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Germania-Argentina, atto terzo

13 Luglio 2014 • Sport news, Te lo dò io il BrasileComments (0)

Per il Brasile, i Mondiali casalinghi si chiudono nel peggiore dei modi: ancora una sconfitta netta – 3-0, contro l’Olanda – e quarto posto finale, alle spalle proprio della squadra di van Gaal.

 

 

L’amarezza dei tifosi brasiliani non è attutita né dalla scarsa valenza che da sempre hanno le finali per il terzo e quarto posto, né dall’arbitraggio veramente inadeguato dell’algerino Djamel Haimoudi: l’Olanda si è mostrata compatta, veloce e affiatata, il Brasile un insieme di calciatori che vagavano per il campo, con poche idee in testa e tanta imprecisione. Un intero paese è alla ricerca delle responsabilità: quelle dei giocatori stessi (fischiatissimi), quella di Felipe Scolari (ancora più fischiato), che non ha saputo dare un benché minimo gioco alla squadra, oltre ad aver sbagliato le convocazioni), quella della federazione, che la presidenta Dilma Rousseff vorrebbe addirittura commissariare. La verità è che – al di là di tutto – la prestigiosa scuola brasiliana sembra non esistere più. Occorre ricostruire un movimento che tanto ha dato al calcio mondiale, e che sembra aver consumato le sue risorse aurifere che sembravano inesauribili. Il Brasile di oggi deve partire al suo fuoriclasse, Neymar, assente con la Germania e con l’Olanda, e dall’amore dei suoi cittadini per il calcio, per poter ricostruire sulle macerie.

A proposito di Olanda, la premiazione di Robben e compagni ha scatenato applausi a scena aperta nel pubblico brasiliano. Non è solo un gesto di sportività, né unicamente un tributo alle “affinità elettive” fra arancioni e verdeoro, ma anche (e soprattutto) una viva protesta nei confronti dell’umiliante finale di torneo a cui i padroni di casa sono stati sottoposti.

Per i supporter brasiliani è rimasta ormai una sola speranza. L’ha espressa, con un cartello, uno spettatore ieri a Brasilia, in un cartello di aperto sostegno alla Germania, indicata come “per noi (i brasiliani, ndr)  l’ultima chance”. Vedere Leo Messi alzare la coppa al Maracanã sarebbe, per i tifosi di casa, una nuova umiliazione. E si configurerebbe come un serio pericolo politico per Dilma Rousseff, che sarà chiamata a premiare il vincitore. Le immagini della presidenta che consegna il trofeo più desiderato dai calciatori agli “arcirivali” argentini potrebbero seriamente influire sulla sua campagna elettorale. Pensate a come potrebbero essere utilizzate quelle stesse immagini dai concorrenti alla presidenza: immaginate, per esempio a spot elettorali in grado di scatenare le emozioni più profonde degli elettori e di associare la presidenta in carica alla disfatta mondiale.

Il Maracanã sarà diviso. Da una parte l’alleanza temporanea tra brasiliani e tedeschi. Dall’altra gli argentini, che hanno letteralmente invaso Rio de Janeiro: sono  almeno 100mila quelli accorsi nella Cidade Maravilhosa, alcuni con il biglietto, molti in cerca di un tagliando d’ingresso (dai bagarini può costare anche 10mila euro, prezzo improponibile non solo per gran parte degli argentini, ma anche per la maggior parte della popolazione mondiale). Fino all’ultimo non si potrà, quindi, sapere chi sarà in maggioranza, se l’asse brasiliano-tedesco o i tifosi in maglia albicelestePer una partita, quella tra Germania e Argentina, che è in assoluto la più giocata in una Coppa del Mondo: tre volte, contro le due di Italia-Brasile (la “superfinale” del 1970, che assegnò definitivamente la Coppa Rimet all’undici di Zagallo, e quella del 1994). Se includiamo nelle statistiche mondiali anche i Giochi Olimpici del 1924 e del 1928, riconosciuti come campionati del mondo dalla Fifa, osserviamo che anche Argentina-Uruguay fu disputata, come finale, per tre volte: nella prima Coppa del Mondo (1930) e nell’edizione olimpica di Amsterdam 1928, dove fu giocata per ben due volte: la finale “regolare” si era chiusa 1-1 dopo i supplementari e quindi, come si usava allora, la partita era stata ripetuta.

Ma torniamo a Germania-Argentina. Che è sì la finale più giocata nella Coppa del Mondo, ma in tempi relativamente recenti: d’altra parte, l’albiceleste – fortissima prima della guerra – si sarebbe poi eclissata nei Mondiali dal 1950 al 1974, partecipando sempre in qualità di comprimaria (solo dal 1978 in poi si tornò a parlare di Argentina nel lotto delle favorite d’obbligo di tutti i Mondiali).

Nelle finali mondiali, il bilancio tra le due squadre che si affronteranno stasera, 13 luglio 2014, è in perfetto equilibrio. L’Argentina conquistò finale e Coppa il 29 giugno 1986, a Città del Messico, battendo i tedeschi per 3-2: in vantaggio per 2-0 (Brown al 22′ e Valdano al 55′), Maradona e compagni si fecero rimontare (Rummenigge al 73′ e Voeller all’81′), ma tornarono in vantaggio subito dopo, anche a causa dell’atteggiamento ingenuo della Germania (gol del definitivo vantaggio albiceleste siglato da Burruchaga all’83′).

 

Rivincita ai Mondiali successivi: all’Olimpico di Roma fu, stavolta, la squadra tedesca a imporsi, davanti a uno stadio completamente a favore. Era l’8 luglio 1990, e la squadra allenata da Franz Beckenbauer si impose per 1-0 grazie a un rigore (molto dubbio, per la verità) trasformato dall’interista Brehme all’84′.

 

 

La vittoria dell’Argentina del 1986 è, finora, l’unico successo dei sudamericani ai Mondiali contro i tedeschi: nei sei incontri che hanno opposto le due nazionali al massimo torneo iridato, la Germania ha vinto tre volte, l’albiceleste, appunto, una sola, mentre i pareggi sono stati tre. L’ultima partita disputata ai Mondiali tra le due squadre è la semifinale della scorsa edizione, chiusa con un rotondo 4-0 a favore della Germania.

 

 

Sono invece 2o i precedenti “totali” tra la Mannschaft e la Selección: nove vinti dall’Argentina, sei dalla Germania e cinque finiti in parità.

Favorita la squadra di Löw, che però deve battere un tabù: quello che vede le squadre europee mai vittoriose in un Mondiale disputato in Sudamerica. Se la Germania dovesse conquistare la Coppa, dunque, sarebbe la prima volta di una nazionale del nostro continente a vincere oltre oceano. Fu la Spagna, nel 2010, a conquistare invece il primo titolo mondiale fuori Europa, facendo sua l’edizione sudafricana. Se invece la spuntasse la squadra di Sabella, il Sudamerica raggiungerebbe l’Europa per numero di Coppe del Mondo vinte. Oggi, infatti, il nostro continente conduce per 10-9.

Infine, una curiosità: la Germania indosserà la classica maglia bianca, e non la seconda – quella rossonera a righe orizzontali, apertamente ispirata al Flamengo. E questo, nonostante si giochi proprio nello stadio del Fla. Nessun tentativo di captatio benevolentiae, dunque: dato che l’avversario si chiama Argentina e la partita si gioca in Brasile, indossare la maglia flamenguista sarebbe una precauzione inutile. Tanto più che, tecnicamente, la Germania gioca in casa. Maglia a grandi righe orizzontali sfumate con più tonalità di blu, invece, per l’Argentina: un modello molto vicino a quello tradizionale da trasferta, blu a tinta unita.

