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Sport news


Le star del wrestling sul ring della beneficenza

5 marzo 2015 • Sport newsComments (0)

La Wwe si dà al crowfunding. La principale federazione di wrestling professionistico Usa ha infatti lanciato, sulla piattaforma Indiegogo (www.indiegogo.com), la raccolta fondi Superstars for Hope a favore di Special Olympics e del Lucile Packard Children’s Hospital di Stanford in onore della Connor’s Cure (una terapia contro il cancro). La notizia è stata comunicata su Twitter da Stephanie McMahon, brand manager della Wwe, e da due leggende del wrestling: Hulk Hogan e John Cena. Per effettuare le donazioni è sufficiente raggiungere l’indirizzo internet SuperstarsforHope.com, indicare l’importo scelto e confermare la scelta. La campagna, aperta il 26 febbraio, durerà fino al 31 marzo e ha un obiettivo minimo di 200mila dollari (finora, la raccolta ha già quasi raggiunto il 50% del target); ad aprire le danze, due donazioni di 25mila dollari ciascuna, erogate dalla stessa Wwe e dalla San Francisco 49ers Foundation (fondazione legata alla squadra californiana di football americano). Tra gli ambasciatori dell’iniziativa ci sono le giornaliste Joan Lunden (ex conduttrice Abc di Good morning, America) e Katie Couric (Yahoo News), l’attrice e cantante Jordin Sparks, l’attore Kellan LutzColin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers,
Superstars for Hope prosegue l’impegno della Wwe nella ricerca contro il cancro e precede altre iniziative di beneficenza lanciate dalla comunità del wrestling, in vista di WrestleMania 31, principale evento annuale della lotta-spettacolo previsto per il 29 marzo al Levi’s Stadium di Santa Clara.
“Il sostegno della Wwe a Special Olympics ci offre una piattaforma unica dalla quale poter raggiungere, educare e accogliere tantissimi nuovi fan e atleti nel nostro movimento”, ha affermato Janet Froetscher, ceo di Special Olympics. “Il grande lavoro che facciamo in tutto il mondo per creare comunità di accoglienza e di rispetto per tutti avrà successo solo quando il mondo darà seguito alla nostra chiamata a giocare uniti per vivere uniti”.

Special Olympics è programma internazionale di allenamento sportivo e competizioni atletiche per diversamente abili intellettivi. Il Lucile Packard Children della Stanford Children’s Health è un ospedale specializzato nella cura dei bambini e delle donne incinte.

 

A. Z.

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Bach invita Dilma a Olimpia

24 febbraio 2015 • Cinque cerchi e un pallone, Sport newsComments (0)

Thomas Bach, presidente del Cio, ha invitato Dilma Rousseff alla cerimonia per l’accensione della fiamma, che si svolgerà – come di consueto – a Olimpia alcuni mesi prima dei Giochi. Il numero uno del Comitato olimpico internazionale ha ufficializzato l’invito durante l’incontro con la presidenta del Brasile che si è svolto oggi, 24 febbraio, al Palácio do Planalto di Brasília, e che ha preceduto il comitato esecutivo del Cio, che si terrà a Rio dal 26 al 28 di questo mese. Scontato il sì entusiasta della Rousseff.

Come da tradizione, la fiamma viene accesa a Olimpia grazie a uno specchio parabolico concavo, che attira raggi del sole, e raggiunge poi la sede dei Giochi moderni dopo un lungo percorso, che solitamente visita varie città del mondo. Nel caso di Rio, la fiaccola arriverà in Brasile tra i 90 e i 100 giorni prima della cerimonia di apertura e toccherà tutti gli stati brasiliani. In tutto, il fuoco di Olimpia percorrerà 20mila chilometri e sarà portata da circa 10mila tedofori. L’arrivo al Maracanã avverrà, come da copione, per la cerimonia di apertura, prevista per il 5 agosto 2016.

A. Z.

Foto (CCRosso Robot

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Biglietti olimpici, prenotazioni aperte

16 gennaio 2015 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Finalmente i biglietti olimpici. Il comitato organizzatore di Rio 2016 ha comunicato la roadmap per la vendita dei 7 milioni e mezzo di tagliandi in vendita. Gli sportivi dovranno registrarsi al sito http://ingressos.rio2016.com per assicurarsi di ricevere le ultime informazioni sui biglietti, il calendario delle competizioni e le comunicazioni sulle date chiave che scandiranno il percorso di vendita dei tagliandi. I residenti in Brasile potranno partecipare a due sorteggi di tagliandi: quello di marzo 2015 e quello del successivo luglio. I non brasiliani avranno la possibilità, invece, di rivolgersi ai rivenditori autorizzati, ognuno per federazione, scelti dai comitati olimpici e dall’organizzazione dei Giochi. Per i cittadini europei è possibile rivolgersi a ciascuno dei rivenditori autorizzati nell’Ue. Per esempio: un cittadino italiano può utilizzare anche il canale polacco, un francese quello tedesco e via dicendo. La lista dei rivenditori sarà ufficializzata il prossimo marzo al sito www.rio2016.com/tickets e sarà inviata agli utenti registrati con un’apposita alert (per l’accesso via telefono mobile o tablet, http://mobile.rio2016.com/en#/tickets).

