidatura. Messa in discussione alla vigilia della competizione per il modo in cui il governo di allora, spense alcune sommosse popolari con occupazioni militari dell’università e conseguente sanguinosa strage di studenti. Il 1968 fu un anno importante nella storia occidentale, verrà ricordato per le sommosse, le rivolte, l’omicidio di Martin Luther King… senza dimenticare l’invasione di Praga da parte dell’Unione sovietica e i tumulti contro la guerra in Vietnam e l’ascesa del maoismo. Tutti segnali che il mondo, fuori dalle competizioni sportive, stava cambiando. Ma le Olimpiadi proseguirono imperterrite, anche se fecero il giro del mondo le immagini di contestazione di due atleti di colore che sul podio salutarono con un guanto nero e il pugno chiuso contro il razzismo.

Ma le Olimpiadi del 1968 segnarono anche una svolta importante nel mondo della comunicazione e della grafica legata alle competizioni sportive. Il tema merita qualche riga in più di commento.

In Messico non c’erano infrastrutture adeguate e i forti investimenti economici atti a sostenere progetti di grandi dimensioni architettonica (come alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964). Quindi la grafica giocò un ruolo significativo nello sviluppo dell’immagine e si creò la necessità di realizzare un visual che funzionasse come mezzo efficace di informazione e di riconoscibilità sull’intero pianeta. Fu perciò necessario affidare il compito ad un team multidisciplinare di progettazione che venne coordinato dall’architetto Pedro Ramirez Vazquez che incluse Lance Wyman come direttore del design grafico e Peter Murdoch, designer industriale inglese direttore dei progetti speciali. La sfida principale di quel team di progettazione fu quello di sviluppare un sistema visivo in grado di essere applicato all’interno di una delle più grandi città del mondo, all’interno dell’area urbana e non soltanto come in altre occasioni, in uno spazio appositamente costruito per tale scopo.

Così il designer Lance Wyman stabilì che il sistema doveva riflettere gli aspetti della cultura messicana, piuttosto che seguire i modelli grafici di moda, anche se l’influenza della grafica del francese Excoffon appare evidente. Il risultato fu il frutto di uno studio completo sui manufatti antichi degli elementi popolari aztechi e d’arte messicana, prevalentemente Wyman stabilì l’uso di linee multiple in serie, formando modelli e dinamiche e colori brillanti, da considerarsi come un segno distintivo proprio della cultura messicana, come le idee principali del progetto. Sulla base della combinazione, progettata da Pedro Ramirez Vazquez, dei cinque anelli olimpici e l’anno dei Giochi, Eduardo Terrazas e Lance Wyman disegnarono il logo per Messico ’68, e lo svilupparono per creare il famoso manifesto dei Giochi, che richiama i motivi della Indiani Huichol. Questo emblema servì anche come punto di partenza per l’alfabeto olimpico, uno degli elementi principali del programma di identità olimpica e fu applicato anche per gli abiti indossati dalle hostess della manifestazione. Il logo fu utilizzato in una grossa operazione di merchandising e applicato a matite, oggetti e gadget vari.

Fig. 53I problemi della comprensione delle diverse lingue parlate dai partecipanti e del pubblico, furono risolti in parte nella realizzazione di una serie nuova di simboli e pittogrammi che permisero ai visitatori di sentirsi a casa, pur non parlando messicano. L’identità olimpica fu personalizzata per ogni città ospitante. Ogni scenario, ogni struttura e le arterie principali della viabilità olimpica furono illustrati dal Dipartimento di Progettazione Urbana. La grande piazza dello Stadio Olimpico venne dipinta con il design derivato dal logo, ed evidenziò per la prima volta le aree di accesso. I vari simboli sostituirono veramente le parole sulla stampa dei biglietti olimpici e nelle strade di accesso alle strutture, consentendo ai visitatori provenienti da oltre 120 di trovare il proprio posto in modo agevolato ed efficace attraverso la simbologia.

Il sistema grafico creato per le Olimpiadi del ’68 in Messico venne considerato la proposta di maggior successo per l’innovazione e l’arte. Uno degli aspetti più spettacolari di progettazione urbana furono le decorazioni della città ospitante con migliaia di enormi palloncini pieni di elio. In luoghi e strade principali vennero collocati i palloni personalizzati con il logo Messico 68.

L’Urban Design contribuì efficacemente a risolvere i problemi di traffico dei veicoli durante il periodo olimpico. Le strade principali vennero caratterizzate da fasce colorate su pali della luce con il colore corrispondente alle arterie principali. Una grafica globale, quindi, per la prima volta accomunava gli aspetti identificativi, che venne integrato due anni più tardi in occasione dei campionati del mondo di calcio.

Fig. 54Ci fu anche il timido tentativo di studio della mascotte, un giaguaro rosa, con macchie verdi a forma di fiori geometrici. Il giaguaro fu scelto per richiamare l’attenzione di un’area geografica dove è preponderante la cultura Maya. Nelle rovine di Chichen Itza, c’è una figura di pietra conosciuta come la ‘Red Jaguar’. realizzata in calcare dipinto in rosso con intarsiati dischi turchese e conosciuta come la Maya Jaguar. Non risulta però come mascotte ufficiale delle Olimpiadi perché non inserita nel progetto di comunicazione complessiva, rappresenta ugualmente la prima mascotte delle olimpiadi estive.

 

Fig. 55

1972 Sapporo – Giochi invernaliFig. 56

A prima vista, il logo delle Olimpiadi di Sapporo, solo otto anni dopo quelle di Tokyo, sembra una ripresa del vecchio logo, con l’aggiunta del fiocco di neve e la proposizione dei cinque cerchi a colori. Il design del nipponico Kazumasa Nagai venne scelto come emblema ufficiale dei Giochi Sapporo. Molto più pulito del precedente, con la chiusura degli emblemi olimpici in un quadrato sormontato dal fiocco di neve a sei poli, un ideogramma tratto da uno stemma di un’antica famiglia giapponese simboleggia l’inverno e l’immancabile Sole Rosso, immagine del Giappone.

Venne bandito un concorso e il manifesto vincente fu quello presentato da un mito della grafica e dalla comunicazione giapponese, infatti tutti e tre i manifesti classificati ai primi tre posti comprendono la progettazione di Nagai come una parte essenziale della loro creazione.

Fig. 57Quello vincente di Kazumasa Nagai è una sintesi visiva stilizzata della pista di pattinaggio sul ghiaccio e coperta di neve del Monte Eniwa, Il poster del secondo classificato era un’opera di Yusaku Kamekura che aveva scelto una grafica meno moderna con lo sciatore un po’ troppo “volante”. Anticipatrice di uno stile che prenderà corpo negli anni successivi il poster proposto da Gan Hosoya con il testo sfuggente del testo, che richiama sia la velocità con una zoomata grafica dell’implosione della scritta Sapporo.

Sapporo è l’unica manifestazione moderna che non presenta ufficialmente la propria mascotte ad accompagnare le varie fasi dello svolgimento dei Giochi. Abbiamo però trovato in rete l’immagine di un peluche, un orsacchiotto che venne comunque utilizzato nelle premiazioni e in alcuni eventi.

Fig. 58

1972 Monaco

Oltre settemila atleti e centoventidue nazioni, cifre record per le Fig. 59Olimpiadi che verranno ricordate soprattutto per le gesta criminali dei terroristi arabi del movimento di Settembre Nero che fecero una strage a danno della squadra israeliana. Furono, a loro volta, uccisi tutti dalle teste di cuoio tedesche.