A. Z.

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Brasile-Olanda, la finale dei delusi

12 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

In un Mondiale di calcio, la partita che assegna il terzo e quarto posto è spesso chiamata “la finale dei delusi”. Perché chiunque arriva a un passo dalla finale e non vi accede ha il diritto legittimo di affrontare l’ultimo match con l’amaro in bocca. Ma c’è delusione e delusione. Prendete la Svezia e la Bulgaria a Usa ’94, che contro ogni pronostico raggiunsero le semifinali: insieme all’amarezza di non essersi giocati il titolo, hanno sicuramente provato appagamento per essere giunti fino in fondo. Stesso discorso per la Croazia a Francia ’98 – anche se, in questo caso, la semifinale con i padroni di casa fu decisa da un errore marchiano del giocatore di maggior classe ed esperienza del gruppo: il capitano Zvonimir Boban. Più cocente l’amarezza della Germania a Messico ’70: la “finalina”, poi vinta per 1-0 contro l’Uruguay, era il risultato della grande partita persa 4-3 contro l’Italia ai supplementari. Così come la Francia si fece rimontare due gol dalla Germania, sempre all’overtime di una semifinale (questa volta di Spagna ’82), per poi perdere ai rigori. Anche l’Italia, nel 1990, uscì ai penalty contro un Argentina nettamente inferiore: la finale terzo e quarto posto contro l’Inghilterra fu una partita spettacolare, ma naturalmente la brillante squadra di Vicini la affrontò con molti rimpianti.
Tuttavia,  il Brasile odierno affronta la “finalina” con grado di frustrazione mista a choc che nessuno aveva mai raggiunto prima. La batosta contro la Germania non è una sconfitta come tutte le altre: è una vera e propria umiliazione, un tracollo, un disastro, che ha eguagliato il peggior passivo subito dal Brasile in 90 minuti (l’altro risale al 1920, uno 0-6 contro quell”Uruguay che, di lì a poco, avrebbe vinto due Giochi Olimpici e una Coppa del mondo, per poi bissare al Maracanã nel dopoguerra). La legittima delusione dell’Olanda – sconfitta-beffa ai rigori dall’Argentina, dopo un primo penalty molto contestato – è davvero bruciante, ma non quanto quella della Seleção, data erroneamente per grande favorita nei mondiali casalinghi e svanita, nella sua pochezza tecnica, come neve al sole. Curiosità sulla formazione che schiererà Scolari e sulla reazione dei giocatori: partita d’orgoglio o nuovo crollo per stress? Sicuramente, gli Oranje avranno la mente più sgombra.
E’ la prima volta che Brasile-Olanda – squadre che spesso in passato sono state accostate per fantasia e gioco spettacolare – si disputa con il terzo posto in palio. Nella loro storia, si sono affrontate 11 volte: tre vittorie a testa e cinque pareggi. In teoria, si parla di 12 confronti perché è incluso quello (vinto dal Brasile) che fu disputato ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952. Ma la Fifa non lo conta: in tutta probabilità perché le partite a “cinque cerchi” non erano già più riconosciute come presenze in nazionale A, ma declassate alle selezioni minori. Ai Mondiali, Olanda e Brasile si sono incontrate nel 1974 (girone di secondo turno, 2-0 per i “tulipani” che si qualificheranno per la finale, relegando la Seleção alla “finalina”), nel 1994 (successo per 3-2 del Brasile ai quarti di finale dopo rimonta olandese dal 2-0), nel 1998 in semifinale (1-1 ai tempi regolamentari e vittoria ai rigori per i verdeoro) e nella scorsa edizione (vittoria olandese per 2-1 ai quarti). Quindi: due successi Oranje, uno brasiliano e un pareggio.
Per la Seleção la partita di stasera è la quarta “finalina”: la prima fu nel 1938, in Francia (vittoria per 3-2 contro la Svezia), la seconda nel 1974 (sconfitta per 1-0 contro la Polonia) e la terza quattro anni dopo, nel 1978 (vittoria per 2-1 contro l’Italia). L’Olanda, invece, è alla seconda finale per il terzo e quarto posto di una Coppa del Mondo. Unico precedente nel 1998: reduce dalla semifinale persa ai rigori contro il Brasile, perse per 2-1 contro la Croazia. Se contiamo anche i due Giochi Olimpici i cui vincitori furono riconosciuti campioni del mondo, dobbiamo aggiungere la “finalina” – anzi, le “finaline – del 1924, a Parigi: l’Olanda affrontò la Svezia a Colombes e pareggiò per 1-1. Allora, quando la partita non si sbloccava ai supplementari, si ripeteva la partita: così, il giorno dopo, si giocò ancora, con la squadra scandinava vittoriosa per 3-1 e medaglia di bronzo.

A. Z.

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Neymar controcorrente: “tifo Messi e Mascherano”

11 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

Il 13 luglio, verosimilmente, tutti i brasiliani tiferanno per la Germania. Tranne uno. Il calciatore più rappresentativo del Brasile, Neymar, ha infatti espresso un endorsement ai maggiori rivali sportivi.  “Spero che vinca l’Argentina”, ha dichiarato, lasciando tutti a bocca aperta. La ragione? E’ semplice: la solidarietà con i compagni di squadra nel Barcellona che giocano con la maglia albiceleste. “I miei amici Messi e Mascherano se lo meritano”, ha spiegato.

Neymar ha visitato la Seleção per dare un segno di solidarietà con chi a giocato contro la Germania. “È come se ci fossi stato anch’io in campo”, ha detto. “Mi sento come se avessi perso 7-1 anch’io”. In sua assenza, ha aggiunto, “forse avremmo perso lo stesso, forse no. Sono stati sei minuti di follia, durante i quali abbiamo voluto aggiustare le cose per forza e abbiamo finito per romperle in modo irrimediabile. Succede, è il calcio”. Parole di solidarietà anche nei confronti di Felipe Scolari, criticato oltre i limiti dell’insulto da Wagner Ribeiro, agente di Neymar. “Perché dovrebbe dimettersi? Ha fatto un buon lavoro. Sono stati i sei minuti più drammatici della storia del calcio brasiliano che, purtroppo, sono capitati nel momento peggiore per il nostro torneo”. Belle parole anche per il colombiano Zúñiga, che gli ha telefonato. “Mi ha chiesto se avevo intenzione di agire legalmente contro di lui: gli ho risposto di no, la cosa è perdonata, dimenticata. Ma quell’intervento non è stato normale: bastavano pochi millimetri ed ero sulla sedia a rotelle per tutta la vita”.

A. Z.

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Argentina-Germania, un derby in Vaticano

11 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

“Sarà la guerra…”. Lo aveva detto (scherzosamente, è ovvio) Papa Papi 1Francesco alle sue Guardie Svizzere prima dell’ottavo di finale che, calcisticamente, li vedeva su due sponde opposte. Argentina-Svizzera ha assunto, così, la valenza di “derby Vaticano”: da parte elvetica il fedelissimo corpo armato del Vicario di CristoGuardie Svizzere, da parte albiceleste il Papa stesso, insieme alla comunità argentina che, dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio al Soglio di Pietro, si è comprensibilmente ampliata. Questo particolare “derby” ha scatenato il web, invaso da vignette e fotografie virali che enfatizzavano ironicamente lo scontro calcistico fra il Pontefice e il suo antichissimo esercito. Due disegni, in particolare, immaginano (in modo improbabile) la partita papawebvissuta dal Papa e dalle sue guardie: il primo (quella in cui l’albiceleste non riesce a passare, ed è costretta dalla Nati ai supplementari) mostra due guardie svizzere con tanto di bandiere rossocrociate, sciarpa “Suisse” e boccale di birra festeggiare felici davanti al televisore, mentre il Pontefice (con sciarpa argentina al collo) è dietro, deluso e insoddisfatto; la seconda rovescia lo scenario, con le guardie svizzere piangenti e il Papa che salta felice.
Ora la finale propone un altro “derby” in Vaticano. Questa volta all’Argentina del Papa regnante Francesco sarà opposta la corazzata-Germania del Papa Emerito, Benedetto XVI. Anche in questo caso, la fantasia dei social network si è scatenata. L’ironia è sembrata gradita in ambienti vaticani, se Greg Burke, consigliere della comunicazione per la Segreteria di Stato vaticana, ha twittato un’altra vignetta, che vede i due guardare il match Papa Francescoinsieme, ognuno con i simboli del suo paese d’origine. In realtà, Papa Francesco ha assicurato che sarà neutrale.
Non solo scherzi e sorrisi, però: proprio in occasione di Germania-Argentina, il Pontificio Consiglio della Cultura (www.cultura.va/content/cultura/it.html) ha varato un’iniziativa per la pace. Si tratta di #PAUSEforpeace, lanciata su Twitter, Facebook e sul sito istituzionale del Consiglio, che chiede di osservare un momento di silenzio durante la finale per la pace nei paesi in guerra. A comunicarlo, il presidente del dicastero, il Cardinal Gianfranco Ravasi, che sul suo profilo Twitter (@CardRavasi) ha scritto: “Una voce di silenzio sottile (1 Re 19:12) #PAUSEforPeace WorldCup2014”. “Qualcuno desidera un momento di silenzio durante la partita”, ha aggiunto una nota comunicato del Pontificio Consiglio della Cultura. “Tutti desiderano la cessazione dello spargimento di sangue nelle numerose aree del mondo teatro in questi giorni di drammatici conflitti”. Monsignor Melchor Sánchez de Toca y Alameda, Sottosegretario del dicastero, e capo della sezione Cultura e dello Sport, ha approfondito le ragioni del progetto, ispirato alla “tregua olimpica”, cioè la cessazione temporanea di ogni guerra in Grecia durante lo svolgimento dei Giochi Olimpici antichi. “Lo sport nasce nell’ambito delle manifestazioni religiose”, ha detto il Monsignore. “Gli eventi sportivi sono stati momenti di pace, quando le guerre cessavano, come per la tregua olimpica…”. Quindi, ha proseguito, “perché non anche per la Coppa del Mondo? Perché non una pausa, un momento di silenzio, una tregua per la pace?”.