Più di metà dei biglietti saranno disponibili al prezzo di 70 real (circa 23 euro), mentre i più economici ne costeranno 40 (circa 13 euro). La finale del torneo di calcio va dai 380 (posto più economico) ai 900 real (posto più caro), vale a dire dai 126 ai 298 euro circa; per l’atletica, il prezzo più basso è di 100 real (33 euro) per le eliminatorie nel settore più economico, quello più alto per la tribuna delle super-finali, per cui bisognerà sborsare 1.200 real (398 euro). Settanta real (23 euro), invece, per il ciclismo su strada.

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Le medaglie olimpiche saranno “riciclate”

4 novembre 2014 • Sport newsComments (0)

Le medaglie di Rio 2016 saranno composte anche di materiale riciclato, proveniente da dispositivi elettronici. Lo comunica il comitato organizzatore dei Giochi. L’iniziativa è parte del piano di sostenibilità ambientale della manifestazione. Saranno 4.924 le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo a essere coniate, oltre alle 75.000 per la partecipazione alla kermesse olimpica e a quella paralimpica. A produrle sarà la Casa da Moeda do Brasil, la zecca brasiliana controllata dal ministero delle Finanze. La partnership tra il comitato organizzatore di Rio 2016 e la zecca è stata siglata dai due presidenti, Carlos Arthur Nuzman e Francisco Franco.

Guido Berger

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Rio 2016, Malagò è ottimista

3 novembre 2014 • Sport newsComments (0)

Ai prossimi Giochi olimpici l’Italia arretrerà nel medagliere? Non è per niente detto. A sostenerlo è Giovanni Malagò, presidente del Coni. L’occasione è la conferenza stampa svoltasi alla palestra Fipe del Centro di Preparazione Olimpica dell’Acquacetosa (Roma) per presentare la squadra azzurra di sollevamento pesi, impegnata il prossimo 8 novembre ai Mondiali di Almaty (Kazakhstan). “Qualcuno dice che a Rio perderemo qualche medaglia, ma non è detto”, ha affermato il presidente del Coni. “Alcune le perderemo per un problema di programma olimpico” (ai prossimi Giochi non è previsto il fioretto femminile a squadre, a causa della rotazione delle discipline nella scherma). “Ma non ci piangiamo certo addosso: la mia speranza è che andiamo a conquistare qualche medaglia dove non ne abbiamo mai prese. Penso al tennis, al triathlon e anche ai pesi. Non dico che ci conto, perché sarei un incosciente. Ma ci spero. E se non ci saremo a Rio, ci saremo a Tokyo. Dobbiamo sostituire un serbatoio di medaglie tradizionali con altre discipline. Se arriveranno medaglie – e, penso, avremo belle sorprese – saranno sicuramente medaglie pulite”.
Nel sollevamento pesi, in particolare, le maggiori speranze azzurre sono riposte in Genny Pagliaro, argento ai Mondiali 2011 nella categoria fino a 48 kg, ma non qualificata per i Giochi di Londra 2012. Ma, tra gli sport citati da Malagò, è il tennis (femminile) a offrire più possibilità di podio: la coppia Errani-Vinci ha chiuso, per il secondo anno consecutivo, la stagione al primo posto nella classifica Wta del doppio. Le ragazze sono in cima al mondo da 60 settimane di fila: solo la zimbabwese Cara Black e la sudafricana di passaporto Usa Liezel Huber hanno fatto meglio.

A.Z.

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James Rodriguez, “diez” e lode

21 ottobre 2014 • Sport newsComments (0)

di Lorenzo Zacchetti. Fa davvero una certa impressione pensare che la stella dell’ultimo mondiale sia stato vicinissimo ad indossare la maglia della Sampdoria. E non una sola volta, bensì due.

Il primo ammiccamento tra il colombiano e i blucerchiati fu nel 2010, quando il Banfield era pronto a cederlo per 4,5 milioni di euro. Un prezzo decisamente stracciato, rispetto agli 80 milioni investiti questa estate dal Real Madrid, ma all’epoca la dirigenza doriana giudicò la richiesta eccessiva e l’affare sfumò. Il secondo contatto avvenne l’anno successivo, quando Garrone era alla ricerca dell’erede di Cassano. Rodriguez nel frattempo era passato al Porto e i lusitani avevano capito di avere per le mani un potenziale gioiello del quale non era saggio privarsi. Ancora una volta, non se ne è fatto nulla.

Con la conquista di tre campionati, tre supercoppe, una coppa del Portogallo e una Europa League, la profezia dei dirigenti del Porto si è avverata: nell’estate del 2013, appena riconquistato il suo posto in Ligue 1, l’ambizioso Monaco ha dovuto investire ben 45 milioni di euro per portare il trequartista colombiano nel Principato.

Appena un anno dopo, la sua quotazione si è quasi raddoppiata, grazie allo straordinario mondiale nel quale ha vinto il titolo di capocannoniere con 6 gol, dei quali il secondo al Giappone è stato considerato unanimemente il più bello della manifestazione. Al di là dell’assurdo premio assegnato dalla Fifa a Lionel Messi, il mondo del calcio non ha avuto dubbi nell’indicare in Rodriguez e Neuer le vere stelle di Brasile 2014. Insieme a Toni Kroos, fresco vincitore del titolo iridato con la sua Germania, “El Diez” è andato ad arricchire il firmamento dei “Galacticos” madrileni, la cui bulimia di campioni pare davvero incurabile.

