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Il superG più pazzo del mondo

15 febbraio 2014 • Sport news

Quando la spagnola Carolina Ruiz Castillo, pettorale numero 1 del supergigante donne, esce di pista poco dopo la partenza, non molti ci fanno caso. E’ già successo che il primo atleta a scattare dal cancelletto di partenza abbia lasciato la gara a una manciata di secondi dallo start. Tanto più che la numero 2, l’americana Leanne Smith, riesce ad arrivare in fondo. Ma qui succede qualcosa che non si era mai visto, almeno ad alti livelli: dopo la Smith, una concorrente dietro l’altra conclude la gara in anticipo. Senza soluzione di continuità. Prima esce di scena Daniela Merighetti, poi è il turno di Jessica Lindell-Vikarby, dopo Marie-Michele Gagnon, Marie Marchand-Arvier, Laurenne Ross, Kajsa Kling. A questo punto, qualcuno si chiede se a fine gara ci saranno atlete sufficienti per riempire il podio. Ci pensa Fabienne Suter a riportare la competizione su binari più normali, ultimando il tracciato.

Quando si chiude la serie del primo gruppo di atlete, le cosiddette outsider, le concorrenti uscite di pista sono più di quelle giunte al traguardo. Parte della colpa è del tracciato, molto tecnico e insidioso in due parti ben specifiche: la partenza, dove le porte sono angolatissime e la parte centrale, dove ci si immette ad alta velocità (e dopo un salto) in una nuova serie di curve e controcurve: chi ha saltato troppo alto, o chi l’ha presa molto veloce, è facile che se ne esca. Ma la responsabilità è anche della neve, le cui condizioni sono pessime a causa del caldo: con un tracciato così spigoloso, è facile scivolare. E, oltretutto, cambia rapidamente dalla parte alta alla parte bassa, dove diventa praticamente acqua. In ogni caso, chi esce, esce in una delle due parti “incriminate”: a monte o dopo il salto.

Il secondo gruppo, quello delle favorite, va un po’ meglio – anche se ci sono subito uscite eccellenti, come quella della Gisin, fresco oro della discesa. Ma le cose vanno, comunque, meglio, anche se a fine gara saranno 18 atlete su 49 a uscire di pista.

Eppure prima della gara la scelta di far scendere le migliori nel secondo gruppo aveva destato polemiche: di solito, con una neve in quelle condizioni, già le prime discese sono sufficienti a deteriorarne ulteriormente la qualità, penalizzando chi ha pettorali più alti. Ma, in questo caso la decisione è stata felice, almeno per le favorite: vedendo l’impressionante serie di uscite di pista tra le prime a scendere, le migliori hanno potuto prendere le loro contromisure, studiare il modo migliore per evitare trabocchetti, parlare per radio con i tecnici e riceverne consigli. Così è dal secondo gruppo che viene la vincitrice: l’austriaca Anna Fenninger, una delle top nella specialità, che però non aveva mai vinto l’oro olimpico. Seconda l’inossidabile tedesca Maria Höfl-Riesch; bronzo ancora all’Austria, con Nicole Hosp. Mentre la Fenninger esplode in tutta la sua gioia, autodefinendosi “sbalordita”, La rossocrociata Lara Gut, quarta al traguardo, mostra tutta la sua amarezza: la migliore della stagione in superG, non riesce neppure ad andare a medaglia. Ma non è delusa come per la mancata vittoria in discesa libera. “Onestamente, mi sono sentita peggio mercoledì”, ha dichiarato la ticinese. “Oggi non sono stata così vicina al successo”.