Un’iniziativa per il dialogo, personalmente voluta dal Papa, si svolgerà anche il prossimo 1 settembre, quando a Roma si disputerà una partita che coinvolgerà giocatori di tutte le religioni.

A. Z.

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Piazza Castello tra il Damrak e Plaza de Mayo

10 Luglio 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Milano, 9 giugno, dopo le 21. Il maxischermo di Piazza Castello mostra ancora il logo fisso di Radio 105 e i deejay parlano. Qualcuno gioca al Foto0045calcio balilla a poca distanza dallo schermo, mentre un paio di ragazzi in maglia arancione sono già seduti in attesa. Ma è abbastanza spostarsi di qualche metro a sinistra e la prospettiva cambia. Un noto bar della piazza espone una bandiera olandese, palloncini e altre decorazioni arancioni ed è pieno di tifosi con maglia Oranje. Tutto a un tratto, sembra di essere in pieno Damrak, nel centro di Amsterdam.

Avvicinandosi al bar, si comprende tutto: un foglio (rigorosamente arancione) spiega che dalle 20 in poi è previsto un Aperitivoaperitivo, e che due ore più tardi la semifinale sarà proposta sul maxischermo. Ci spostiamo di un centinaio di passi, dall’altra parte del semicerchio, costeggiando la Torta di spos, la fontana davanti al Castello che un giorno sparì nel nulla per poi ricomparire anni dopo, dando adito a voci o leggende sul suo trasferimento in un altro continente. Qui ci sono il classico baretto di Piazza Castello e quattro ristorantini street food, ognuno dedicato a una squadra (Brasile, Spagna, Italia e Germania). Il primo è permanente, i secondi sbaraccheranno dopo la finale.

Aperitivo 2Tutti e cinque hanno un televisore – per chi volesse vedere la partita seduto, mentre mangia una picanha, un Weißwurst bavarese, una paella o una piadina romagnola – ma solo quello brasiliano ha l’audio. Il programma Rai che introduce la seconda semifinale parla ancora della  sconfitta della Seleção: non vorremmo essere nei panni del personale brasiliano, che parlando italiano si deve sorbire quella tortura.
Intanto, sul palco del maxischermo si stanno esibendo alcuni calciatori freestyle – cioè quelli specializzati nei palleggi acrobatici: un prepartita piacevole che richiama qualche spettatore in più.

 

 

 

Soltanto che gli organizzatori vanno un po’ troppo per il lungo: sono le 21.50 e il collegamento Rai non è ancora stato attivato. Un argentino imbandierato e tre ragazze olandesi sanno che possono trovare i televisori a poca distanza e si affrettano a raggiungerli temporaneamente, per potere almeno sentire gli inni. Inciso: abbiamo detto tre ragazze – molto belle, tra l’altro: è lecito domandarsi se siano un gruppetto di amiche o, vista la somiglianza, tre sorelle. Una delle tre si stacca dal gruppetto e va davanti al televisore: un’altra si avvicina a lei la chiama “mam”. Arcano risolto: è la madre. Apperò.
Le squadre sono nel tunnel degli spogliatoi, la piazza è ormai piena di magliette arancioni (e un paio di bandiere argentine) e il presentatore, finalmente, annuncia che darà spazio alla partita. In extremis, ma si stanno collegando, per consentire ai tifosi di assistere all’ingresso delle squadre in campo e di cantare i loro inni nazionali, in un abbraccio simbolico con i giocatori e gli spettatori presenti sugli spalti dell’Arena Corinthians. Il presentatore si congeda comunicando che darà spazio agli inni. Ma, appena sparisce il logo della radio, partono spot pubblicitari che sembrano non finire più. Le squadre entrano in campo, insieme alle bandiere, si dispongono in orizzontale, l’inquadratura va in campo lungo e poi stringe. Anche il televisore sul chiosco “storico” di Piazza Castello ha attivato l’audio: chi si è spostato nell’”area gastronomica” può vedere i preliminari, la grande maggioranza, no. Finalmente, finiscono gli spot e anche il maxischermo si collega con San Paolo, ma l’inno olandese è già iniziato. Rispetto davvero a quota zero.
A proposito di mancato rispetto, la partita inizia con un minuto di raccoglimento per Alfredo di Stéfano, vergognosamente omesso in occasione di Germania-Brasile. I “transfughi degli inni” sono già tornati al maxischermo, pronti per gustarsi il match.
L’arbitro dà inizio alla seconda semifinale: davanti al maxischermo, dove è steso una specie di tappeto verde, la gente è seduta, più Foto0066indietro si sta  in piedi. L’incontro si incanala presto sui binari della noia. Probabilmente, le due squadre sono timorose di scoprirsi troppo, per una paura irrazionale di fare la fine del Brasile. Le poche emozioni – come una parata di Cillessen su una punizione di Messi, creano esultanze quasi da gol. Un gruppo misto di olandesi e milanisti intona un coro (in italiano) per de Jong; poi, verso il 20′ parte un “Holland! Holland!”, ma presto l’entusiasmo dei presenti si uniforma ai ritmi della partita.

Nel secondo tempo si formano addirittura capannelli, con ragazzi – e soprattutto ragazze – che parlano tra di loro e bevono, anche rivolti di spalle al match. Intanto, si vede qualcuno in più con la maglia dell’Argentina – ma la battaglia di colori è vinta nettamente dagli arancioni, così come la sfida del tifo: si sentono solo Foto0064cori olandesi. Che crescono ai supplementari: più ci si avvicina ai rigori, più l’attesa si fa palpitante e l’atmosfera diventa calda. I “tulipani” cantano cori in olandese, ma anche in italiano: alcuni degli Oranje presenti in Piazza Castello sono residenti a Milano. Si sente anche un “chi non salta è un argentino” – uno dei più innocui cori da curva: e infatti i sudamericani neppure fanno una smorfia.
Neppure le due squadre, per dirla tutta, fanno una smorfia. Anzi. Sembra che i 22 giocatori in campo stiano “tirando tardi” per arrivare ai rigori: ogni tanto qualche fiammata, ma nulla più. Messi lo si vede un paio di volte: poi il nulla. Robben un po’ meglio, ma lontanissimo dai suoi standard: l’unica occasione limpida, l’attaccante l’ha avuta al 90′, quando ha sfruttato l’unica vera disattenzione della difesa argentina ed è penetrato in area alla sua maniera. Ma ha perso l’attimo – questione di centesimi di secondo – e Mascherano ci ha messo la gambetta, intercettando la palla per pochissimo (questa volta sono centimetri).

Centoventesimo più recupero ed è la fine dei supplementari: per la seconda volta di fila, la squadra di van Gaal deve affidarsi alla lotteria più stramba che il calcio abbia concepito quando fu deciso di archiviare il giudizio delle monetine.
ExpoMentre il primo rigore si avvicina, in piazza l’arancione domina ancora nettamente sull’albiceleste. Ma appena Romero paga il rigore a Vlaar, gli argentini (veri e presunti) spuntano fuori: molti sono seduti e saltano per aria come dei grilli. Non sono ancora numerosi come gli olandesi, ma se la giocano.

Ecco la soluzione del rebus: gli Oranje sono tutti riconoscibili, gli argentini no. Ma ormai si sono rivelati: i pochi in albiceleste e quelli “in borghese”. Al 4-2 di Maxi Rodríguez fanno festa: Piazza Castello, che sembrava una dipendenza del Damrak, ora è diventata una succursale di Plaza de Mayo. Gli arancioni rispondono, gridando ancora “Holland! Holland!”, poi Prima dei rigorialcuni tornano al bar dell’aperitivo, altri restano in piazza, altri ancora (insieme a qualche argentino) guadagnano il metro.

E’ quasi l’una, ma la linea rossa è aperta per il nuovo concerto di Vasco Rossi a San Siro. Se il cantante di Zocca dovesse dedicare una canzone agli olandesi e alla loro vana rincorsa alla Coppa del Mondo, naufragata anche questa volta, forse canterebbe: “Fantasie, che volano libere… fantasie che a volte fan ridere… fantasie che credono alle favole”. Ma gli olandesi non ridono: la rincorsa all’iride è rimandata per l’ennesima volta, ma prima o poi – ne sono sicuri – l’Het Wilhelmus risuonerà sul tetto del mondo. Per davvero.