Per inserire in squadra il colombiano, Carlo Ancelotti ha modificato l’assetto tattico con il quale era riuscito a conquistare la storica decima Champions League nella storia del Real. Dal 4-3-3 è quindi passato al 4-2-3-1, con Bale, Rodriguez e Ronaldo alle spalle di Benzema, protetti alle spalle da due centrocampisti da scegliere a rotazione nell’abbondante rosa stipendiata da Florentino Perez. Il nuovo ciclo delle “merengues” è cominciato alla grandissima: la vittoria della Supercoppa europea contro il Siviglia è stata fin troppo facile e dopo la doppietta di Cristiano Ronaldo il Real è parso addirittura tirare i remi in barca per non infierire sui malcapitati connazionali. Sulla carta, sembra davvero difficile trovare una squadra che possa contendere la supremazia continentale ad Ancelotti e i suoi ragazzi. Gli unici problemi potrebbero derivare dalla quadratura tattica, perché contro avversari meglio attrezzati del Siviglia potrebbe non risultare semplicissimo schierare contemporaneamente i quattro moschettieri e mantenere il necessario equilibrio.

Con la scelta di acquistare Rodriguez si è però posto con chiarezza un tema che il 4-3-3 escludeva per sua natura, ovvero la presenza di un classico numero 10. “Un giocatore deve fare quello che gli chiede l’allenatore, nell’interesse della squadra”, dice James. “Fin da giovanissimo ho imparato a giocare in diverse posizioni, dalla fascia laterale al ruolo di attaccante puro, ma per mia natura sono un dieci. Al mondiale ho dato il massimo nel trio offensivo, giocando alle spalle delle due punte pure”. Forse Pekerman lo avrebbe utilizzato in un’altra zona del campo se non avesse dovuto fare a meno di Radamel Falcao, compagno di squadra di Rodriguez nel Monaco, escluso dal mondiale per via di un grave infortunio al ginocchio. Senza il principale realizzatore della nazionale colombiana, il c.t. ha voluto rinforzare il reparto offensivo concedendo maggiore libertà d’azione al talentuoso ventitreenne.

I risultati sono noti. Dopo uno straordinario mondiale, Rodriguez ha realizzato il sogno lungamente cullato di giocare nel Real Madrid, la squadra che accendeva la sua fantasia “fin da quando c’erano campioni straordinari come Ronaldo (quello brasiliano), Zinedine Zidane, David Beckham, Roberto Carlos e Fernando Hierro”. Il feeling con le “merengues” si è consolidato lo scorso 24 maggio a Lisbona: James non solo è andato a tifare per la squadra dei suoi sogni, ma si è fatto anche fotografare con il match-winner Sergio Ramos.

“Giocare con gente come lui è un grande onore”, ammette il giovane campione. “Toni Kroos lo conosco dai tempi del mondiale Under 17, nel quale siamo stati avversari, e rappresenta un grande colpo per il Real Madrid. Un altro che già conoscevo è Cristiano Ronaldo, perché abbiamo lo stesso procuratore, Jorge Mendes, ed ho già avuto modo di apprezzarlo per la grande persona che è. La prima volta che sono stato al Bernabeu ne sono rimasto letteralmente incantato e sognavo che un giorno sarebbe diventato il mio stadio. L’ambiente mi piace moltissimo, anche perché tutti hanno fatto del loro meglio per farmi sentire il benvenuto. Qui ci sono così tanti grandi calciatori che nessuno può sentirsi indispensabile. Siamo tutti chiamati a contribuire in ugual misura al successo della squadra e nessuno può sentirsi certo del posto da titolare. Rispetto molto tutti i miei compagni, a partire da quelli che erano qui prima di me, e per ritagliarmi uno spazio sono disposto a giocare anche in altre posizioni, se Ancelotti me lo chiederà”. Nell’affollato spogliatoio dei “blancos” potrebbe presto arrivare anche Falcao: “Ne sarei felice. Ho giocato tanto tempo insieme a lui e sono certo che meriterebbe un posto in questa grande squadra”.

James è figlio d’arte. Suo padre Wilson ha giocato con Independiente Medellin, Cucuta, Tolima e le nazionali giovanili colombiane, ma senza mai arrivare alla prima squadra dei “Cafeteros”. Giocava da professionista anche suo zio Antonio, ucciso in circostanze mai chiarite. Dopo la separazione dei genitori, James è cresciuto con la mamma ad Ibaguè, dove ha iniziato a giocare nell’Academia Tolimense. Da bambino ha sofferto a lungo di balbuzie, problema che ha risolto con l’aiuto di un logopedista. Sul campo, invece, non ha mai mostrato la minima incertezza. A soli 15 anni ha debuttato da professionista con l’Envigado, per poi vincere il titolo argentino con il Banfield e quindi spiccare il fatidico salto verso il calcio europeo. E’ sposato con Daniela, sorella del portiere David Ospina, suo compagno in nazionale recentemente acquistato dall’Arsenal. E’ padre di una bambina, Salomè, e dopo ogni gol festeggia baciando il tatuaggio col suo nome sul polso destro. Segue con passione anche il basket ed ha un debole per LeBron James, anche per via dell’omonimia. Nonostante il successo ottenuto sul campo, non trascura l’istruzione e infatti sta studiando Ingegneria dei Sistemi seguendo corsi a distanza dell’Universidad Nacional. Il vero ingegnere dovrà però essere Carletto Ancelotti. Scorrendo la lista dei giocatori del Real in ordine di numero, si resta davvero impressionati: 7 Ronaldo, 8 Kroos, 9 Benzema, 10 James, 11 Bale. Ci sarebbe talento a sufficienza per tre o quattro grandi squadre. Comprimerlo tutto nella stessa richiederà l’acume tattico dell’entrenador, ma anche la massima disponibilità da parte dei diretti interessati.