Anche per questa edizione l’impatto grafico e lo studio furono notevoli, peccato che l’innovazione del designer tedesco Otl Aicher (lo stesso che disegnò il simbolo della Lufthansa e della Braun, nonché il tipo di carattere Rotis nel 1988) finì in secondo piano dopo i tragici fatti terroristici e le inevitabili conseguenze. Aicher nel 1953, insieme a Inge Scholl e Max Bill, fondò la Hochschule für Gestaltung di Ulm, che divenne uno dei centri più importanti della Germania per la progettazione negli anni fra il 1950 e il 1960. Aicher e il suo staff crearono una nuova serie di pittogrammi che aprirono la strada alle onnipresenti figure stilizzate attualmente utilizzate nella segnaletica urbana. Infine, la realizzazione dello Strahlenkranz: una ghirlanda che rappresenta il sole, ma anche i cinque anelli olimpici fusi insieme in una spirale. Il designer Von Mannstein rielaborò la grafica originale di Aicher attraverso un calcolo matematico per ottenere il disegno finale. I toni scelti per i disegni furono selezionati in modo da riflettere i colori cromatici delle Alpi. Le montagne in blu e bianco che compongono la tavolozza di colori, comprendeva anche verde, arancione e argento. I colori vennero usati per identificare le destinazioni assegnate per i media, i servizi tecnici, l’ospitalità, le celebrità e le funzioni pubbliche, una serie di colori coordinati per le diverse funzionalità. Una logica utilizzata ancor oggi e ormai di uso comune in ogni evento. Sans Serif è il tipo di carattere utilizzato con la semplicità della sola M maiuscola. Furono progettati 21 manifesti differenti per ogni disciplina olimpica con la tecnica chiamata “posterizzazione” che separa le qualità tonali dalle immagini utilizzando i colori ufficiali di Monaco 72. Il poster che raffigura lo stadio Olimpico divenne il manifesto ufficiale. Vide la luce, sempre ad opera di Aicher, la prima mascotte olimpica ufficiale, un bassotto di nome Waldi.

Fig. 60Waldi elaborato da Elena Winschermann, grafica dello staff di Aicher. era stato scelto per tre caratteristiche comuni con gli atleti, la resistenza, la tenacia e l’agilità. La fisionomia della mascotte si basò su un vero bassotto a pelo lungo di nome Elena Winschermann, che Aicher utilizzò come modello. Il bassotto, pensato in colore blu ha nel corpo tutti i colori degli anelli olimpici: verde, giallo, arancione e verde scuro. Esclusi il nero e il rosso per escludere i colori legati al partito nazionalsocialista. Vennero concesse 50 licenze per il merchandising dello sfruttamento della mascotte a diverse aziende, ad un compenso di c.a. 245.000 marchi tedeschi. Oltre due milioni di gadget raffiguranti Waldi vennero venduti in tutto il mondo. Waldi era disponibile come pupazzo in peluche, come giocattolo di plastica e in legno, e stampato su pulsanti, manifesti e adesivi. Singolare, senza precedenti e mai imitato, il fatto che il percorso della maratona alle Olimpiadi del 1972 venne creato per assomigliare a Waldi. Il percorso fu stabilito in modo che la testa del cane fosse il fronte ovest, con gli atleti che dovevano percorlo in senso antiorario, a partire dalla parte posteriore del collo del cane e continuando intorno alle orecchie. La bocca del cane venne identificata attraverso il parco di Nymphenburg. Il ventre era la principale strada del centro di Monaco di Baviera, e le zampe posteriori con la parte posteriore e la coda erano collocati nel Giardino Inglese, un parco che si estende lungo il fiume Isar. Gli atleti continuarono a correre lungo la parte posteriore del cane prima di entrare allo Stadio Olimpico.

Fig. 61

1976 Innsbruck – Giochi invernali

In sostituzione di Denver in Colorado, che rinunciò all’ultimo Fig. 62momento ad organizzare i Giochi invernali a causa di un diniego della cittadinanza tramite referendum, si optò per Innsbruck che garantiva ottima organizzazione e impianti ancora nuovi. Per gli appassionati dello sport fu l’edizione che consacrò le medaglie dello squadrone azzurro con Gustav Thoeni e Piero Gros, nonché con le medaglie di Plank e Claudia Giordani. Per quanto riguarda la grafica, il manifesto è frutto della scelta di non mostrare una disciplina sportiva in particolare, Wilhelm Jaruska, pittore viennese, illustrò un poster neutrale, mostrando un primo piano di un pattino, caratteristica comune a parecchi degli sport invernali. In questo caso il pattino simboleggia tutte le discipline presenti ai Giochi invernali: una pista da sci, una slitta o bob e la lama di un pattino.Fig. 63Il rettangolo bianco sulla punta rende la “I” di Innsbruck. A destra, sullo sfondo, le cime colorate simboleggiano le montagne tirolesi. Schneemann (in tedesco proprio Pupazzo di neve) era la mascotte dei Giochi: un simpatico pupazzo di neve con copricapo rosso tirolese che simboleggiava la semplicità nei Giochi Olimpici realizzato da Walter Potsch. Il logo fu riproposto da Arthur Zelger, lo stesso autore del logo del 1964, aggiornato per l’occasione dopo dodici anni.

 

Fig. 641976 MontrealFig. 65

Il poster olimpico dei Giochi estivi in Quebec è opera di Ernst Roch e Rolf Harder, semplice, essenziale con i caratteri che ricordano gli stessi di Monaco 72, non per niente si sente l’influenza della scuola del tedesco Harder, divenuto poi uno dei guru della grafica canadese. Il movimento e la riunificazione alla figura centrale è l’idea grafica utilizzato in sintonia con il logo. Nel manifesto, i colori sfumati danno l’impressione del mosso e del movimento dove i cinque cerchi si stabilizzano al centro, quasi in avvicinamento. Lo stesso effetto che si è voluto dare al logo, con un movimento solo del segno, monocolore, dall’alto verso il basso, con una scia che potrebbe essere la M di Montreal. Il logo è opera di Georges Huel, che aveva disegnato la grafica dell’Expo canadese del 1967 e durante le Olimpiadi ricopriva il ruolo di direttore generale della parte artistica. Si occupò dell’identità e della segnaletica olimpica. Huel si circondò dei migliori artisti e designer in grado di influenzare la grafica canadese e dar vita a diverse correnti artistiche.Fig. 66

Per la mascotte olimpica del 1976 venne utilizzato uno dei simboli nazionali del Canada, il castoro che simboleggia anche il duro lavoro richiesto per eccellere nello sport. Venne battezzato Amik. Anche se elegante e preciso, non è fra le mascotte più riuscite perché sembra più un pittogramma che un animaletto.

 

Fig. 671980 Lake Placid – Giochi invernaliFig. 68

In piena guerra fredda fra Usa e Urss, con il presidente americano Jimmy Carter che già minacciava di boicottare i Giochi estivi di Mosca a causa dell’invasione sovietica all’Afghanistan, il momento sportivo più eclatante fu la semifinale di Hockey che i dilettanti americani vinsero (concretizzando poi con la medaglia d’oro) proprio contro la fortissima nazionale russa, vincitrice di 5 titoli in sei anni. Fu’ l’anno di Ingemar Stenmark e della nascita dei Momix, originariamente un quadro di figura nelle rappresentazioni della cerimonia inaugurale. Il manifesto e il logo vanno in coppia. A fine del decennio del 1970, il manifesto non risulta essere molto innovativo. Porta la firma di Robert Whitney e non è altro che la trasposizione colorata del logo che dovrebbe simboleggiare un po’ tante cose: la fiamma olimpica, il dinamismo, il trampolino, le montagne le piste da sci… Non un grande impegno e uno studio a cui si erano dedicati i designer di Città del Messico e di Monaco.Fig. 69

Semplice anche la mascotte, riuscita più nel disegno bidimensionale a praticare le varie discipline che nella versione pupazzo. Per molti è la più brutta mascotte di tutte le olimpiadi. Ma è tutta la ricerca grafica che appare “svogliata”. Roni, il nome della mascotte, è l’abbreviazione del nome del procione degli indiani irochesi. nativi di New York e Lake Placid.