 

A. Z.

 

Sopra: l’esultanza degli argentini al rigore segnato da Maxi Rodríguez

 

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Brasile in lacrime. E la Rousseff trema

9 Luglio 2014 • Sport news, Te lo dò io il BrasileComments (0)

“Chiedo scusa al Brasile, perché so quanto dolore provocherà il 7-1. Abbiamo cercato di rispettare i brasiliani continuando a giocare e cercare la via del gol”. Con questa dichiarazione Bastian Schweinsteiger ha colto l’essenza dei brasiliani, del loro amore per la Seleção, della loro passione per il futebol, che sfiora l’identificazione di un popolo con il gioco più bello del mondo.

Podolski e Schweinsteiger  con la maglia del Flamengo

Podolski e Schweinsteiger con la maglia del Flamengo

 

Già, perché il rapporto del Brasile con il calcio è qualcosa di unico e di difficilmente replicabile altrove. Il football è una parte importante – determinante – dell’identità nazionale brasileira. Al momento della sua indipendenza, proclamata nel 1822, il vastissimo “subcontinente” abitato in gran parte da coloni, schiavi e immigrati (e loro discendenti) che provenivano da varie parti del mondo, non aveva una peculiarità che li

L'imperatore Pedro II

L’imperatore Pedro II

unificasse. Tranne, forse, l’imperatore, che aveva mantenuto la casata dei Braganza al potere anche dopo la separazione del Portogallo. Ma nel novembre 1889, un golpe del generale Deodoro da Fonseca depose l’ultimo monarca, Pedro II, detto “il Magnanimo”. E in un paese ancora acerbo come il Brasile venne a mancare anche il trait d’union rappresentato dalla Corona.
Passarono appena cinque anni dal colpo di stato e un nuovo “regnante” sbarcò nel porto di Santos. Lo fece con discrezione, ma alla fine conquistò il paese. Non era un membro della casata portoghese dei Braganza, e tanto meno un re straniero. Era un gioco inglese. Il gioco del calcio. Lo portò il calciatore Charles William Miller, inglese con madre brasiliana, che

Charles William Miller

Charles William Miller

raggiunse Santos dopo due settimane in mare. La sua arma fu il regolamento dell’Association football. Il resto lo fece Arthur Friedenreich, calciatore con padre tedesco e madre afro-brasiliana, che tra il 1915 e il 1930 incantò il paese e decretò, con le sue giocate, il successo del calcio. Lo sport inglese, che i brasiliani fecero loro.
Il futebol è dunque un’importantissimo collante. Anzi, un elemento determinante dell’unità brasiliana. Per questo, una sconfitta importante della Seleção viene vissuta come una tragedia nazionale – evento, questo, incomprensibile persino agli inglesi, che il football lo hanno inventato.

Arthur Friedenreich

Arthur Friedenreich

“Abbiamo cercato di rispettare i brasiliani continuando a giocare e cercare la via del gol”, ha dunque detto Schweinsteiger. A ragione. Perché, se per il Brasile un 7-1 in una semifinale mondiale giocata in casa propria è una mortificazione che resterà nella storia, uno stop dei tedeschi sul 3-0, o sul 4-0, si sarebbe rivelata un’umiliazione ancora peggiore; avrebbe denotato pena o compatimento nei confronti degli avversari. Un’onta incredibile per un paese che si considera la patria (pur acquisita) del football. Mentre il Brasile lo si onora giocando a calcio, dando il massimo, fino al fischio finale, Anche se questo implica un risultato di protezioni catastrofiche. Per rispettare un paese dove il calcio è il simbolo di identità nazionale, bisogna giocare a calcio, sempre, comunque. Nonostante le conseguenze.
Come molti tedeschi, anche Basti è sicuramente rimasto colpito dalle lacrime dei tifosi brasiliani sugli spalti, o nelle fan fest, che hanno fatto rapidamente il giro del mondo. E per questo si è scusato con i brasiliani. Imitando Obdulio Varela, capitano e leader dell’Uruguay 1950, protagonista del famoso (o famigerato) Maracanaço, la sconfitta per 2-1 che privò il Brasile di un titolo virtualmente già conquistato. Una ferita che non si è mai rimarginata, nei brasiliani. Al bellissimo museo del calcio di San Paolo, per quella partita c’è un’area dedicata. Uno spazio scuro, dove la gente entra e vede le immagini di quel Brasile-Uruguay del 1950, proiettate in loop. Una sorta di teatro della catarsi, dove – possiamo scommetterci – qualcuno piange ancora. Perché la concezione brasiliana del calcio è questa: ricordare le vittorie, ma anche (e forse ancor di più) le sconfitte, tornarci sopra, meditarci, dare sfogo alle proprie emozioni, e farlo ancora, ancora, ancora.

Moacir Barbosa

Moacir Barbosa

Si dice che, di quella squadra tutti i brasiliani ricordino la formazione. Sicuramente, chiunque ha in mente un nome in particolare, quello di Moacir Barbosa, estremo difensore di quello strano giorno del Maracanã. Uno dei più forti portieri brasiliani di sempre. La partita è sull’1-1, a poco dalla fine. Non si tratta di una finale, ma del match conclusivo di un girone a quattro, che comprende Brasile, Uruguay, Svezia e Spagna. La Seleção è avanti di un punto: le basta un pareggio per essere incoronata con la Coppa Rimet. Il vantaggio brasiliano di Friaça è stato annullato da un gol di Schiaffino; ma poco conta, manca poco al trionfo. Barbosa vede avvicinarsi Ghiggia. Si aspetta un cross. E invece Ghiggia tira e insacca. E’ il gol del 2-1 definitivo uruguagio, il gol del Maracanaço.

 

A Barbosa vengono attribuite grandi responsabilità, molte di più di quante effettivamente ne abbia. Il portiere veste ancora la maglia della Selecão fino al 1953, e gioca in campionato fino al 1962, ma è ormai bollato a vita. Nel peggior modo possibile: la società brasiliana lo isola, lo disprezza, e la sua esistenza viene praticamente ignorata. L’indifferenza, a volte, è più pericolosa dell’ostilità. Nel 1993 si trova nei pressi della Seleção, che sta preparando una partita, e decide di andare a salutare i campioni della squadra che su sua. Ma non lo lasciano entrare allo stadio. “La sentenza più pesante in Brasile è di 30 anni”, dirà nel 2000, poco prima di morire. “La mia dura da 50”. E oltrepassa le generazioni, se è vero che la figlia non è stata dichiarata gradita in tribuna.
Il rischio, per i protagonisti dell’1-7 contro la Germania, è esattamente lo stesso degli uomini del 1950. Essere ricordati nella storia del Brasile con un marchio di infamia, immortalati nelle stanze buie dei musei e dell’inconscio collettivo come i responsabili di una catastrofe nazionale. Della “maggiore vergogna della storia”, come sparato in prima pagina dal quotidiano Lancenet. Una vergogna forse anche peggiore di quella del 1950. Perché nel 1950, il Brasile restò in partita fino all’ultimo. Qui no.
Se ci fosse bisogno di due aggravanti, eccole qui. Primo: l’1-7 rimediato contro la Germania eguaglia lo 0-6 subito dall’Uruguay nel 1920 come sconfitta più pesante della storia. Secondo: i verdeoro non perdevano una partita disputata all’interno del proprio territorio dal 1975, in Copa América: 1-3 contro il Perù di Teófilo Juan Cubillas.

Ciliegina sulla torta, il commento di Diego Armando Maradona, non certo un amico del Brasile: “sul 6-0 stavano per sospendere la partita perché era chiuso il primo set”, ha detto, con un sarcasmo davvero strabordante.
Il Mineiraço come il Maracanaço, dunque. Chi ha assistito a Brasile-Uruguay del 1950 si ricorda esattamente che cosa ha fatto quel giorno, in Lacrime brasilianeche zona dello stadio si trovava, con chi ci era andato, che cosa aveva addosso, che cosa aveva mangiato. Chi non ha visto la partita, ricorda benissimo dove si trovava quando ricevette la notizia della sconfitta. Sarà così anche per l’umiliante 7-1 di ieri: fra anni e anni, i bimbi che piangevano sconsolati racconteranno questa partita ai nipoti, e questi ultimi riferiranno ai figli, e la storia si tramanderà. Generazione dopo generazione.
Intanto, il post partita è stato molto movimentato. A Belo Horizonte, i tifosi tedeschi sono stati rispettati, e hanno ricevuto congratulzioni dagli avversari; in compenso, alcuni colombiani sono stati aggrediti (si dice da ultras dell’Atlético Mineiro), in una folle punizione “per conto terzi” per l’infortunio di Neymar, causata dal cafetero Zúñiga.