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Valdano: due o tre cose che so sul calcio e leadership

20 ottobre 2014 • Sport newsComments (0)

di Lorenzo Zacchetti. Nel suo nuovo libro, il grande Jorge Valdano affronta una tematica centrale per ogni sportivo, mettendo in luce la valenza sociale e filosofica del gioco più belo del mondo

Valdano è decisamente un tipo strano. Anzi, è “sospetto”, come suggerisce Gianni Mura nella prefazione. Nel mondo del calcio è decisamente inconsueto che un atleta sia anche un intellettuale e che la sua propensione continui a svilupparsi in un percorso di successo che lo vede passare dal campo al ruolo di allenatore e poi da quello di dirigente a quello di scrittore. Secondo Simon Kuper, il più celebre antropologo del pallone, “nessuno parla di calcio come Valdano”. In effetti, il punto di vista dell’ex attaccante del Real e dell’Argentina campione del mondo ‘86 è decisamente particolare, perché sfrutta la propria esperienza personale per creare connessioni virtuose tra il pallone, la sociologia, la filosofia e l’economia arrivando così a parlare di “calcio come scuola di vita” senza mai cadere nelle banalità che quasi sempre scaturiscono da tentativi simili. Giustamente considerato uno dei più interessanti filosofi del calcio, Valdano considera lo sport “un grande laboratorio per analizzare l’essere umano e un divulgatore ineguagliabile, perché le sue stelle sono idoli in ogni angolo del mondo e anche perché non ha bisogno di traduzione. Per questo mi è sembrato il veicolo adeguato per trasferire le mie idee sulla leadership”. Idee che potrebbero tranquillamente essere applicate in tutti i campi della società, in particolare alla formazione dei manager, che sempre più spesso fa ricorso alla metafora sportiva.

L’obiettivo dichiarato dall’argentino è però più alto, di tipo culturale: “Prefiggetevi un solo obiettivo: essere felici. Mi sentirei davvero appagato se le virtù che ho appena condiviso vi aiutassero in tal senso”. La formula di “Le undici virtù del leader – Il calcio come scuola di vita” consiste appunto nell’analizzare il tema della leadership attraverso l’esplorazione di qualità che a loro volta vengono scomposte una ad una in esempi pratici, ricavati dalla ricchissima aneddotica alla quale può fare ricorso un uomo al quale il calcio ha regalato un bagaglio di esperienze unico al mondo. I continui riferimenti di Valdano ad episodi di campo e spogliatoio rappresentano uno dei principali motivi di interesse nella lettura di questo libro, a partire dai profili di giocatori e allenatori dei quali vi offriamo un gustoso assaggio nel box della pagina accanto.

Per spiegare cosa sia davvero un leader, vengono usate storia di vita vissuta come quella di Ronaldo e Roberto Carlos che si divertono palleggiando in un angolo dello spogliatoio del Real prima di una sfida decisiva di Champions League e il capitano Raùl, lanciato in prima squadra proprio da Valdano, che li fulmina con un impietoso “per vincere, quella roba lì non ci serve”. Sono molto interessanti anche i ricordi della finale dei mondiali 1986, nella quale a Valdano venne dato il compito di marcare il gigantesco Hans Peter Briegel, che secondo un commentatore radiofonico particolarmente spiritoso era la traduzione tedesca di “Ferrovie nazionali di Germania”. Dopo lo storico successo iridato, l’Argentina ebbe un curioso contrappasso e si trovò a soli sei minuti dallo stabilire il record negativo della più lunga sterilità offensiva della storia. La pressione della stampa era fortissima e il c.t. Carlos Bilardo decise di liberarsene facendo ricorso all’ironia: “Che non vi venga in mente di segnare prima del sesto minuto! Noi dobbiamo essere presenti in tutte le conversazioni!”. Nell’ottica di Valdano, davanti all’ironia ci sono soltanto l’etica e la credibilità. A più riprese invita a respingere la logica del “vincere a tutti i costi”, dichiarando tutta la propria ammirazione per personaggi di grande integrità come Di Stefano, Bielsa, Del Bosque e Rijkaard. Non poteva mancare, a questo proposito, un riferimento alle vicende del calcio italiano. Il trionfo del mondiale 2006 viene spiegato come un grande successo personale di Lippi, che seppe stimolare l’orgoglio di una squadra che forse non era la migliore della competizione come reazione alle infamie di “calciopoli”. Notando che l’argento di Euro 2012 fu preceduto da un altro scandalo legato alle scommesse clandestine, Valdano arriva ad ipotizzare l’esistenza di montature finalizzate proprio ad aumentare le chance degli azzurri.
Si tratta, ovviamente, di uso intensivo dell’ironia, perché l’autore predica bene e razzola altrettanto bene, con una capacità di scrittura e coinvolgimento del lettore davvero notevole.