 

Fig. 701980 MoscaFig. 71

Si chiude il decennio degli anni settanta con lo scontro frontale fra i poli politico-economici della Guerra fredda. Un duello, quello fra Usa e Urss, combattuto con armi non convenzionali. Cominciata alla fine degli anni sessanta con la corsa alla conquista della Luna, vide vincere gli americani con lo sbarco dell’Apollo 11. Dopo un decennio agli Stati Uniti toccò organizzare le olimpiadi invernali e sfuggì loro la possibilità di bissare l’evento con le olimpiadi estive a Los Angeles, perché cinque anni prima il Comitato Olimpico scelse la candidatura di Mosca. L’intervento bellico di Breznev in Afghanistan fu il pretesto perché Carter decise di non partecipare, di fatto, alla ventiduesima edizione delle Olimpiadi. Con gli Stati Uniti, altre sessantacinque nazioni non presero parte ai Giochi: il Canada, la Germania Ovest, la Norvegia, il Kenya, il Giappone e la Cina oltre al blocco delle nazioni arabe. Quindi Olimpiadi dimezzate, con conseguente distribuzione di medaglie ad altri paesi che ottennero maggiori risultati mancando nazioni come gli Stati Uniti che, solitamente facevano man bassa di ori in quasi tutte le discipline. Grottesca come al solito la decisione italiana, che partecipò senza far gareggiare gli atleti militari e utilizzò l’inno olimpico invece dell’inno nazionale. Ad eseguire il manifesto di Mosca 2008 fu chiamato Vladimir Arsentyev un designer di grande qualità i cui lavori nel settore del design, soprattutto di arredamento d’interni vennero valorizzati negli anni successivi con esposizioni in diversi musei. Fig. 72Fig. 73La grafica, pensata cinque anni prima, non aveva niente di tradizionalmente russo o derivante dalla cartellonistica e dalla grafica del Pcus e dei paesi del blocco dell’Est. Abbastanza lineare, anche se non originale ed innovativa vede convergere diverse linee verso l’alto, come fossero settori di una stilizzata pista d’atletica, fondersi nell’ascesa verso l’alto e con stile più occidentale (sembra una stilizzazione di alcune parti in acciaio della facciata delle torri gemelli di New York…) culminano in una punta che come una fiaccola olimpica invece della fiamma regge la Stella rossa sovietica. Monocolore, rosso Pcus su fondo giallo il semplice manifesto, monocromo come quello delle olimpiadi invernali. Anche i cinque cerchi perdono il colore e si uniformano alla cromia predominante. L’inserimento con carattere cirillico della scritta Mosca definisce l’impronta del luogo dove si svolgeranno i Giochi, l’altro elemento è il numero progressivo dell’edizione. L’orsetto Misha fu invece la mascotte commissionata dal Partito ad uno dei più importanti illustratori sovietici di libri per bambini Viktor Cizhikov, Infatti l’orsetto, animale simbolo dell’Unione Sovietica risulta molto simpatico, di grafica tradizionale, in stile europeo e trova subito il consenso del pubblico. Verrà prodotto anche un cartoon che fu popolare per un breve periodo. Il pupazzo gigante, in stile americano, aprì e chiuse le cerimonie olimpiche in mezzo alo stadio. Si venne a sapere solo trent’anni dopo che Cizhikov fu tenuto all’oscuro della destinazione del progetto e costretto già nel 1977 a cedere tutti i diritti e sottopagato. Per il Partito l’autore non era lui, «ma il popolo sovietico». Una seconda, meno conosciuta mascotte, era presente anche durante i Giochi di Mosca. La mascotte era un sigillo chiamato “Vigri”, che rappresentò gli eventi velici a Tallin.

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Il Dopoguerra

25 febbraio 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

Fig. 24

 

1948 St. Moritz – Giochi invernaliFig. 25a

di Paolo Cagnotto. Non colpita dalle vicende belliche, la Svizzera poteva offrire la necessaria competenza e attrezzature per la disputa dei giochi invernali. Il manifesto ufficiale è opera del pittore svizzero Fritz Hellinger, autore del dipinto Vacance en Suisse adattato ai Giochi Invernali (fig. a destra) e preferito ad altre opere fra cui quella più suggestiva del pittore e illustratore Alois Carigiet, autore engadinese conosciuto per le sue storie illustrate per l’infanzia. Entrambi i poster proposti, figurano un po’ in antitesi con il grigiore del logo: da una parte colori a iosa, voglia di allegria con una coppia di sciatori turisti più che atleti, visto che il dipinto era nato con intenzioni turistiche più che olimpiche, nell’angolo a destra e sullo sfondo un turbinio di fuochi d’artificio in una “cartolina” invernale di una delle località mondane che non hanno mai perso il proprio fascino, uscita indenne dalla guerra. Più azzeccato l’impatto emotivo del poster di Carigiet, mentre l’immagine di Hellinger può vantare delle ottime quotazioni alle aste del settore ed è compreso nel catalogo della casa d’aste Christie’s. Con il sole, caratteristica icona dell’Engadina, il logo dei giochi invernali sembra più adatto per un’etichetta da impermeabile, con l’irradiamento di alcuni raggi sullo sfondo grigio e la firma storica che è il logo della cittadina di St. Moritz: “Una firma che è una garanzia”, come recitavano alcuni motti pubblicitari degli anni cinquanta. Un lettering che dura da settantacinque anni inalterato fino ai giorni nostri, anche se con l’aggiunta di un po’ di colore.

Fig. 26

Fig. 27 Fig. 28

1948 Londra  

A tre anni dalla fine del conflitto i giochi tornarono a Londra dopo che erano stati cancellati nel 1940 e nel 1944. C’è un po’ di contrasto fra l’edizione invernale svizzera e quella estiva britannica. Ricca la prima e da decisamente da “dopoguerra” quella di Londra. Vennero utilizzati gli tessi impianti utilizzati per le olimpiadi del 1908. Si disputarono in un clima di speranza e festoso dopo le rovine della guerra. Con una sessantina di nazioni partecipanti furono i primi giochi che non videro la presenza del Barone De Coubertin (deceduto nel 1937). Gli atleti vennero ospitati in baracche di fortuna, mentre i partecipanti si dovevano portare i viveri da casa… Le cronache raccontano che per ristrettezze di fondi anche le medaglie vennero coniate in leghe economiche. In compenso, quelle di Londra, furono le prime Olimpiadi trasmesse dalla televisione. Quindi un nuovo mezzo, anche se primordiale, cominciò a farsi strada nella comunicazione della manifestazione affiancando i tradizionali manifesti. Iconografia classica quella scelta per il manifesto progettato da Walter Herz, artista ebreo che fuggì a Londra dalla Cecoslovacchia, suo paese natale, nel 1939. Con lo sfondo bianco e azzurro, per la leggibilità delle scritte. In primo piano una statua del discobolo impastata nei cerchi olimpici. Fa da sfondo per unire l’insieme un disegno quasi fotografico di un altro simbolo classico di Londra, il Parlamento con la Torre dell’orologio. Riprende lo stesso tema il logo, anche se non si può parlare di immagine coordinata. Il manifesto fu realizzato in tre formati: grande (cm 74×104), medio (cm. 50×64) e locandina (cm 37×47).