Sempre a Belo Horizonte, quattro fermi allo stadio. E incidenti in varie parti del Brasile: tafferugli (con cariche della polizia annesse) alla fan fest di Recife e a Rio, sulla spiaggia di Copacabana; autobus in fiamme a San Paolo, dove sono state bruciate bandiere brasiliane. Certo: le proteste di ieri sera, rientrate, hanno una motivazione molto diversa da quelle di stampo sociale e politico che hanno accompagnato il Brasile in tutto questo tempo, da prima della Confederations Cup fino a ora. Le prime sfogano con atti violenti la rabbia e la delusione per una sconfitta umiliante; le seconde si scagliano contro l’aumento del prezzo degli autobus, gli sgomberi forzati, la violenza della polizia, le spese faraoniche per gli stadi quando scarseggiano ospedali e scuole. Non sembra esserci rapporto tra questi due fenomeni, che sembrano addirittura opposti: le proteste anti-Mondiali sono anche sfociate in fenomeni di tifo contro – una tendenza che ha visto spezzare in maniera impensabile il binomio Brasile-calcio. Tendenza che è stata sintetizzata dalla canzone Desculpe, Neymar (“Scusami, Neymar”), di alcuni mesi fa, dove il cantautore Edu Krieger spiegava perché ai Mondiali non avrebbe tifato Brasile.

 

Due tendenze opposte, si diceva. Ma l’insoddisfazione fa strani effetti: non è da escludere la saldatura fra questi due fenomeni. Se, negli ultimi sondaggi una buona metà dei brasiliani si dichiarava favorevole all’organizzazione dei Mondiali casalinghi e metà avrebbe volentieri rinunciato, il Mineiraço potrebbe trasferire molti delusi nella schiera degli oppositori al prossimo grande evento: i Giochi Olimpici di Rio 2016. Se molti hanno accettato i sacrifici imposti (alcuni intollerabili) sperando di trovare conforto in una vittoria della squadra di Scolari, ora che le illusioni sono svanite nel modo più incredibile potrebbero reagire in qualsiasi modo.

dilma-rousseff5-620x450A temere più di tutti è Dilma Rousseff, la presidenta del Brasile, che in ottobre si giocherà la riconferma alle urne. “Mi dispiace immensamente per tutti noi tifosi e per i giocatori”, ha twittato Dilma dopo la sconfitta contro la Germania. Ma, sicuramente, la costernazione è soprattutto preoccupazione per il suo futuro politico. Dopo la vittoria con la Colombia, la presidenta aveva guadagnato ben cinque punti nei sondaggi elettorali. Mentre l’1-7 rimediato contro una Germania solida e cinica potrebbe avere un effetto-valanga. E provocare la sua caduta.

In Europa, un simile scenario sarebbe difficile da concepire. Ma in Brasile no. Nel paese creato dal calcio, un pallone rotondo può provocare conseguenze incredibili. Anche far perdere il posto a un presidente.

Guido Berger

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I tifosi tedeschi, increduli, brindano alla finale

9 Luglio 2014 • Maracanà, Sport newsComments (0)

Il Kapuzinerplatz di Viale Monte Nero è un po’ un punto di riferimento per i tedeschi di Milano. Tutti i primi lunedì del mese, per esempio, è sede degli incontri di un’associazione di cittadini germanici che risiedono nella metropoli ambrosiana. Quest’anno, la birreria bavarese ha deciso di mostrare al suo interno le partite dei Mondiali: quelle della Germania sono state seguite da una buona rappresentanza di tifosi tedeschi (i residenti a Milano, ma anche anche quelli in ferie o in viaggio di lavoro) e dagli amici della Mannschaft.

Foto0028Anche prima di Germania-Brasile il tifo è quasi interamente per la squadra di Löw. Ma l’offerta di birre è, diciamo così, “universale”: a fianco delle classiche bavaresi, ci sono anche quelle argentine, brasiliane, belghe e via dicendo. Una vera e propria “internazionalizzazione della bevuta”, ideata in occasione di Brasile 2014, che è anche legata a un concorso a pronostici: chiunque acquisti una “birra mondiale”, riceve una sorta di schedina in cui può indovinare il pronostico, o il nome dei marcatori oppure il risultato esatto. Una scelta possibile per ogni birra. Chi vince riceverà un premio “mangereccio”. Quasi scontato, prima del “derby del mondo” tra Brasile e Germania iniziare la cena con un Brezel bavarese e una birra brasiliana, tanto per anticipare il match.

La partita si avvicina, e i camerieri sono già indaffaratissimi. Riusciamo solo a fermarne uno e a chiedergli: “qui siete tutti per la Germania?”. “Ovviamente!”, risponde: al Kapuzinerplatz si tifa per la ditta. “Così si incassa di più”, risponde. Più tardi un altro cameriere, parlando con due clienti affezionati, si lascerà invece scappare, non senza ironia: “tifiamo per l’Italia anche quando non c’è”.
Ci avviciniamo a un tavolo composto in maggioranza da giovani tedeschi che indossano la maglia della Mannschaft. Hanno anche una bandiera, che piantano in mezzo alla tavolata. Pronostici? “Vinciamo 3-0”: è super ottimista Timo da Norimberga. Anche Manfred, di Obersdorf, pensa di arrivare in finale, ma prevede un più realistico (almeno così sembra, prima della partita) 2-1 per la squadra di Löw. Così anche Doris, mentre Mark punta sul 3-1. Tutti convinti della vttoria, dunque. Ce la farà Klose a staccare Ronaldo e a raggiungere i 16 gol? “Segnerà Müller”, dicono quasi in coro i ragazzi.
Tedeschi ce ne sono anche in altre parti del locale, frammisti a milanesi. A un tavolo è, invece, seduta una famiglia: papà, mamma e bambina di sette anni. Lui parla con un accento genovese abbastanza pronunciato ma si mostra particolarmente interessato alla partita che sta per cominciare. Foto0035Alla fine ne svela il motivo: “sono tifoso del Bayern dal 1974”. Si chiama Franco ed è genovese di Ceranesi, ma abita a Marcignago, in provincia di Pavia. Tra Genoa e Sampdoria ha dunque scelto… il Bayern. Perché? “Soprattutto perché ero un fan di Sepp Maier”. Ha contagiato la moglie e spera di fare lo stesso con la figlia; ogni tanto è a Monaco, ma raramente va a vedere le partite: l’ultima volta è stato alcuni anni fa, in un derby con l’Unterhaching. “Patisco lo stadio”, ammette.
Tifa Bayern, Franco, e anche Germania. Non tanto, o non solo perché ci giocano vari esponenti del Bayern (che, in questi Mondiali, hanno vestito casacche di varie squadre). No: tifa Germania, sempre, comunque. Dice “noi” riferendosi alla Mannschaft. Quindi in quella semifinale Germania-Italia del 2006… “E’ stata una delusione pazzesca”, ricorda. “Ma la Germania era ancora troppo acerba”. Pronostico? “1-0 per noi. Segna Müller”. Facile, per un tifoso del Bayern.
Gli schermi televisivi mostrano i giocatori brasiliani che cantano l’inno con passione, ed esibiscono la maglia di Neymar infortunato. Quasi gridando: “lui è qui con noi”. La parola d’ordine è “11 Neymar”. I tedeschi sono in campo, invece, con la seconda maglia, quella a righe rossonere orizzontali, ispirata al Flamengo: un errore marchiano, dato che la partita si gioca a Belo Horizonte, dove la nação rubro-negra è mal vista.

L’arbitro dà inizio al match e il Brasile è subito all’attacco. Nei primi minuti è la Seleção a dettare il ritmo, anche se non dà l’impressione di rendersi troppo pericolosa. Franco commenta: “anche nella finale del 1974 siamo partiti male, e poi…”. Di lì a poco, la Germania gli dà ragione: segna, e a metterla nel sacco è proprio Müller. L’urlo del Kapuziner è assordante. La gioia tedesca si fa sempre più incredula: secondo gol di Klose, con record annesso, doppietta di Kroos – la seconda segnatura su errore clamoroso di Marcelo, al 26′ – e tre minuti dopo cinquina di Khedira.