Senza peli sulla lingua: elogi e stroncature di Valdano

JAVIER ZANETTI Non ha mai dimenticato che il calcio vive all’interno dell’economia, della società, della vita, e ha sfruttato la sua celebrità sportiva per creare una fondazione esemplare come la sua carriera. Il giorno del suo ritiro mi sarebbe piaciuto avere due cappelli: uno me lo sarei tolto davanti al calciatore, l’altro davanti al cittadino.

CARLOS TEVEZ Ha tutte le qualità del sopravvissuto: un uomo di carattere, astuto e con una grande capacità di adattamento.

ANTONIO CONTE Si tratta dell’allenatore più interessante di questa generazione. Ha restituito alla Juventus la credibilità etica.

MARIO BALOTELLI I voti calcistici generali si abbassano per colpa di alcune frivolezze psicologiche che in alcune occasioni lo collocano a metà tra un bambino capriccioso e un attore scadente.

GONZALO HIGUAIN Ha una grande personalità. Nel Real Madrid, quando era molto giovane, ha dovuto competere con Raùl, Van Nistelrooij e i due Ronaldo (il grasso e il magro). Non ha mai mostrato complessi di inferiorità.

ANDREA PIRLO Gestisce i tempi e gli spazi con una serenità da torero. è sinonimo di classe.

GARETH BALE Sono arrivato a pensare che ignori le leggi collettive del calcio, ma credo che il suo problema sia un altro. Si tratta di un uomo pagato una cifra che il suo gioco non arriva a giustificare. I gol, invece, sì.

CRISTIANO RONALDO Uno di questi giorni lo vedremo battere un rinvio dal fondo, spizzare il pallone al centro del campo e segnare, senza l’aiuto di nessuno. E in futuro lo racconteremo con la stessa ammirazione con la quale oggi si raccontano le prodezze di Alfredo Di Stefano.

LIONEL MESSI è un leader tecnico, ma nessuno si aspetti da lui dei discorsi ispiratori. Parla solo con i piedi. E sono discorsi straordinari.

JAVIER MASCHERANO Invece è un leader sociale, uno di quei soggetti che si fanno sentire nello spogliatoio perché hanno autorità morale. Nella semifinale contro l’Olanda ci ha mostrato l’intera enciclopedia della leadership.

JOSE MOURINHO Se Guardiola è Mozart, Mourinho è Salieri: sarebbe un gran musicista, se non esistesse Mozart. Insegue la vittoria in modo ossessivo ed esercita una leadership dominante che richiede un’autentica esibizione di potere.

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Da Ancelotti ad Ancelotti: la parabola discendente del calcio italiano

19 ottobre 2014 • Sport newsComments (0)

di Lorenzo Zacchetti. Mentre il Real punta a uno storico bis in campo europeo, il calcio italiano è sempre più impantanato nelle difficoltà che lo rendono un mero comprimario

Da quando esiste la Champions League, nessuna squadra è mai riuscita a vincerla per due edizioni di seguito. L’ultima squadra capace di fare il bis fu il Milan, che nel 1989 sconfisse in finale lo Steaua Bucarest con un netto 4-0 e nel 1990 replicò superando il Benfica per 1-0. Allora, però, la competizione si chiamava ancora “Coppa dei Campioni”: con la riforma del torneo più ricco ed affascinante del mondo, l’alternanza è diventata la regola.

Chissà che a infrangerla non sia il Real Madrid, che lo scorso maggio ha conquistato l’agognata “Decima” e che adesso può scrivere una nuova pagina della sua straordinaria storia realizzando la doppietta.
D’altronde, alla squadra che lo scorso anno è stata capace di realizzare l’impresa superando in extremis i sorprendenti cugini dell’Atletico di Simeone, nel corso dell’estate sono stati aggiunti due dei più acclamati calciatori del mondo: Toni Kroos, fresco del trionfo mondiale con la Germania, e James Rodriguez, che con la maglia della Colombia è stato la vera rivelazione di Brasile 2014.

Del sudamericano parliamo più diffusamente nelle prossime pagine, ma la voracità del Real è un dato di fatto che bene rappresenta l’opulenza del calcio spagnolo, così distante da quello italiano. Ripensando a quel grande Milan che divenne campione d’Europa per due anni di seguito, in primo luogo troviamo una significativa coincidenza nel fatto che uno dei suoi pilastri era Carlo Ancelotti, oggi allenatore proprio del Real, ed inevitabilmente apriamo un deprimente raffronto tra i rossoneri di allora e quelli di oggi. Arrigo Sacchi in quegli anni poteva contare su Baresi, Maldini, Gullit e Van Basten, mentre oggi Inzaghi deve fare del suo meglio con Abate, Muntari, Poli e Saponara. Anche della nuova carriera di Pippo parliamo più avanti. In un mercato che definire “low-cost” sarebbe eufemistico, va tenuta da conto l’abilità di Galliani, con la quale si riesce comunque a limitare i danni, ma senza soldi non si va lontano e non bisogna dimenticare che Fernando Torres, l’unico big ingaggiato in questa sessione, è arrivato al Milan con almeno dieci anni di ritardo rispetto ai primi corteggiamenti, dopo essere diventato un surplus nel Chelsea di Mourinho. Con tutta evidenza, non è un problema che riguarda solamente il Milan, anzi. Il paragone serve unicamente per inquadrare la nuova dimensione del calcio italiano, ormai distante anni luce dai livelli dei competitor spagnoli, inglesi e tedeschi.