Insoddisfatta anche l’azzurra Dada Merighetti: “sono delusa, perché ai Giochi quello che conta è finire tra i primi tre posti, e io me ne vado con un quarto e un’uscita”. Ma con un oro al coraggio: fino a pochi giorni fa, dopo un infortunio in prova di libera, aveva un ginocchio gonfio gonfio. Sfortunatissima anche Tina Wairather che, come la Merighetti, era stata costretta a un pur breve ricovero in ospedale dopo una caduta nelle prove della discesa. A differenza di Dada, la portabandiera del Liechtenstein non ce l’ha fatta a partire, né in libera, né in supergigante. La contusione ossea alla testa della tibia destra rimediata in pista si è assommata ai tanti infortuni subiti in precedenza: così, Tina ha dovuto dare forfait. Era una delle favoritissime, soprattutto in superG. Ma avrà tempo per imitare la mamma, la grande Hanni Wenzel, regina di Lake Placid 1980. Esclusa la Wairather, che non è neppure partita, sono state 18 (su 49 partenti) a non terminare la gara.

Problemi di neve anche nel fondo (staffetta femminile 4×5 km), in una giornata davvero calda. Alla partenza si sono viste atlete in maniche corte: atmosfera caraibica, più che nordica. Sorpresa dal risultato, che ha visto le favoritissime norvegesi (che neppure erano state quotate dai bookmaker) addirittura giù dal podio, precedute da Svezia, Finlandia, Germania e, staccata, la Francia. Le norvegesi – praticamente mai in partita – sono giunte al traguardo con un distacco di 53’6” dalle vincitrici: un’enormità, per la squadra che avrebbe dovuto fare corsa a sé. Mentre le svedesi si sono rese protagoniste di una rimonta clamorosa: staccate da finlandesi e tedesche nel corso della terza frazione, hanno recuperato in quarta con Christine Kalla, che poi ha regolato le avversarie in volata, concludendo a braccia alzate.

Bronzo per Arianna Fontana nei 1500 short track (che, lo ricordiamo, non è la sua distanza preferita): ora ha altre due occasioni per rimpolpare il suo medagliere personale. Se la Fontana è, finora, l’unica europea ad andare a podio nelle prove femminili di short track – terreno di caccia di cinesi e coreane – i 1000 metri maschili terminano con un podio europeo: oro e argento per due russi (rispettivamente, Viktor An e Vladimir Grigor’ev) e bronzo all’olandese Sjinkie Knegt. E’ vero che An è, in realtà, un coreano naturalizzato russo; tuttavia, corre per la squadra di casa, e quindi è un europeo a tutti gli effetti.

Sorprendente la vittoria, nell’hockey, della Svizzera donne sulla Russia: nel quarto di finale, la Eisgenossen in gonnella ha rifilato un 2-0 alle padrone di casa, mentre la Svezia ha superato le vicine finlandesi per 4-2. Tra gli uomini è finita ai rigori la sfida tra Russia e Stati Uniti. Hanno vinto gli americani – palpabile la delusione di Vladimir Putin, presente in tribuna. La partita è stata preceduta dalla sorprendente vittoria della Slovenia sulla Slovacchia (3-1) e seguita da Svizzera-Cechia (1-0 per la Eisgenossen) e Svezia-Lettonia (5-3).

Finale thrilling, invece, per i 1500 metri pattinaggio di velocità: il polacco Zbigniew Brodka e l’olandese Koen Verveij hanno fatto fermare il cronometro con lo stesso tempo al centesimo: 1′ 45”. Se non che, a differenza di quanto accade nello sci, lo skating non prevede l’ex aequo. Così, si è ricorsi ai millesimi. L’ha spuntata il polacco, davvero per un’inezia: 1′ 45” 006 contro gli 1′ 45” 009 dell’arancione. Chiude il suo programma lo skeleton, che ha visto il russo (siberiano) Alexander Tretiakov, campione del mondo uscente, fare la gara dalla prima alla quarta manche; solo argento per il favoritissimo della vigilia, il lettone Martin Dukurs, dominatore della stagione; terzo, l’americano Matthew Antoine. Infine, il salto: anche nel trampolino lungo trionfa Kamil Stoch, che diventa uno dei più importanti protagonisti di questi Giochi. E che permette alla Polonia di chiudere l’ottava giornata con due medaglie, proprio come la Russia.

Clemente Isola

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