Fig. 29

1952 Oslo – Giochi invernali  Fig. 30

Superata la boa del ventesimo secolo, le Olimpiadi invernali si spostano in Norvegia. La grafica del poster risente dell’influenza del primo periodo della cartellonistica europea e alle illustrazioni pittoriche. L’idea è quella di far sventolare le due bandiere, quella olimpica e quella del paese ospitante su due aste che si rivelano essere le racchette degli sci. Lo stile è pastoso e richiama un po’ le illustrazioni dei libri di fiabe per bambini. E’ un po’ una scopiazzatura del poster dei giochi di St. Moritz del 1928 con la variante delle “racchette” invece dei pennoni. Il logo invece, opera del designer Gunnar Furuholmen è poco più di un timbro filatelico dove i cinque cerchi sovrastano una stilizzazione dello stadio olimpico. E’ ancora presto per vedere sui manifesti anche il logo della manifestazione: niente di coordinato, ogni espressione artistica viaggiava per conto proprio.

Fig. 31

1952 Helsinki  Fig. 32

Il giro di boa del secolo, per quanto riguarda le olimpiadi estive, fa tappa a Helsinki. Quasi cinquemila atleti, impianti nuovi e un clima festoso e competente quello finlandese. Si registrò il ritorno degli atleti russi che, a causa della guerra fredda, vennero ospitati in un villaggio olimpico separato. Brutto anche per l’epoca il manifesto che è difficile collocare in uno stile. Opera di Ilmary Sysimetsa raffigura un atleta nudo, dedicato al corridore finlandese Paavo Nurmi, uno dei più fenomenali atleti di tutti i tempi, a cui venne dedicata anche una statua. Era in pratica il bozzetto presentato nell’edizione saltata a causa della guerra. Quindi è proprio quello il richiamo grafico. Valore cromatico buono e lettering troppo serioso anche se leggibile. Il bando emanato per il concorso, vide partecipare ben 270 bozzetti che vennero però tutti scartati. Molto più moderno il logo, anche se tende ad assomigliare ad un marchio aziendale, che riporta in estrema sintesi, la stilizzazione delle strutture olimpiche, dello stadio e i cinque cerchi su fondo blu.

Fig. 33

1956 Cortina – Giochi invernali  Fig. 34

Arrivò anche il momento dell’Italia, anche se solo per i giochi invernali. Fu Cortina d’Ampezzo ad aggiudicarsi il ballottaggio fra Lake Placid, Montreal e Colorado Springs. Era la terza volta che Cortina aveva proposto la propria candidatura, nel 1939 venne scelta per l’edizione del 1944, ma lo scoppio della guerra frenò tutto, Per l’edizione del 1952 venne battuta da Oslo per un paio di voti. Artefice della presentazione fu il conte Alberto Bonacossa. Un’edizione che viene ricordata per la buona organizzazione e l’entusiasmo della località ampezzana che, al pari dei paesi dell’Engadina, lanciava il messaggio del proprio turismo d’elite al mondo. La fiaccola partì da Roma benedetta dal Papa. A contribuire al successo dell’evento la mondanità di allora con la prima diretta televisiva dei giochi invernali e le presenze dei divi e delle star televisive come Sofia Loren, Raf Vallone e Mike Bongiorno. Il marchio della manifestazione, realizzato da Franco Rondinelli, è semplice e classico, contiene una vista delle Tofane come si vedono dalla conca ampezzana, un fondo blu con i cinque cerchi e una corona aurea con una stilizzazione dell’alloro olimpico. Uno stemma nobiliare, più che un marchio, che contribuì allo status della località ampezzana. Il manifesto riprende lo stemma (finalmente) in un fondo azzurro che ricorda il colore sportivo italiano e il cielo limpido sopra le Dolomiti. Vennero stampati 11.000 manifesti e 100.000 cartoline.

Fig. 35

1956 Melbourne  Fig. 36

Fino all’edizione del 1956, i giochi olimpici si svolsero quasi esclusivamente in Europa, con due puntate negli Stati Uniti. Quindi la novità fu proprio l’esportazione dei giochi dall’altra parte del mondo: l’Australia. Per ragioni climatiche si svolsero in dicembre, quando a Melbourne è estate e furono parecchi gli atleti che subirono la differenza di preparazione. Addirittura le gare di equitazione si svolsero in Svezia per la difficoltà di portare i cavalli in una trasferta così lunga. Con la televisione che si imponeva in ogni continente e le diverse forme di espressione, anche il mondo della comunicazione cominciò a diventare più maturo e fece il salto di qualità. Mentre il logo, risente di una certo vecchiume di grafica anni trenta… il manifesto vede una svolta grafica notevole, Dinamico ed essenziale, frutto del lavoro di Richard Beck, un designer industriale inglese che si era stabilito a Melbourne. Elegante e sinergico, con i giusti pesi e le giuste misure, In un fondo blu intenso, una sequenza di biglietti d’invito stilizzate portano al centro visivo i cinque cerchi colorati e nella parte più nascosta è visibile lo stemma australiano. La scritta con un lettering agevole e leggibile, finalmente moderno è semplice e supporta tutta l’immagine.

Fig. 37 Il manifesto dei giochi Equestri . Il progettista del poster era l’artista svedese John Sjösvörd di Stoccolma.

 

 

 

 

 

Fig. 38Fig. 39

1960 Squaw Valley

Giochi invernali 

Negli anni sessanta l’advertising prese il sopravvento sulla cartellonistica, sull’arte pittorica e sulla grafica delle varie correnti che hanno segnato i primi cinquant’anni del ventesimo secolo. Le nuove tecniche, lo sviluppo della fotografia e la sua imitazione grafica cominciarono ad esplodere. Le tecniche pubblicitarie si diedero dei codici, una nuova arte di comunicazione esplose e anche la grafica dei manifesti si assoggetta. Un fondo iperrealista, quasi uno still-life di un particolare di campo innevato ospita una stella dinamica irregolare a sei punte, che dà un senso di rotazione e allo stesso tempo simula il movimento acrobatico degli atleti. Da quella olimpiade, Squaw Valley, in California, al confine con il Nevada divenne da piccola cittadina una delle più rinomate stazioni sciistiche mondiali. In quell’edizione l’Italia finì ultima con una sola medaglia di bronzo nel proprio medagliere. Per la prima volta venne affidato il compito ad un’agenzia pubblicitaria, la Knolling Advertising.

Fig. 40

1960 Roma    Fig. 41

Venne il turno dell’Italia anche per i giochi estivi. Proprio la capitale, Roma, fu la città scelta, dopo varie candidature. Per l’Italia si trattò di un trampolino di lancio incredibile. Il binomio antico/moderno era sotto gli occhi di tutti. Da una parte le strutture e la città che offriva angoli suggestivi e storici ancora agibili, Colosseo a parte, dall’altra la tecnologia all’avanguardia che permise alla Rai, nata da pochi anni, di trasmettere dirette in Eurovisione per cento ore di trasmissioni. Anche il logo e manifesto segnarono un passaggio importante dell’arte grafica: un giovane pittore italiano, molto intraprendente, vinse il concorso per realizzare il manifesto nel 1958. Si trattò di un’intuizione grafica che contrappone nell’oro e marrone della capitello romano e del bassorilievo delle figure di atleti un “chiaroscuro” che ricorda visivamente la sagoma della torcia olimpica. Nella parte alta la scritta ROMA MCMLX, finalmente la storia romana, la sua cultura possono esprimere nel lettering, anche i famosi numeri romani, Quale occasione migliore? Sopra, in dimensioni ridotte rispetto alla colonna, la “Lupa” che allatta Romolo e Remo bambini. E sopra i cinque cerchi, Anche la data riprende i numeri romani. Un’insieme armonioso e decisamente d’impatto. Anche in questo contesto un bravo pittore-cartellonista si trasformava nel più abile pubblicitario italiano del periodo, il vincitore del concorso era infatti Armando Testa, che nel 1960 realizzò anche il memorabile manifesto del Punt e Mes. Una caratteristica comune, la semplicità del segno, il forte impatto e l’uso di due soli colori su un fondo rigorosamente bianco.