Non è il caso di deprimersi, perché cicli negativi di questo tipo li hanno vissuti anche loro. Se ne può uscire con programmazione, managerialità e buon senso. Ciò che non induce all’ottimismo è il fatto che anche su questo argomento siamo in ritardo di circa un decennio e che la ben nota refrattarietà della classe dirigente italiana nei confronti del cambiamento non ha certo eccezione nel mondo del calcio, che al contrario è particolarmente conservatore.

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Tra campioni e programmazione: analisi del modello Arsenal

18 ottobre 2014 • Sport newsComments (0)

di Lorenzo Zacchetti. Dopo dieci anni di sacrifici economici legati alla costruzione dell’Emirates Stadium, i “Gunners” sono tornati a spendere con convinzione, per tornare grandi

Quante squadre italiane avrebbero resistito per dieci anni senza vincere niente ed evitando di cacciare l’allenatore? Arsène Wenger è uscito indenne da una decade senza trofei, anche perché nell’Arsenal lui non è “solo” un allenatore, ma un manager nel vero senso della parola ed ha giocato un ruolo decisivo nel progetto dell’Emirates Stadium. Il passaggio dal mitico Highbury al nuovo impianto di Ashburton Grove ha permesso ai “Gunners” di passare una capienza di poco più di 38.000 spettatori ad una superiore ai 60.000, ma il cambiamento non è stato indolore. Indebitato per oltre 500 milioni di euro, il club ha dovuto fare le nozze coi fichi secchi e a quel punto si è affidato in maniera totale a Wenger ed alla sua capacità di scoprire e lanciare giovani di talento. Altro che esonerarlo, il tecnico francese è diventato indispensabile, per una squadra che ha man mano dovuto cedere i vari Henry, Vieira, Hleb e Fabregas.

Dieci anni dopo, il cerchio sembra essersi chiuso. La squadra ha ripreso a vincere (lo scorso maggio la F.A. Cup, ad agosto il Community Shield) e la società ha ripreso a investire. In estate sono arrivati giocatori affermati a partire da Alexis Sanchez, ennesimo affare concluso con il Barcellona. La punta cilena è certamente il rinforzo più importante, ma non si è trattato di un’operazione isolata. Dopo una serie di prestiti, è rientrato a Londra l’attaccante costaricano Joel Campbell, messosi in luce al mondiale con un gran gol all’Uruguay. Ha ben impressionato in Brasile anche il portiere colombiano David Ospina, prelevato dai francesi del Nizza per contendere il posto da titolare al non stratosferico Wojciech Szczesny. Mathieu Debuchy è arrivato dal Newcastle per prendere il posto del connazionale francese Bacary Sagna, passato al Manchester City. Thomas Vermaelen invece è finito al solito Barcellona, dopo un periodo decisamente negativo, e al suo posto ora c’è il diciannovenne Calum Chambers, acquistato dal Southampton. Eliminata la pressione psicologica derivante dal lungo periodo a bocca asciutta, il nuovo Arsenal può concentrarsi sulla Premier League, traguardo raggiungibile solo superando ostacoli decisamente impegnativi come i due club di Manchester, il Chelsea e il Liverpool, che ancora non ha dimenticato il traumatico sorpasso subito la scorsa stagione. L’effettivo miglioramento dei “Gunners” dovrà essere misurato in particolare negli scontri diretti con le altre pretendenti al titolo, visto che l’anno scorso sono arrivate umiliazioni storiche come il 6-0 subito sul campo del Chelsea. C’è un precedente storico che rincuora i tifosi londinesi: nella stagione 1996/97 l’Arsenal ebbe un percorso simile (forte con le deboli, debole con le forti) e in estate Wenger rinforzò la squadra con alcuni nomi di peso quali Petit e Overmars, conquistando il “Double” nel campionato successivo. Il calcio è cambiato molto in questo arco di tempo, ma il segnale positivo dato con il secco 3-0 al Manchester City nel Community Shield corrisponde ad una robusta iniezione di ottimismo. Per la prima volta dopo tanti anni, l’Arsenal si presenta al ballo di gala con un abito senza toppe, che non ha molto da invidiare a quello delle altre debuttanti.

A proposito di abito, la situazione economica del club è cambiata anche grazie al sensazionale contratto siglato con il nuovo sponsor tecnico Puma, al termine di un rapporto ventennale con Nike. L’azienda tedesca si è legata ai “Gunners” per cinque anni, su una base annua superiore ai 34 milioni di euro. Si tratta della partnership più costosa nella storia del pur ricco calcio inglese e della seconda a livello europeo, visto che in cima a questa particolare classifica ci sono i 38 milioni di euro che Adidas paga al Real Madrid. Il quarto posto in Premier League ottenuto la scorsa stagione va quindi considerato come una base di partenza per un club che pur figurando nella top ten dei più ricchi del mondo non ha mai vinto la Champions League. Lo stesso si può dire per il Manchester City, che però è entrato in questa graduatoria solo recentemente, grazie all’arrivo del facoltoso sceicco Mansour.

