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Sochi, i Giochi sono aperti

7 febbraio 2014 • Sport news

Il 3 agosto 1980, a Mosca, l’allora presidente del Cio Lord Michael Killanin chiuse i Giochi Olimpici del grande boicottaggio ricordando, amareggiato: “lo sport è purtroppo mischiato alla politica”. Oggi, più di 30 anni dopo, Dmitrij Chernyshenko, presidente del comitato organizzatore dei Giochi invernali di Sochi, ribadisce: “pensiamo solo allo sport”. Intanto, proprio mentre le autorità ufficiali stanno parlando, gira un tweet su Evgenij Vitiško, militante ecologista. Secondo Amnesty, è stato arrestato con un pretesto: lo avrebbero fermato (e condannato a 15 giorni di prigione – casualmente corrispondenti al periodo olimpico) per impedirgli di accusare le autorità russe e l’organizzazione di danni ambietali durante la costruzione degli impianti. Vitiško viene apertamente definito “il primo prigioniero di coscienza delle Olimpiadi invernali di Sochi”. Intanto, da non molto, è rimbalzata una notizia inquietante: è stato sventato un tentativo di dirottamento di un aereo ucraino, con 110 passeggeri; varie testimonianze riportano che il pirata dell’aria avrebbe cercato di obbligare il comandante a fare rotta verso Sochi. L’aeroplano è poi atterrato a Istanbul, ma l’avvenimento, unito alle minacce recapitate ad atleti e comitati olimpici e alla stessa sicurezza dei Giochi, rende difficile parlare solo di sport. Tanto più che, nel corso della spettacolare cerimonia di apertura, ampio spazio è stato dato alla storia russa, da Pietro il Grande a oggi. Compreso, quindi, il periodo sovietico. Che per alcuni è stato trattato in modo “neutro”, per altri con un certo favore. Un tweet criticava “il livello di comunismo in queste cerimonie”, e non era l’unico a farlo. Difficile capire chi abbia ragione: facile osservare che pensare solo allo sport sia diventato un vero percorso a ostacoli.

Anche perché, se vogliamo, quasi mai ai Giochi Olimpici si è pensato solo allo sport. Volente o nolente. Anche senza prendere in causa i casi più eclatanti, come i “Giochi gemelli” di Berlino 1936 e Pechino 2008, o quelli di Mosca 1980, non possiamo fare a meno di ricordare che sono state molte le edizioni in cui la politica l’ha fatta da padrona. Per esempio: a Londra 1952 ci fu il mancato invito di Germania e Giappone sconfitti in guerra. A Melbourne 1956, la finale di pallanuoto Ungheria-Urss fu trasformata in un duello all’ultimo sangue: la ferita dei carri armati sovietici a Budapest, che aveva soffocato le speranze dell’Ungheria libera, era fresca fresca. Nello stesso modo, a Messico 1968, Tommie Smith e altri atleti americani denunciarono lo scandalo del razzismo in patria: il guanto nero a pugno che Smith e Carlos mostrarono sul podio dei 100 metri fa parte a pieno titolo della storia dei Giochi. Mentre l’allora Cecoslovacchia mandò gli atleti vestiti a lutto, per la drammatica invasione sovietica e la fine della Primavera di praga. La tragedia di Monaco 1972 – che rappresentò la fine dell’innocenza olimpica – portò la guerra all’interno del villaggio. Da Montreal a Los Angeles fu la volta dei boicottaggi.

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