Fig. 42

1964 Innsbruck Fig. 43

Giochi invernali 

E’ in Tirolo che si svolsero i noni giochi olimpici invernali. L’austriaco Arthur Zelger fu il designer che realizzò in puro stile svizzero, quasi uno stemma comunale, il logo dell’edizione. Logo che però si discosta dal manifesto, nel quale non appare neppure. Un bel manifesto invece, che coglie un macroparticolare del fiocco di neve, ingrandito e stilizzato a dovere e l’inserimento dei cinque cerchi nel cristallo di neve. Un po’ da titoli di coda cinematografici le indicazioni e il lettering che identifica il periodo. Con Innsbruck le olimpiadi invernali fecero il salto di qualità rispetto all’edizione precedente, sia per la qualità dell’organizzazione, sia per il numero di atleti partecipanti: oltre mille.

Fig. 44

  Fig. 45

 

 

Fig. 471964 Tokyo  Fig. 46

Primi giochi trasmessi grazie al satellite in tutto il mondo. Il creatore del logo del 1964 è stato il designer nipponico Yusaku Kamekura. Nella città in piena rincorsa commerciale, dall’economia emergente, arriva in grafica l’estrema sintesi. Più ancora del manifesto di Armando Testa di quattro anni prima, ma che prende spunto più dal Punt e mes, per glorificare il sole rosso della bandiera simbolo del Giappone, poi i cinque cerchi, e sotto la scritta in bold, bella rimarcata “Tokyo 1964” su fondo bianco. Anche il manifesto, in quattro versioni, porta l’innovazione di grandi scatti (ce ne furono per diverse discipline) su fondo scuro con gli atleti di una corsa o di un nuotatore colti in linea nello sforzo olimpico. Il logo e lo stesso lettering appaiono in modo pulito all’esterno del grande fotogramma. C’è anche un tentativo di educazione all’occhio dello spettatore, con l’utilizzo quasi didascalico dei testi. Il poster finale (quelli precedenti erano per le prime affissioni di promozione dei Giochi) rappresenta invece il tedoforo con una vista quasi a livello terra per lasciare alla base il fondo nero necessario a visualizzare scritta e logo.

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Fra le due guerre

22 febbraio 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

1920 Anversa

di Paolo Cagnotto. Saltata per cause belliche l’edizione del 1916 che doveva svolgersi a Berlino, la prima edizione dei giochi dopo la guerra fu ospitata dal Belgio. La manifestazione, da quell’anno, si arricchì del “giuramento olimpico”, del volo delle colombe bianche che simboleggiano la pace, ma anche dei cinque cerchi. Una nota di colore, presa dagli annali, svela che fu in quell’occasione che gli atleti italiani utilizzarono per la prima volta la maglia azzurra.

La grafica del manifesto ricalca un po’ i motivi dell’olimpiade di Stoccolma. Sempre un atleta a figura intera, un discobolo che richiama gli atleti ateniesi, circondato da uno sventolio di bandiere in cui le più riconoscibili sono quella statunitense e quella giapponese. Come se fosse posta su un altura, la figura lascia intravedere sullo sfondo la città. Una scritta chiara regge visivamente tutta l’impostazione del poster. Nell’arte del manifesto, gli anni fra il venti e il trenta del millenovecento riflettevano le influenze di diversi correnti artistiche: il futurismo, il dadaismo, il cubismo, il surrealismo e l’art déco. La cartellonistica stava diventando una professione per molti pittori e illustratori del tempo, Il manifesto olimpico per uniformarsi alle mode del decennio dovrà aspettare le edizioni successive, fino ad anticipare alcuni stili, solo dopo gli anni cinquanta. Il designer creativo fu Martha van Kuyck e il disegnatore il belga Walter Von del Ven. Vennero stampati 90.000 poster in 17 lingue diverse.

Fig. 12

 1924 Chamonix – I primi Giochi invernali

Con la “Semine des Sports d’Hiver” (Settimana degli sport invernali), nascono ufficialmente a Chamonix le Olimpiadi Invernali. Il manifesto rispecchia parecchio l’iconografia classica della cartellonistica e del manifesto turistico delle località di villeggiature delle Alpi negli anni Venti. L’aquila, regina incontrastata delle vette porta negli artigli allori intrecciati con nastrino francese, dalla insolita visione, è il caso di dire, a “volo d’uccello” si vedono lo slittino e gli atleti intenti a percorrere una zona di gara… Il tutto egregiamente incorniciato con un buon contrasto cromatico caldo che ben si armonizza con i colori freddi delle montagne e delle piste innevate. Autore del cartellone/poster, il francese Auguste Matisse, pittore e illustratore dell’epoca.

 

 

Fig. 13

1924 Parigi

Dopo l’edizione del 1900, è di nuovo Parigi ad ospitare i giochi. Trattandosi dell’ultima edizione presieduta da Pierre de Coubertin, si volle concludere il suo ciclo con un omaggio all’inventore dei giochi moderni disputando l’edizione in Francia. Gli stessi francesi investirono molto nelle Olimpiadi per farsi perdonare la non felice organizzazione dei giochi del 1900. Esordio del Motto olimpico: “Citius, Altius, Fortius” che significa: più veloce, più in alto, più forte. Nacque a Parigi la tradizione di issare sul pennone, in occasione della chiusura delle olimpiadi, tre bandiere: quella olimpica, quella del paese ospitante e quella del paese organizzatore dell’edizione successiva. Quindi da questo episodio si evince che la decisione di dove disputare i giochi, da quell’anno, era già nota prima della chiusura della manifestazione e quindi non decisa solo tre anni prima come era prassi fino ad allora. Il Comitato Olimpico scelse due manifesti per l’edizione parigina.

Fig. 14Il primo poster, opera dei Jean Droit rappresenta un gruppo di atleti con il braccio alzato, quasi un richiamo inconscio al saluto fascista che era in voga in Italia… Sullo sfondo una sola bandiera, il tricolore francese, e la tecnica con l’uso del seppia e il tricolore con toni abbassati che sventola sul fondo ricorda più gli eroi della Rivoluzione francese (liberté, egalité, fraternité) e infatti, nell’iconografia dei manifesti olimpici circola maggiormente una versione di un poster di una disciplina particolare come il lancio del giavellotto. Più omogeneo, con una scelta di carattere e di grafica più originale e consona ai gusti dell’epoca. Mentre il secondo, dell’italiano Orsi mostra in controluce l’atleta intento a lanciare il giavellotto. Un tratto più moderno, pittorico e una ricerca grafica interessante, per l’epoca, nel lettering, con la scelta di un carattere maiuscolo con piccole grazie a renderlo elegante e il gioco di abbassare il 9 nella data dell’anno.