Al contrario, i londinesi hanno seguito con pazienza monastica un percorso fatto di sacrifici e investimenti oculati, giungendo addirittura a sacrificare gli obiettivi sportivi per garantire un futuro sereno alla società. In questo, va apprezzata anche la maturità dei tifosi: anche in questo, il calcio italiano ha molto da imparare o, quantomeno, possiamo dire che tra l’isteria nostrana e la flemma eccessiva dei britannici si potrebbe trovare una più equilibrata via di mezzo. Nella sua diciannovesima stagione alla guida dell’Arsenal, Wenger non ha più molte da scuse da accampare. La squadra appare ben attrezzata per puntare in alto, sia in campo nazionale (dove i cugini del Chelsea sono diventati ancora più antipatici con l’arrivo dell’ex Fabregas), sia in campo europeo, dove il francese deve riscattare il dato statistico che lo vede come unico allenatore ad aver perso tutte e tre le finali delle competizioni Uefa: la Champions League nel 2006 contro il Barcellona, la Coppa Uefa nel 2000 contro il Galatasaray e la Coppa delle Coppe nel 1992 contro il Werder Brema, quando allenava il Monaco. Prossimo ai 24 anni, Aaron Ramsey è ormai maturo per essere l’uomo-guida dei “Gunners”. Con lui in campo, l’Arsenal ha una percentuale di vittorie del 70,6, che precipita al 55% quando il gallese non gioca. Averlo sempre in forma (al contrario di quanto accaduto lo scorso anno) è quindi vitale, anche perché è incredibilmente capace di fare tutto, dai contrasti agli assist vincenti. A illuminare il gioco pensa invece Mesut Özil, i cui lanci illuminanti possono esaltare un attacco nel quale i nuovi arrivati Sanchez e Campbell si aggiungono a Giroud, Podolski, Sanogo e Walcott. Non va trascurato nemmeno Serge Gnabry, esterno diciannovenne di padre ivoriano e madre tedesca. L’Arsenal lo ha scovato tre anni fa nel vivaio dello Stoccarda, ma finora non è riuscito a farlo rendere come nelle nazionali giovanili tedesche. Secondo Joachim Löw la sua esplosione è soltanto questione di tempo e se lo dice l’allenatore campione del mondo bisogna credergli per forza.

Per far crescere i talenti del futuro, l’Arsenal ha ingaggiato l’olandese Andries Jonker, ex assistente di Van Gaal al Bayern Monaco, e lo ha affiancato al mitico Liam Brady. Il nuovo responsabile del settore giovanile ha subito conquistato la simpatia di Daniel Crowley, diciassettenne che ha già esordito in prima squadra: “Jonker conosce il calcio come pochi altri al mondo ed ha formato tanti campioni. Con lui potrò migliorare molto, soprattutto dal punto di vista difensivo”. Tra i talenti valorizzati da Jonker ci sono anche i campioni del mondo Toni Kroos e Thomas Müller e dalla nazionale tedesca è arrivato anche il nuovo preparatore atletico, il quarantenne Shad Forsythe. Con il suo ingaggio, Wenger conta di evitare gli infortuni che lo scorso anno lo hanno lungamente privato dei vari Ramsey, Ozil, Oxlade-Chamberlain e Podolski. Tutto sembra pronto per ritrovare l’Arsenal ai vertici della Premier League, perché l’equilibrio finanziario va benissimo, ma non fa bella figura nella bacheca dei trofei.

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Ibra: c’era una volta il tiqui-taca

17 ottobre 2014 • Sport newsComments (0)

di Lorenzo Zacchetti. Con il suo modo di fare spaccone e provocatorio, il bomber del PSG è l’esatto contrario del collettivismo inventato da Guardiola, che tanto lo aveva penalizzato in Spagna. Ma che ora non va granché di moda. Il sistema di gioco con cui il Barcellona ha conquistato il mondo ha finito col dividere gli appassionati.

Michele Dalai è contemporaneamente scrittore ed editore, nonché tifoso interista e simpatizzante azulgrana. Eppure ha dato un titolo inequivocabile ad un suo libro: “Odio il tiqui-taca”. La sua bocciatura di questa filosofia di gioco è senza appello: “E’ un modo di giocare di una noia pazzesca. Ha funzionato solamente grazie al talento individuale dei vari Iniesta, Xavi e Messi, ma non è certo replicabile in nessuna altra squadra. Gli schemi d’attacco inventati da Guardiola possono anche essere esaltanti, ma per il resto il tiqui-taca è un disastro. E’ solamente un pressing ossessivo che serve a riconquistare il pallone il prima possibile”. Se la critica calcistica ha la caratteristica di essere praticamente insindacabile (riesce ad essere impermeabile persino ai risultati del campo), è certamente rilevante che il sistema di gioco in questione sia stato disconosciuto dal suo stesso inventore, cioè Guardiola. Anche in questo caso si tratta di un libro, perché Martì Perarnau ha seguito l’attuale allenatore del Bayern Monaco per 200 giorni, allo scopo di raccontarne gli aspetti meno conosciuti nella biografia “Herr Pep”.