 

Alla mezz’ora il Brasile si trova sotto di cinque gol: ai Mondiali non era mai successo.
Torniamo al tavolo di Timo e i suoi amici. I commenti dell’intervallo sono all’insegna dell’incredulità. “Non credo ai miei occhi”. “Ci siamo scambiati gli occhiali tra di noi perché pensavamo di averci visto male”. “E’ meraviglioso”. Altro che ottimismo: c’erano andati fin troppo stretti. Mark aggiunge: “sono felice per la vittoria, ma mi dispiace vedere i brasiliani piangere”: in fondo tutti i tifosi di calcio (tranne, probabilmente, la gran parte degli argentini) sono un po’ brasiliani dentro, proprio per l’importanza che il calcio ha nell’identità del País Tropical.

 


I ragazzi tedeschi parlano già di finale. Chi preferite affrontare? “Non mi interessa chi”, risponde uno. “L’Olanda, per il precedente di Monaco 1974”, lo contraddice un amico. Vincerete? “Naturalmente”. La supersizione non abita in Germania.
La partita riprende. All’8′ Neuer salva due volte su Paulinho: la seconda, una bordata ravvicinata di collo pieno difficilissima da prendere. La birreria esulta quasi come a un gol. Il pubblico del Mineirão grida ancora “Brasil, Brasil”. Una situazione commovente, nel suo paradosso. Il tifoso genovese del Bayern, dà l’onore delle armi ai brasiliani. “Tanto di cappello a loro”, dice. “Primo perché non stanno facendo falli. Secondo perché ci stanno provando ancora”. Pura ammirazione, non una concessione a chi sta rimediando una delle maggiori umiliazioni della storia. Intanto, la bimba si è addormentata: l’ora è tarda. A svegliarla è il sesto gol tedesco, firmato al 69′ da Schürrle – o meglio, l’esultanza rumorosa della sala. Dieci minuti e c’è il 7-0, sempre a opera dell’attaccante del Chelsea. I tedeschi gridano: “sieben! Sieben!”. In quel momento, la Selecão sta battendo un record negativo: la sconfitta con il maggior numero di gol di scarto risale al 1920, un 6-0 rimediato dall’Uruguay. Qualcuno in sala inizia ad augurarsi una segnatura del Brasile. E quando, dopo che Özil ha sfiorato l’8-0, Oscar la mette dentro in extremis (è il 90′) applaudono tutti. Per i verdeoro, il record negativo è solo eguagliato.
Ma questo conta fino a un certo punto. La formazione di stasera sarà ricordata per decine e decine d’anni: al Maracanaço del 1950 si è appena aggiunto il Mineiraço. Franco ricorda il suo pronostico: “menomale che dovevamo vincere 1-0!”. Il tavolo di ragazzi tedeschi in maglietta della Mannschaft è in festa. Ma qualcuno mostra un segno di imbarazzo: Mark si copre addirittura la faccia. Si vede che, nella felicità della vittoria, c’è una parte di lui che solidarizza con i brasiliani polverizzati.

Come a Berlino e nel resto della Germania, anche al Kapuzinerplatz si brinderà fino a notte. Almeno, fino alla chiusura del locale. Comunque vada, stasera la squadra di Joachim Löw ha scritto la storia.

 

Guido Berger

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L’addio a Di Stéfano, la Saetta Bionda

7 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

Per molti è il secondo più forte giocatore di sempre, dopo Pelé. Per qualcuno è addirittura il numero uno. Parliamo di Alfredo Di Stéfano, alias Saeta Rubia (la “Saetta Bionda”) scomparso oggi a 88 anni all’ospedale Gregorio Marañón di Madrid per un infarto. Appena la scorsa settimana, venerdì 4 luglio, aveva festeggiato il suo compleanno con il Real Madrid, di cui era presidente onorario. Il giorno seguente ha accusato da un malore: forse l’emozione, o l’affaticamento, o semplicemente il destino. Ironia della sorte, Di Stéfano è stato male mentre faceva due passi vicino al Santiago Bernabeu, teatro dei suoi grandi successi. Non ce l’ha fatta: il suo cuore – a cui nel 2005 erano stati impiantati quattro bypass – non ha retto alla nuova sfida per la vita.

River

La squadra del River, con Di Stéfano, che affrontò il Torino Simbolo nel 1949

Una sfida persa, dopo tanti successi, dopo tanti gol, dopo tante esultanze, prima in Sudamerica, poi in Europa. Calcisticamente, Di Stéfano nasce nel River Plate, dove esordisce a 16 anni. Passa all’Huracan, torna al River: nel 19Di Stefano Real Madrid48 è già un campione riconosciuto, e l’anno precedente ha già conquistato un Campeonato Sudamericano (la futura Copa América) con la maglia dell’Argentina. La sua fama valica l’oceano, se è vero che, come si racconta, lo stesso Ferruccio Novo, presidente del Grande Torino, cerca di accaparrarselo. Non se ne fa nulla, ma la Saeta Rubia incrocia i destini dei granata un anno dopo, nel momento più drammatico della loro storia. Il River Plate, infatti, vola a Torino dopo la tragedia di Superga, per una partita di beneficenza a favore dei parenti delle vittime. Avversaria, la selezione del “Torino Simbolo”: i migliori giocatori della serie A che, nell’occasione, vestono la maglia granata. Finisce 2-2 e Di Stéfano segna il gol decisivo.
Poco tempo dopo, con due campionati argentini conquistati, lascia Buenos Aires, attratto dalle sirene colombiane.  Va ai Millionarios di Bogotà, nel periodo del calcio cafetero ricordato come El Dorado: l’altissima disponibilità di denaro liquido provoca un forte afflusso di giocatori sudamericani (ma anche di qualche europeo) verso il massimo torneo colombiano, che diventa il più quotato del Sudamerica. Molti campioni se ne vanno in Colombia nonostante siano legati alle società dei paesi d’origine (Argentina, Brasile, Uruguay e Perù i più colpiti), e presto si crea un caso politico: persino Juan Perón cerca di bloccarlo, ricorrendo addirittura ai mezzi più estremi: la limitazione del diritto di emigrazione. Ma qualcuno se ne fa beffe. Come Julio Cozzi, che programma il suo matrimonio a Montevideo e, dall’Uruguay, se ne “scappa” in Colombia e ai Millionarios.
La tensione provoca anche l’intervento della Fifa, che accusa la federazione colombiana di “pirateria” e, nel 1951, la espelle dalle proprie fila. Si profilano squalifiche per chiunque giochi o arbitri in quel campionato. Ma il tutto dura poco: il 26 ottobre, viene firmato il “Patto di Lima”: in cambio della riammissione nella Fifa, la federazione colombiana si impegna a favorire il ritorno dei calciatori con contratti irregolari già da fine anno, con termine ultimo il 15 ottobre 1954. E’ la fine del boom colombiano.
Nel 1954, Di Stéfano ha già chiuso il suo “periodo oscuro” nel campionato “pirata” colombiano, ma lo ha fatto con uno score altissimo: dal 1949 al 1953, l’argentino ha messo a segno 157 gol in 182 partite, contribuendo in maniera Alfredo Di Stefanodeterminante ai tre campionati e alla coppa nazionale vinti dai Millos. La Saeta, come detto, se ne è già andata: se l’è aggiudicata il Real Madrid, dopo uno sfrenato ballottaggio con il Barcellona. Con le merengues avviene la definitiva affermazione del fuoriclasse argentino: otto campionati, una Coppa di Spagna, ma soprattutto una Coppa dei campioni (di cui conquista anche due titoli di capocannoniere, di cui uno in solitaria e uno ex-aequo), una coppa intercontinentale, due Coppe latine e due Palloni d’oro. Già, perché dal 1956 Di Stéfano prende la cittadinanza spagnola, e può quindi ricevere il riconoscimento di France Football, ai tempi dedicato ai giocatori del nostro continente: molti anni più tardi, nel 1989, gli verrà anche riconosciuto il Super Pallone d’Oro: un riconoscimento a una grandissima carriera. A Madrid gioca con pezzi da novanta del calibro di Kopa, Gento, Rial, Santamaria,

Di Stéfano e Puskás

Di Stéfano e Puskás

Puskás: quest’ultimo, con cui stringerà una fortissima amicizia per la vita, lo precede nella classifica cannonieri della Coppacampioni 1959-60, in una sorta di Sfida all’O.K. Corral nella finale di Glasgow: 7-3 all’Eintracht Francoforte, con tre gol dell’ispano-argentino e quattro dell’ispano-ungherese. Meno soddisfazioni in nazionale, a parte il Campeonato Sudamericano vinto nel 1947. Disputa sei partite nella Selección  argentina e 31 con la Spagna, ma non riesce a giocare neppure un minuto ai Mondiali. Nel 1950 l’albiceleste non partecipa; nel 1958 le Furie Rosse non si qualificano e nel 1962, pur convocato ai Mondiali del Cile, Di Stéfano non può scendere in campo a causa di un infortunio muscolare.
La Saeta Rubia chiude la carriera all’Español, dove si trasferisce nel 1964 e smette