 

 

Fig. 15

1928 St. Moritz – Giochi invernali

Appaiate a sventolare sopra le montagne innevate della Svizzera, le due bandiere, quella del paese ospitante e quella con i cinque cerchi, nel manifesto dei secondi giochi invernali disputatisi a St. Moritz. L’opera, molto celebrativa è stata realizzata da un maestro della cartellonistica svizzera Hugo Laubi, specializzato nella promozione delle località turistiche elvetiche da Arosa a St. Moritz, con cavalli e figure sui campi da sci… Nel 1930 gli fu commissionato il manifesto per l’Ufficio del Turismo svizzero. Equilibrato nella composizione, nell’accostamento dei colori e nella grafica rimane un classico e fra i più moderni del periodo. Una tradizione, quella del manifesti turistici delle località dell’intero arco alpino, una selezione dei quali viene ancora battuta all’asta per gli appassionati, con cifre ragguardevoli.

 

 

 

Fig. 16

1928 Amsterdam

La nona edizione dei giochi si svolse ancora una volta in Europa. Per la prima volta la passerella della cerimonia d’apertura degli atleti fu guidata dalla rappresentativa greca per terminare con i membri della squadra del paese ospitante. Inoltre, il rito dell’accensione della torcia olimpica, già sperimentato quattro anni prima a Parigi, divenne ufficiale: una staffetta tra giovani greci portò la fiaccola da Atene ad Amsterdam nei mesi precedenti all’apertura della manifestazione. Tra le curiosità anche il fatto che la Coca-Cola divenne il primo sponsor olimpico.

Il manifesto ufficiale però non contiene contaminazioni pubblicitarie, anzi: l’estrema sintesi del segno, dell’atleta che conquista l’alloro olimpico dopo una prestazione sportiva è di forte impatto, dinamico e risente più dell’influenza dei cartellonisti italiani del tempo che di quelli di impronta transalpina, come per esempio lo svizzero Herbert Matter, con i suoi manifesti per le località turistiche. Boccasile, Depero, Dudovich e Seneca erano i cartellonisti che furoreggiavano in Italia fra la fine degli anni venti e inizio trenta, con i loro stili inconfondibili, per la pubblicità e per l’industria.

Fig. 17Le diecimila copie del manifesto grande con base cm 62 e cm 100 di altezza (24 x 39) nella versione volantino hanno la firma di Joseph Johannes Rovers che si aggiudicò i 500 fiorini predisposti allo scopo dal Comitato organizzatore, risultando vincitore del concorso indetto per l’occasione. Dal rapporto del Comitato organizzatore risulta che le Ferrovie olandesi operarono come Media partner, per l’affissione in tutte le stazioni dei poster olimpici.

 

 

 

Fig. 18

1932 Lake Placid – Giochi invernali

Nel manifesto di Lake Placid è riconoscibile l’impronta dello stile modernista codificato dagli artisti statunitensi sul finire degli anni venti e conosciuto anche come American art déco. In stile minimalista Il soggetto è il saltatore dal trampolino, quasi un pittogramma, nella silhouette: semplicità e dinamismo.

Il poster presenta una mappa degli Stati Uniti che indica la posizione di Lake Placid.

Furono stampate 15.000 copie in inglese, francese e tedesco. La loro distribuzione all’estero (soprattutto in Europa) venne realizzata con l’aiuto della Società American Express, Thomas Cook & Son, i Comitati Olimpici Nazionali, le federazioni sportive, le società ferroviarie e di navigazione a vapore e anche di viaggio. L’autore fu il polacco Witold Gordon nato a Varsavia e trasferitosi a Parigi dove studia all’Ecole de Beaux Arts prima di trasferirsi negli Usa. Fu conosciuto come autore di murales (i primi proprio nel 1932 per la Radio City Music Hall. Fu illustratore negli anni successivi tanto da guadagnarsi una serie di copertine illustrate per la rivista New Yorker.

 

Fig. 191932 Los Angeles

Solo Los Angeles si candidò ad ospitare i decimi giochi olimpici. Quindi dopo quasi un trentennio, le Olimpiadi ritornarono negli Stati Uniti. Rispetto all’edizione di quattro anni prima, vuoi per la crisi del 1929, vuoi per la traversata oceanica, gli atleti partecipanti furono la metà. L’Italia ottenne il secondo posto nel medagliere, impresa mai più ripetuta. Il manifesto è caratteristico dell’epoca, del luogo e dell’art director dei giochi: Hugo Ballin, non solo artista a tutto tondo, ma anche scenografo e pittore, che passò per il mondo di Hollywood girando anche film in veste di regista e dipinse anche alcuni murales in diverse costruzioni nella zona.

Il poster è un progetto di Julio Kilenyi, scultore, raffigura l’antica usanza greca di inviare un giovane atleta ad annunciare la celebrazione dei giochi. Il risultato è quasi tridimensionale. Kilenyi modellò il progetto prima in argilla e poi lo fotografò, colorandolo solo nella fase litografica. L’uso delle ombre, la plasticità dei colori danno all’atleta raffigurato una dimensione plastica. Sembra quasi una foto di una statuina verniciata o, anticipando di decenni lo stile, quasi una visione in 3d del disegno. Può essere inquadrato post modernista, Tanto per la cronaca il 1932 è stato l’anno in cui a New York veniva ultimato l’Empire State Building e in Italia veniva presentata la Balilla 500.

 

Fig. 20

1936 Garmisch – Giochi invernali

La quarta olimpiade invernale ebbe come teatro Garmisch, nella Germania pronta a far da negativa protagonista del decennio successivo. Venne introdotta per la prima volta nelle olimpiadi invernali la fiamma olimpica. Il poster, con diciture in francese (lingua ufficiale) mostra un mezzo busto di un atleta dalle fattezze ariana, armato di fucile e abbastanza minaccioso nella sua tenuta scura. Solo la pettorina con il simbolo olimpico provvede ad ammorbidire un po’ i toni. L’autore del manifesto dei giochi invernali era architetto e artista del regime tedesco Ludwig Hohlwein. Stabilitosi a Monaco di Baviera, iniziò la sua carriera di architetto, non disdegnando la carriera di grafico. Fra il 1906 e il 1914 raggiunse l’apice nei lavori orfici e nella realizzazione di poster. Fece scuola presso i grafici pubblicitari del tempo e fece scuola creando lo Hohlweinstil.

Fig. 21Con l’inizio della prima Guerra mondiale la produzione di Hohlwein si orientò verso la causa patriottica: molti manifesti vennero dedicati al sostegno dello sforzo bellico, alla mobilitazione, al soccorso dei feriti, dei mutilati e dei prigionieri di guerra. Iscritto al partito nazionalsocialista Ludwig Hohlwein produsse una gran quantità di opere di eccezionale qualità grafica per il NSDAP e le sue organizzazioni collaterali. Apparvero negli anni trenta i famosi manifesti per le SA, le SS, l’Hitlerjugend, il BDM, il Winterhilfswerk che rappresentavano lo Zeitgeist con straordinaria efficacia.