Tra questi, come si legge nelle anticipazioni furbescamente diffuse dall’editore, c’è l’avversione per il tiqui-taca: “Lo odio. Il possesso della palla è solo uno strumento con cui organizzare il proprio gioco e cercare di portare disorganizzazione nello schieramento dell’avversario. Senza una sequenza di almeno quindici passaggi, una buona transizione tra attacco e difesa è impossibile”. Non a caso queste opinioni dissacranti vengono fuori soltanto oggi, perché mettere in discussione il Barcellona nel momento in cui dominava il mondo sarebbe stato veramente inaccettabile. La scorsa stagione i catalani sono stati frustrati nelle loro ambizioni dal sorprendente Atletico Madrid di Simeone, che oltre a vincere la Liga nello scontro diretto al Camp Nou ha eliminato Messi e compagni nei quarti di finale della Champions League.

“E’ finito un ciclo”, ha commentato a caldo Javier Mascherano. “Qui bisogna imparare ad abituarsi all’idea che vincere è un’eccezione, la regola è perdere”. La scorsa estate non ha sancito soltanto la fine della dominazione azulgrana, ma anche di quella della nazionale spagnola. Dopo un mondiale e due europei consecutivi, le Furie Rosse hanno rimediato una figura barbina al mondiale brasiliano, venendo eliminate già al primo turno. A meno di clamorosi ribaltoni, nel sempre volubile mondo del calcio vanno quindi in naftalina la ragnatela di passaggi, il dogma del pallone rasoterra ed anche quello del “falso nueve”, sul cui altare era stato sacrificato persino il mitico Ibrahimovic. L’unica stagione spagnola dello svedese è stata clamorosamente negativa anche per le particolari convinzioni tattiche di Guardiola. Ibra era arrivato dall’Inter per sostituire Eto’o, partito in direzione opposta, ma in corso d’opera il Pep si inventò Messi centravanti, per via di quel particolare modo di giocare che prescindeva dalla presenza di un vero e proprio riferimento centrale. “Guardiola sarà pure un bravo allenatore, ma è un uomo senza palle”, ebbe modo di osservare lo svedese con la sua tipica temperanza. “A un certo punto ha deciso di sostituirmi con Messi, ma non ha avuto nemmeno il coraggio di dirmelo. Messi è senza dubbio un giocatore brillante, ma io segnavo più gol di lui. Messi si era lamentato con Guardiola e questo era il problema. Guardiola voleva farmi correre su e giù per il campo. È qualcosa che posso fare, ma non per molto: peso 100 chili. Dopo quattro o cinque partite mi stanco. Chi mi compra, compra una Ferrari. E chi ha una Ferrari mette benzina super e va in autostrada a tutta velocità. Guardiola invece aveva messo il diesel. Avrebbe dovuto comprare una Fiat”.

Il problema certamente non si pone nel Paris Saint Germain, nonostante la presenza di altri due top-player come Cavani e Lavezzi. Nei primi due anni in Francia Zlatan ha sempre vinto il campionato, aggiudicandosi in entrambi i casi il titolo di capocannoniere e di miglior giocatore della Ligue 1. Leader indiscusso dello spogliatoio parigino, indossa con autorevolezza la fascia di capitano quando non c’è Thiago Silva ed ha cominciato la stagione attuale con la doppietta al Guingamp che è valsa la Supercoppa nazionale, la seconda del suo ciclo francese. Ibra è una personalità dominante, l’esatto contrario dell’evanescenza strumentale che viene richiesta al “falso nueve”. Però il suo modo di giocare non ha a che fare solamente con il suo carattere spaccone. Anzi, al suo arrivo in Italia fu necessario un lungo lavoro da parte di Capello per aiutarlo ad essere più incisivo in zona-gol. Forgiato nella scuola dell’Ajax, Zlatan era ancora intriso del tipico tuttocampismo di matrice olandese e l’allora tecnico della Juve lavorò molto sia sul piano tecnico che su quello psicologico, facendogli visionare a lungo i video del grande Van Basten. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Oggi Ibrahimovic è senza ombra di dubbio il miglior centravanti del mondo e in lui convivono eccezionali doti da palleggiatore (per nulla inferiori a quelle dei prestigiatori del Barça) e stratosferici mezzi fisici. Il suo passato nel taekwondo gli consente giocate incredibili, contemporaneamente spettacolari ed efficaci. Con i piedi di velluto e il fisico di marmo, non ci sono davvero limiti all’ambizione. Nell’entourage di Mario Balotelli, sono in molti ad augurarsi che l’esempio di Ibra possa servire per rilanciare anche il centravanti della nazionale azzurra. L’estetica pura che si poteva ammirare nei migliori momenti del Barcellona sembra davvero passata di moda, anche se il calcio è fatto di corsi e ricorsi storici, di cicli che iniziano e finiscono, per talvolta ricominciare all’improvviso. Ora tocca a Neymar e Messi provare a risalire la china, perché oggi il numero uno nel ruolo è senza dubbio il burbero Zlatan.

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