Di Stéfano allenatore del River abbraccia il suo portiere, Ubaldo Fillol 1981

Di Stéfano allenatore del River abbraccia il suo portiere, Ubaldo Fillol, nel 1981

definitivamente nel 1966. Diventa allenatore e gira molte panchine, tra cui quelle del River e del Real (in due riprese): si porta a casa anche una Coppa delle Coppe con il Valencia, nel 1979-80. Smette di allenare e, dal 2000, viene nominato presidente onorario delle merengues. Soffre per l’amico Puskás, che non se la passa bene: lo aiuta economicamente, finché il mito della grande Ungheria muore di Alzheimer, nel 2006. E ora la vecchia Saetta lo ha

Pelé e Di Stéfano

Pelé e Di Stéfano

seguito, nei campi dell’Infinito. A salutarlo, tifosi, sportivi, calciatori, dirigenti. A partire da Pelé. “Sono rattristato di sapere che è morto il grande Alfredo Di Stéfano”, scrive O Rei sulla sua pagina Facebook. “Quando giocavamo, il Santos e il Real Madrid sono stati per molti anni i principali rivali, perché giocavano il miglior calcio del mondo. Oggi, il grande afflusso di giocatori latinoamericani nei club europei è in gran parte dovuta ad Alfredo Di Stéfano. E’ stato un pioniere e, prima di ogni cosa, una leggenda del gioco del calcio. Che Dio doni pace alla sua anima”.

Guido Berger

 

 

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Semifinali: pesa l’assenza di Neymar

6 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

Dopo il primo giro di partite, le favorite sembravano Germania e Olanda, con la Colombia, il Belgio e la Francia come outsider. Dopo il secondo turno, si era fatto vedere anche il Messico, mentre i tedeschi avevano rallentato e la squadra di van Gaal era parsa meno incisiva. Brasile e Argentina, invece, non avevano impressionato, né nella fase iniziale, né negli ottavi. Ai quarti è sembrato cambiare qualcosa. La Seleção ha finalmente giocato da… Seleção, eliminato la Colombia che qualcuno vedeva come possibile semifinalista. L’Argentina ha regolato il Belgio con un capolavoro tattico di Sabella. Il Ct ha ingabbiato gli avversari in marcature asfissianti, per impedire alla squadra di Wilmots di fare il suo gioco preferito: azioni veloci, ricerca di spazi ampi e molti tiri in porta. Le due sudamericane sfidano dunque Germania e Olanda, che si riconfermano semifinaliste. La squadra di Löw si è confermata la quintessenza della compattezza e della solidità: ha battuto la Francia con l’arma letale dell’organizzazione. L’Olanda ha faticato molto di più contro un Costarica attento, e difeso da un Navas supersonico: l’esito della partita, favorevole agli Oranje, ma ai calci di rigore, potrebbe far preoccupare van Gaal – anche se, comunque, Robben e compagni hanno sfiorato più volte il gol, colpendo tre pali.
Fuerza NeymarMa a condizionare le due semifinali saranno soprattutto le assenze. In particolare, su Germania-Brasile, che si giocherà martedì 8 luglio, peserà come un macigno il grave infortunio di Neymar alla vertebra lombare, che lo terrà lontano dal Mineirão. Lo stesso Scolari ha ammesso: “la sua assenza per noi sarà una catastrofe”. Secondo Globo Esporte, la stella del Brasile avrebbe dichiarato che, in caso di finale, proverebbe a tornare in campo, grazie a una serie di infiltrazioni – ipotesi, tra l’altro, seccamente negata da Eduardo Musa, uomo che cura l’immagine dell’ex Santos: “La versione ufficiale è che al momento nessuno sta pensando a questa possibilità”, ha affermato Musa. “Stiamo solo pensando alla sua riabilitazione“. Intanto, lo sfortunato verdeoro è stato acclamato in tutti gli stadi, anche dai rivali argentini (non da tutti, per la verità: altri tifosi biancocelesti hanno vergognosamente irriso Neymar ballando con una spina dorsale di plastica).

Thiago Silva

Thiago Silva

Ma torniamo a Germania-Brasile e ai problemi di formazione di Scolari: non sarà della partita neppure Thiago Silva, che dovrà scontare un turno di squalifica per un’ammonizione rimediata contro la Colombia: se è vero che, probabilmente, senza le iniziative individuali dell’asso blaugrana il Brasile avrebbe già lasciato il Mondiale, è anche da ricordare che il capitano verdeoro è la “testa” della squadra, il leader capace di compattare un gruppo di individualità tecnicamente poco coese. La Cbf sta, non a caso, cercando di far annullare la squalifica di Silva, come avvenne in Cile nel 1962 per Garrincha (ma una fonte Fifa rivela che la federazione brasiliana ha davvero poche possibilità di farcela). Come se non bastasse, anche Willian, probabile sostituto di Neymar, è in dubbio. Queste vicissitudini fanno pendere il pronostico a favore della Germania, sebbene il Brasile giochi in casa.
Anche Argentina-Olanda, semifinale incertissima, partirà senza Di Maria, infortunato nel corso della partita contro il Belgio. Il madridista, insieme a Messi, ha letteralmente portato l’albiceleste ai quarti – dove si è poi svegliato il finora impalpabile Higuaín. Pronostico impossibile per questa partita – certamente, l’Olanda si troverà a disputare una partita praticamente casalinga, dato lo scontato appoggio dei tifosi brasiliani.
Queste semifinali sono, comunque, un inno alla storia del calcio. Basti pensare che solo in tre occasioni, almeno una di queste quattro squadre non ha raggiunto la finale: è accaduto nel 1930, nel 1934 e nel 2006, edizioni tra l’altro vinte dall’Italia (se consideriamo i Giochi Olimpici del 1924 e 1928 come Mondiali di calcio – e formalmente lo sono – dobbiamo aggiungere a questa lista l’edizione del 1924, dove la finale oppose l’Uruguay alla Svizzera, mentre l’Olanda arrivò quarta).
I precedenti. Partiamo da Germania-Brasile, che è un po’ il top dei top per i Mondiali. Due grandi scuole, 2002molto differenti tra loro, che si sono alternate al vertice dei tornei mondiali con poche interruzioni: dal 1950 in poi, o una o l’altra è sempre arrivata almeno fra le prime quattro. I verdeoro sono la squadra che ha vinto più titoli, partecipando a tutte le edizioni dei Mondiali dal 1930 in poi, disputando dieci semifinali e sette finali (compresa la partita contro l’Uruguay del 1950, che in realtà era l’ultima gara del girone conclusivo). La Mannschaft è invece la compagnie che ha giocato più semifinali (12); sette le finali disputate, con tre vittorie. Sul campo, Brasile e Germania si sono affrontate 21 volte, con 12 successi verdeoro, cinque pareggi e quattro vittorie tedesche. Ai Mondiali, però, le due squadre – incredibile ma vero – si sono incrociate una volta sola: nel 2002 a Yokohama, nella finale dei Mondiali nippocoreani. Vinse il Brasile per 2-0, con una doppietta di Ronaldo. Nell’occasione, il Fenomeno conquistò il record di gol segnati ai Mondiali (15) eguagliato dal tedesco Klose lo scorso 21 giugno, con  il gol al Ghana; l’attaccante laziale potrebbe prendersi il record in solitaria proprio contro nella rivincita del 2002.
Ai Mondiali, Argentina e Olanda si sono invece incontrate quattro volte. Bilancio favorevole agli Oranje, con due vittorie, un pareggio e un successo argentino. Il primo confronto al massimo torneo iridato Argentina-Olandasi si svolse nel secondo girone dei Mondiali 1974: vinsero Cruijff e compagni con un rotondo 4-0. Quattro anni dopo, le sue squadre disputarono la finale dei Mondiali argentini: vinse la selezione di casa per 3-1 ai tempi supplementari. Nel 1998, invece, fu l’Olanda a prevalere ai quarti, mentre nel 2006 le due squadre si affrontarono nel girone iniziale, impattando a reti bianche. Bilancio totale: otto partite giocate, quattro vinte dall’Olanda, tre dall’Argentina e un pareggio. Argentina e Olanda sono arrivate quattro volte a medaglia (cinque, se consideriamo le due edizioni dei Giochi Olimpici parificate ai Mondiali); quattro le finali giocate dall’albiceleste (cinque, se aggiungiamo quella olimpica del 1928) con due successi; tre, invece, le partite di finale disputate dagli Oranje, tutte perse.