 

 

 

Fig. 22

1936 Berlino

Disegnata da Johannes Boehland la Campana tedesca che vede incisa l’aquila ariana che sovrasta i cinque cerchi e la scritta che è un appello alla gioventù mondiale. Minacciosa, tetra, come l’aria che si respirava in quel tempo. Il manifesto invece ricalca il realismo eroico del nazismo. Ci si chiede come mai si decise di far disputare i giochi nella patria di Hitler, ma la decisione venne presa dal Comitato olimpico nel 1931, quindi prima dell’ascesa al potere del dittatore e nonostante le proteste di vari paesi le olimpiadi si svolsero a Berlino. Si parla dell’organizzazione più efficiente mai vista in un olimpiade moderna. Un dispendio di mezzi di comunicazione senza precedenti, con l’utilizzo di manifesti, l’uso della radio e della propaganda tedesca e di maxi schermi piazzati in diverse piazze. Addirittura venne girato l’unico film “vero” rimasto nella storia per aver celebrato il mito ariano “Olympia” realizzato dalla documentarista Leni Riefenstahl. La storia delle quattro vittorie olimpiche dell’americano di colore Jesse Owens davanti al Führer fanno parte della mitologia olimpica. Il poster, opera dell’artista berlinese Franz Wurbel, sempre minaccioso con il volto granitico di un atleta/olimpico/ariano cinto di alloro e con un’aureola formata dai cinque cerchi. Di quinta i cavalli della quadriglia della Porta di Brandeburgo in controluce sembra si alzino minacciosi ed accolgono la scritta con un lettering classico per il paese.

Fig. 23Con la seconda guerra mondiale si interruppe la celebrazione delle Olimpiadi invernali. I Giochi invernali del 1940 originariamente erano stati assegnati al Giappone e si sarebbero dovuti tenere a Sapporo, ma nel 1938 il CIO decise di toglierglieli a causa del coinvolgimento nella guerra in Cina. Sede alternativa venne scelta Sankt Moritz, che aveva ospitato i Giochi nel 1928, ma la Svizzera dovette rinunciare a causa del persistere del divieto del CIO che impediva ai maestri di sci di competere ai Giochi, in quanto considerati professionisti. Nel 1939 Garmisch-Partenkirchen si fece avanti per organizzare nuovamente i Giochi, ma a causa dell’invasione tedesca della Polonia, nel 1939, le Olimpiadi vennero cancellate. Lo stesso avvenne per i Giochi invernali del 1944, previsti a Cortina d’Ampezzo.

 

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Da Atene a Stoccolma

16 febbraio 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

olimpiadi-poster-Fig 51896 Atene

di Paolo Cagnotto. La prima olimpiade dell’era moderna si disputa ovviamente ad Atene, in Grecia, completamente diversa da come siamo abituati a vederla. Dalle cronache di allora rimangono alcuni capisaldi, come la dichiarazione ufficiale di apertura dei Giochi con la stessa formula di oggi e altre piccole cose, gareggiarono solo dilettanti, sportivi per hobby (proprio come li intendeva il suo ispiratore, De Coubertin). Il medagliere annota solo il primo e il secondo arrivato nelle nove discipline scelte. Il manifesto che solitamente viene proposto, non è altro che la copertina del rapporto ufficiale del Comitato Olimpico, perchè fino ai Giochi di Stoccolma non fu mai realizzato un poster dei Giochi. La grafica della copertina, in bicromia, richiama gli antichi giochi di Atene, con una figura femminile pronta a consegnare le foglie di alloro al vincitore. Così erano le corone che cingevano il capo degli imperatori e dei consoli Romani, dei vincitori, ma anche dei poeti e dei letterati.  I Greci lo consacrarono ad Apollo, l’aroma sottile e penetrante richiamava le capacità profetiche di questo dio e delle sue sacerdotesse. In un cornicione nella parte alta del manifesto è visibile il richiamo ai primi giochi, Sulla base del pavimento sul quale poggia la colonna la scritta in francese che sottolinea l’internazionalità della competizione e la scritta che vola sulla destra: Olimpiade di Atene con caratteri ripresi dall’antico alfabeto greco.

 

 

olimpiadi-poster-Fig 6

Parigi Fig. 7

 

1900 Parigi

Evento collaterale alla grande Esposizione Universale, la seconda olimpiade, disputata in Francia, in casa dell’ispiratore dei giochi, a quanto risulta dalle cronache del tempo, fu un vero flop (come si direbbe oggi). Qui siamo in presenza di un manifesto (autore Jean Pal) che è però il poster dell’esposizione Mondiale di Parigi. Una medaglia giganteggia nel centro del manifesto, occupandone quasi tutto lo spazio. Alla base l’orgoglio francese della Tour Eiffel circondata dalle costruzioni e da quanto messo in piedi per l’Esposizione Universale. La stessa scritta, più  appariscente dell’olimpiade stessa è incisa sulla medaglia raffigurante la Vittoria Olimpica. Solo in testa al manifesto appare la scritta in francese Jeux Olimpiques, con abbinamento di colori e lettering quanto mai accartocciato, frivolo quanto basta per rispecchiare il momento giocoso rappresentato dall’avvenimento Esposizione. In questo caso l’artista rimane anonimo. La grandiosità dell’Expo, con l’inaugurazione della metropolitana di Parigi fu la più sontuosa della storia ed è  in netta contrapposizione con l’asetticità del manifesto. Comunque appare più moderno proprio per questo, lineare, sembra quasi interpretare o anticipare il segno energico di almeno vent’anni dopo; nulla a che vedere con il gusto della dilagante belle epoque. Un peccato che non ci si sia serviti dei grandi maestri di allora per ricordare la manifestazione.

olimpiadi-poster-Fig 8

 

1904 St.Louis

Anche per questa edizione, e lo sarà anche per la successiva, la logica fu quella di abbinare i giochi all’esposizione che celebrava il centenario del passaggio della Louisiana agli Stati Uniti. Per la prima volta, in omaggio ai partecipanti statunitensi delle prime edizioni, i Giochi si svolsero oltre oceano. Sempre dalle cronache del tempo si evince che la partecipazione degli atleti non fu massiccia  e in alcune discipline, visto che gareggiavano solo atleti americani, la stessa gara aveva la doppia valenza di titolo nazionale e vittoria olimpica. L’art poster di fine secolo (versione americana dell’art noveau europea) con un po’ di commistione western è la tecnica usata per il manifesto dell’edizione del 1904, anche in questo caso si tratta della copertina del programma della St. Louis mundi fiera (designer St. John). Molto somigliante alle locandine degli spettacoli di Buffalo Bill e gli indiani a caccia di bisonti nei circhi.

olimpiadi-poster-Fig 9

 

1908 Londra

Non essendo stata molto convincente l’edizione precedente dei giochi, si decise di riportare la competizione in Europa e, nonostante l’abbinamento all’Esposizione Internazionale di Londra, gli storici rimarcano come l’organizzazione inglese riporta l’evento alla sua solennità. Perfino Re Edoardo VII fece da giudice in molte gare e per la prima volta venne allestito il villaggio olimpico. Dinamica la grafica inglese che però mescola nella stessa immagine cornici vittoriane con un disegno illustrativo di un gesto atletico molto pittorico, quasi da grafica filatelica, di un atleta colto nell’attimo del suo gesto sportivo. L’impressione che ne deriva è diviso a metà fra l’insegna di un pub e una palina indicatrice di un campo di cricket. Il letterina, così come lo intendiamo, è inesistente perchè  anche in questo caso si tratta della copertina del programma dei Giochi (artista As Cope).

