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Storie mondiali – “Italia 1934”

7 giugno 2014 • Bordate d'autore

Storie mondiali

quarta puntata

in alto, Ricardo Zamora

 

Dei Mondiali di calcio del 1934 si è scritto di tutto. Si è detto che fu una manifestazione “di regime” voluta dal fascismo. Ed è vero: lo fu – e, purtroppo, non fu né la prima né l’ultima volta che una dittatura sfruttò lo sport cercando vittorie per acquisire consensi. Si è detto che fu il mondiale del “grande boicottaggio”. E lo fu: l’Uruguay campione uscente si rifiutò di partecipare, per ritorsione contro le grandi squadre europee (Italia, Austria, Cecoslovacchia e Svizzera) che non si erano presentate a Montevideo quattro anni prima, soprattutto a causa delle alte spese di trasferimento.
Ma i Mondiali del 1934, che videro la prima vittoria dell’Italia (e di una squadra che non fosse l’Uruguay, reduce da tre titoli iridati consecutivi – due conquistati ai Giochi Olimpici e uno in casa alla prima Coppa del Mondo), furono anche molto altro. Molto di più. Furono l’affermazione di Nicolò Carosio, un asso del giornalismo che lanciò nell’etere le sue radiocronache che erano poesia. Furono il coronamento di tanti sforzi per Vittorio Pozzo, lo scienziato del calcio: il Ct azzurro, scuola Toro (si dice che fu tra i fondatori della squadra granata, oltre che giocatore e allenatore) inaugurò un triplete di successi, che proseguì con i Giochi Olimpici 1936 e con il bis mondiale nel 1938. Furono il trionfo di un versatile fuoriclasse come Pepin Meazza, cannoniere fulminante e bandiera nerazzurra di sempre. Furono i Mondiali dove si esibirono due dei tre portieri più forti di sempre: il catalano Ricardo Zamora, classe 1901, e il ceco František Plánička, di tre anni più giovane (Lev Jašin era ancora fuori concorso: nel 1934 non aveva compiuto i cinque anni). Di Zamora si diceva: “come portiere può solo essere eguagliato, non superato”. Che sia vero o no, l’estremo difensore del Real Madrid sembrava ipnotizzare gli attaccanti: passare di lì era davvero dura. Gli azzurri lo avevano già incontrato, e battuto, ai Giochi Olimpici. E lo devono affrontare il 31 maggio, a Firenze, per un quarto di finale difficilissimo. Meazza e compagni sono reduci dalla passaggiata contro gli Stati Uniti, 7-1. Meno agevole l’impegno della Spagna, che ha dovuto incontrare il Brasile, battendolo per 3-1.
Italia-Spagna è quindi un incontro difficilissimo. E si mette subito male per gli azzurri: gli iberici si portano in vantaggio con un gol di Regueiro. L’undici di Vittorio Pozzo cerca in ogni modo di riportare la gara in parità, ma invano: neppure Meazza, neppure Schiavio riescono a passare: lui, Zamora, neutralizza tutto. Sembra che la vittoria sognata dal regime sfumi al secondo impegno dei mondiali. E invece non è così. Se Zamora sembra impossibile da fermare con mezzi leciti, lo si può fare con interventi non a norma di regolamento. Lo fa Schiavio, mentre Ferrari insacca e l’arbitro, il belga Baert, non vede (o fa finta di niente: non lo sapremo mai). E’ 1-1 e la partita finisce così.
Il regolamento di allora prevede la ripetizione dell’incontro. E il giorno dopo le squadre tornano in campo. Ma Zamora non c’è. E’ infortunato. E l’Italia vince 1-0: pericolo scampato. Dopo aver superato il Wunderteam austriaco in semifinale (anche qui con proteste sull’arbitraggio da parte degli avversari) gli azzurri si trovano in finale l’altro big dei pali: František Plánička, detto la “rondine boema” o “il gatto di Praga” (Pražská mačka), portiere e capitano della Cecoslovacchia. E’ lo spauracchio dei bambini (un piccolo tifoso avrebbe inviato un bigliettino ai ragazzi di Pozzo, che li invitava proprio a stare attenti all’estremo difensore dello Slavia

Combi e Plánička prima della finale 1934

Combi e Plánička prima della finale 1934

Praga: “Attenti a quel Plánička, con lui non si passa”. E invece, in un Flaminio impazzito, l’Italia passa: 2-1 il risultato finale dopo i tempi supplementari, Coppa del Mondo in saccoccia. Si dice che il boemo avrebbe, in futuro, manifestato un rammarico: quello di aver declinato, negli anni Venti, una proposta di ingaggio da parte del Torino. Se l’avesse accettata, probabilmente la finale Italia-Cecoslovacchia del Mondiali 1934 sarebbe stata… un derby, dato che l’estremo difensore azzurro era lo juventino Gianpiero Combi, classe 1902, che in bianconero trascorse l’intera carriera di calciatore. Capitano della squadra di Pozzo, Combi aveva disputato i mondiali a causa dell’infortunio del portiere titolare, l’interista Ceresoli. La sua risposta positiva alla chiamata del tecnico era arrivata dopo un colloquio di cinque minuti. Scelta felice, la sua, che lo portò ad alzare la Coppa del Mondo da capitano, lasciandosi dietro Plánička e Zamora.
Il portiere della Juve più forte di sempre appese i guanti al chiodo dopo quella partita. Zamora proseguì ancora qualche anno (chiuse al Nizza, dopo aver lasciato la terra natia a causa della guerra civile) e così Plánička, sempre fedele allo Slavia. In quanto ai Mondiali, per vedere una siimile parata di portieri in campo si sarebbe dovuto attendere il 1966, con il trio composto da Lev Jašin (l’unico che riuscì a eguagliare, o forse a superare, Zamora), l’inglese Gordon Banks e l’uruguagio Ladislao Mazurkievicz, l’arquero negro, l’uomo che – unico nei campi di calcio di tutto il mondo – era in grado di ipnotizzare Pelé.

Roderick Lewis

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