Mentre Germania e Olanda sono semifinaliste uscenti, il Brasile non arriva nelle prime quattro dai Mondiali (vinti) del 2002 e l’Argentina addirittura da Italia ’90. Infine, le ultime apparizioni in finale delle quattro squadre: Sudafrica 2010 per l’Olanda, Corea-Giappone 2002 per Brasile e Germania (che ne furono protagoniste) e ancora Italia ’90 per l’Argentina.

A. Z.

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Milanisti e interisti: con l’Olanda, tra i ricordi

6 Luglio 2014 • Sport newsComments (0)

L’Olanda, come il Brasile, ha supporter e simpatizzanti un po’ in tutto il mondo. Merito dello squadrone di Cruijff, Neeskens e compagnia, che con la bellezza del “calcio totale” conquistò l’ammirazione degli sportivi. E la simpatia per l’Olanda resisterebbe anche se, un giorno, gli Oranje decidessero di passare armi e bagagli al catenaccio e contropiede – proprio come oggi non importa che il Brasile attuale si basi ben più sulla praticità della difesa che sull’estro e la fantasia del centrocampo: per l’immaginario collettivo, arancione sarà sempre sinonimo di Totaalvoetbal e verdeoro di Fútebol Bailado. Due concetti che, tra l’altro, vanno molto d’accordo tra di loro – non per niente, vari fan dei “tulipani” anche hanno un debole per il la Seleção.
A Milano, lo zoccolo duro dei filo-olandesi si è ingrossato con il tempo: i milanisti si sono presi un colpo di fulmine ai tempi del trio Gullit-Van Basten-Rijkaard. Tanto che, ai Mondiali del 1990, c’era chi si augurava la vittoria finale degli azzurri di Baresi, Massaro e Costacurta e chi, invece, sosteneva che in caso di match tra Italia e Olanda, avrebbe tifato per i tulipani. La “cotta” rossonera per gli Oranje non è mai più passata. Non tanto per l’olandese di oggi, Nigel de Jong, e tanto meno l’ex che ora è in nello staff di van Gaal (Patrick Kluivert, che al Milan ha lasciato ben pochi rimpianti) o per la recente esperienza in panchina di Clarence Seedorf. Ma per il ricordo di uno squadrone del passato e di un nuovo calcio totale pensato da un allenatore romagnolo, quell’Arrigo Sacchi che insieme a Gigi Radice fu il maggior interprete in serie A del credo calcistico di Rinus Michels.

Persino quando – scherzi del destino – l’Olanda si è tinta di nerazzurro, con lo Sneijder del triplete capocannoniere ai Mondiali 2010, non tutti i milanisti sono riusciti a tifarle contro. Ora è nostalghia anche per gli interisti: dall’epoca dei cinque scudetti consecutivi non sono passati che pochi anni, ma sembrano trascorsi secoli. Il vecchio Wesley, però, è ancora lì, in un’Olanda che si gioca il Mondiale. E’ tornato un giocatore decisivo dopo un periodo di forte crisi. E gli interisti si aggrappano a lui e ai ricordi.
Il paradosso vuole, quindi, che rossoneri e nerazzurri rinforzino le fila degli “storici” supporter olandesi risalenti agli anni ’70. E, naturalmente, a quelli che il passaporto dei Paesi Bassi ce l’hanno davvero in tasca. Al fischio d’inizio di Olanda-Costarica, il bar Magenta, locale storico di Milano a due passi da Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo, presenta così un parterre eterogeneo: simpatizzanti “storici” dell’Olanda, milanisti a cui quella maglia è rimasta nel cuore, interisti che tifano Sneijder e qualche olandese “vero”. Più, sportivi, curiosi e sportivi che tifano Costarica, attratti dal fascino della “cenerentola” che batte i propri record e sogna di andare avanti.
E’ verso il 20′, però, che si presenta al bar il primo olandese con maglietta arancione. Sembra trafelato, si mette davanti allo Oranje Olandaschermo e chiede se la sedia è libera. Lo seguono un connazionale, con sciarpa Oranje, e due bambini, anche loro con i colori dell’Olanda addosso. La partita sembra già delineata: dopo la partenza lampo, nel tentativo di chiudere la partita subito, ora la squadra di van Gaal ci prova in tutti i modi, ma niente: o errori o grandi parate dell’ottimo portiere Navas. Tanto gioco, per l’Olanda, ma molto fumo e poco arrosto.
I commenti più appassionati sono quelli degli interisti, che incitano Sneijder. Gli olandesi invece tifano a tratti: a un salvataggio in extremis su tentativo costaricense – con annesso pasticcio della difesa – scuotono la testa, ma sono pronti ad applaudire e a gridare hup! hup! per il contropiede che segue, ma che va disperso nel vento. Un signore oltre i 60, molto distinto, grida invece “dai, Robben!” quando l’asso del Bayern si infila nello stretto tra vari avversari o si piomba sul pallone cercando poi il cross: potrebbe essere benissimo un olandese, ma parla con un inconfondibile accento milanese.  Spiega: “tifo Olanda perché mio figlio si è trasferito là: ci vive ormai da 14 anni. E’ professore universitario. E i suoi figli sono nati in Olanda”. Un supporto appassionato di origine familiare. Solo questo? No. Perché questo amore è sbocciato dove c’erano già radici. “Sono milanista”, spiega, “e l’Olanda la tifavo già prima”. Ecco.
Il pressing alto del Costarica fa male ai supporter arancioni e gli interisti, un po’ infastiditi, pronunciano la parola magica: “catenaccio”. Dimenticandosi forse che, senza scomodare gli anni ’60, l’Inter di Mourinho passò contro il Barcellona con la squadra barricata in area – legittimo, per carità: le critiche feroci al difensivismo, che si chiami catenaccio, verrou o in altro modo, non le capiremo mai. E’ un modo di affrontare la partita: poco spettacolare, d’accordo, ma non un disonore.
Intanto, le occasioni sprecate dall’Olanda destano perplessità generale, e ci si mettono anche i legni. Sembra il Belgio del secondo tempo nell’ottavo contro gli Stati Uniti, e questo dovrebbe un po’ preoccupare i “tulipani”, data l’ingloriosa eliminazione dei loro vicini meridionali contro l’Argentina.
Finiscono i tempi regolamentari e l’uomo che ha il figlio in Olanda saluta. “I supplementari me li sentirò per radio”, spiega; probabilmente non vuole perdere l’ultimo metro, né infilarsi nella lotteria degli autobus sostitutivi (il primo dopo la chiusura della metropolitana “verde”, per la cronaca, viaggerà colmo come un uovo: a San Siro si è esibito Vasco Rossi, ma l’Atm non ha prolungato gli orari della linea 2, né rinforzato le corse sostitutive).
Intanto, in un tavolo lasciato libero si siede una famiglia: marito, moglie e bambino. Non sembrano molto coinvolti, e solo quando arrivano i rigori il padre manifesta un certo interessamento. La moglie gli chiede le squadre ancora dentro ai Mondiali, e lui le risponde diligentemente: “Germania, Brasile e… e Argentina”.
Alla fine, si va ai rigori, con i numeri che parlano di un assedio andato a vuoto: per l’Olanda, più di 20 tiri in porta, tre pali e il 64% di possesso palla. Il gruppetto di olandesi archivia l’approccio “interiore” alla partita: esultano tutti, a ogni rigore segnato o a ogni penalty parato da Krul, che una saggia decisione del tecnico ha fatto entrare a fine supplementari al posto del titolare Cillessen: il portiere di riserva ha fama di pararigori, e così sarà.

Tutti i sostenitori degli orange escono e sognano. Olanda-Argentina evoca ricordi belli e brutti, per gli Oranje.  Brutti, come la finale persa nel 1978 contro gli albicelestes padroni di casa, condizionata pesantemente dall’arbitraggio a senso unico di Sergio Gonella di Asti (erano i tempi della feroce dittatura militare, e Cruijff aveva rifiutato di giocare quei Mondiali proprio per protesta contro l’Argentina dei generali). Belli, come il 4-0 del 1974, esordio assoluto dell’esplosione arancione sui Mondiali, e l’incredibile quarto di Francia 1998, 2-1 con gol decisivo dell’ex interista Bergkamp all’89.
Ricordano tutti, e tutti sognano, dunque. Anche milanisti e interisti. Sognano vittorie consegnate agli albi d’oro. Sognano glorie arancioni passate. Se l’Olanda dovesse arrivare in fondo, c’è da scommettersi, a Milano qualcuno si sentirà un po’ campione del mondo.

A. Z.

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