 

olimpiadi-poster-Fig 10Il primo vero manifesto olimpico

1912 Stoccolma

Furono fatti veramente molti passi avanti nell’organizzazione generale dei giochi. Apparve per la prima volta la bandiera olimpica. Molte le novità tecniche introdotte come il cronometraggio elettrico ed il fotofinish. Si entrava così  nella modernità. Dal punto di vista sociale si riscontra l’estensione della partecipazione femminile a varie discipline e da quello storico l’ultima presenza della Russia dello Zar e l’ingresso del Giappone, Finalmente spunta anche il primo manifesto olimpico. Una delle misure più importanti adottate in relazione con il lavoro di pubblicità , fu l’adozione di un poster ufficiale. Il Comitato Olimpico Svedese, durante una riunione svoltasi il 27 giugno 1911, scelse il poster di Olle Hjortzberg, della Royal Academy che rappresentava la marcia delle nazioni: ogni atleta portava una bandiera sventolante per l’obiettivo comune dei Giochi Olimpici. Il manifesto svedese dei giochi è finalmente più d’impatto: un atleta disegnato in primo piano a figura intera, nudo, per rimarcare l’antica origine ateniese dei giochi e uno sventolio di bandiere e vessilli che anticipano di parecchio l’arte fumettistica. Molto cromatismo, una grande pulizia del segno. Ispirato al movimento di disegnatori di poster del Plakatstil, nato nel 1890 in Germania. Il lettering è  chiaro e forse fin troppo colorato e monocromo, tanto da impastarsi e sparire visivamente nella parte bassa della composizione.

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La grafica nelle Olimpiadi

11 febbraio 2014 • Olympic GraphicsComments (0)

di Paolo Cagnotto. Ogni manifestazione moderna, ogni evento di medio o grande richiamo, è caratterizzato da una grafica che la identifica. Ogni occasione di spettacolo, business, interesse generale ha bisogno di una riconoscibilità che passa attraverso un segno grafico distintivo che sia il marchio di fabbrica, il vestito, la rappresentazione visiva in sintesi di tutti i meccanismi mediatici che gli ruotano attorno, ma anche fonte di investimento e di guadagno, attraverso royalty o diritti d’autore o di concessione o di utilizzo.

La manifestazione organizzata più importante del mondo è senza dubbio l’olimpiade moderna.

Le olimpiadi, iniziate nel 1896 e volute dal Barone De Coubertin hanno una storia che, dopo aver toccato il diciannovesimo secolo, attraversa tutto il ventesimo secolo e giunge fino a quello attuale con l’edizione invernale di Sochi del 2014, e del 2016 a Rio.Cinque cerchi Fig. 2

Da una serie di studi e ricerche, che ogni tanto si rinnovano, il logo più riconosciuto al mondo è quello che raffigura i cerchi olimpici. Cinque anelli intrecciati che la tradizione vuole rappresentino i cinque continenti della terra legati da un vincolo di unione e fratellanza, pur nella distinzione dei colori che li raffigurano. La versione ufficiale dice che si tratta dei cinque colori utilizzati in tutte le bandiere del mondo, collocati su uno sfondo bianco. Anche se non riconosciuta come versione ufficiale dal CIO, il Comitato Internazionale Olimpico, l’organismo che organizza i Giochi, i colori sarebbero associati ai continenti con i seguenti abbinamenti: azzurro – Oceania; nero – Africa; rosso – America; giallo – Asia e verde – Europa.

L’iconografia ufficiale dei giochi utilizza non solo i cinque cerchi, ma di volta in volta, vengono scelti alcuni strumenti che caratterizzano il paese ospitante, in base a diversi parametri. Molto causali e naif nelle prime edizioni, anche se rigorosamente rispettosi e molto più coordinati per tutti gli utilizzi nelle edizioni più moderne. Per quasi tutto il novecento, per esempio, non esisteva la tecnica 3D, la computer grafica quindi certe soluzioni non erano nemmeno ipotizzate. Così come l’utilizzo intensivo dei mezzi di comunicazione e delle dirette televisive. Ora l’immagine coordinata di ogni edizione abbraccia tutto lo scibile della conoscenza delle comunicazioni di massa e utilizza la sapienza tecnologica, artistica e di advertising dei vari professionisti della comunicazione nei vari comparti, dai grafici ai webmaster, alla post-produzione, al merchandising.

Per le prime edizioni la scelta cadeva inesorabile sulle cose essenziali che dovevano rappresentare in modo simbolico l’evento. Quindi, accanto all’immagine forte e trainante (l’unica che è rimasta dalla prima all’ultima edizione e rimarrà per sempre), quella dei cinque cerchi. Dapprima apparve un manifesto/marchio che si sdoppia in poster e logo. A questi furono affiancati: il motto, l’inno (che viene utilizzato ancor oggi) e la fiamma olimpica. Quella che serve per accendere il braciere olimpico nelle cerimonie di apertura dei giochi. Alla fiamma olimpica non venne da subito riconosciuto un valore visivo, ma si trattava solo di un gesto simbolico. Se si riesce a sfogliare qualche raccolta fotografica delle olimpiadi si vedrà che le fiaccole utilizzate nelle prime edizioni non si distinguevano per un particolare design, ma frutto della capacità di singoli artigiani e scelte in modo spesso casuale. Le medaglie sono l’altro elemento che nel corso degli anni ha subito un’evoluzione migliorativa dal punto di vista dell’immagine. Dal semplice oggetto di conio (differenziate in oro, argento e bronzo) con dicitura dell’anno, della manifestazione, della disciplina e del luogo, sono diventate pian piano, veri oggetti di design e di ricordo nell’immaginario collettivo. Fra le più riuscite in termini moderni si possono citare le medaglie studiate per le olimpiadi invernali del 2006 di Torino: una soluzione che prevedeva una medaglia con il buco all’interno, che ne facevano una sorta di disco; di Vancouver con un conio non tradizionale a circonferenza sfaccettata irregolare.

Medaglia Vancouver fig. 3

Medaglia Torino Fig. 4Dal 1968, mutuate dalle squadre statunitensi, fecero il proprio debutto fra le simbologie olimpiche, anche le mascotte. La prima mascotte era rappresentata da uno sciatore stilizzato, utilizzata all’inizio come ìportafortunaî per identificare anche con un segno grafico meno serioso del poster/manifesto o del logo, la nazione ospitante, in quell’anno fu la Francia con un’omino, uno sciatore stilizzato di nome Schuss ad aprire la serie di questi pupazzi/animaletti. La prima mascotte apparsa a livello internazionale, va ricordato, era di due anni prima per un evento sportivo secondo solo alle olimpiadi, i mondiali di calcio del 1966 in Inghilterra con il leoncino Willy.

Discorso a parte che segue un po’ il filone del conio per le medaglie, meritano i francobolli e gli annulli filatelici. I francobolli, sempre a corso legale, richiamano in genere i manifesti ufficiali o sono divisi in serie dedicate alle varie discipline, fra quelle più seguite.

In questo nuova sezione del sito faremo una carrellata dei segni grafici riguardanti il manifesto, il logo e la mascotte olimpica per ogni edizione dell’evento estivo e di quello invernale, in comparazione con l’arte della comunicazione e della grafica predominanti in ogni periodo per le oltre 30 edizioni dell’Olimpiade estiva e per le oltre venti dei giochi invernali.

L’intera storia del ventesimo secolo può anche essere vista attraverso la visione analitica dei manifesti celebrativi, pur nel loro limite dell’ambito grafico/semiologico. Il messaggio dei manifesti olimpici ha come destinatario l’intera umanità occidentalizzata. E’ un messaggio semplificato, con una simbologia tale da poter essere decifrata da tutti. Deve comunque cercare di coniugare i concetti di fratellanza, di pace, della celebrazione dello sport, dei suoi ideali. L’amicizia fra i popoli ma deve anche esprimere le capacità organizzative del paese che ospita la manifestazione. Una scoperta fra le tendenze socio-culturali dei vari lustri e una panoramica del gusto e dei cambiamenti delle varie epoche.

 

 

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